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Molto probabilmente la Serbia approverà nei prossimi mesi una legge per riconoscere le coppie dello stesso sesso: l’istituto del parterariato, ben lontano dal matrimonio che rimarrà riservato alle coppie eterosessuali, garantirà alcuni diritti per quanto riguarda l’eredità, le assicurazioni, l’acquisto di immobili, ma, proprio come succede in Italia, non permetterà in nessun caso le adozioni. La grande differenza è che, se in Italia si sono santificati politici che si sono limitati a riconoscere dei diritti minimi perché obbligati da una sentenza della Corte costituzionale, in Serbia la notizia è stata accolta con freddezza: nessuno nega che ci sia un passo avanti, che però è giudicato come decisamente insufficiente.

La comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) serba, con un atteggiamento che ricorda quella dei movimenti queer in Montenegro e in Thailandia, ha subito chiarito che pretende pari diritti e che non accetterà nessuna forma di pinkwashing: si teme che l’introduzione delle unioni civili venga strumentalizzata per offrire l’immagine di un paese rispettoso dei diritti, quando in realtà c’è forte preoccupazione per lo stato della democrazia in Serbia, con il conservatore Srpska Napredna Stranka (Partito progressista serbo; PPS) che controlla quasi tutti i media e ostacola l’opposizione, tanto da averla spinta a boicottare le elezioni dell’anno scorso.

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In fondo il pinkwashing è ben conosciuto nello stato balcanico: dal 2017 è prima ministra una donna dichiaratamente lesbica, Ana Brnabić del PPS, ma questo non si è tradotto in politiche favorevoli alle minoranze sessuali. L’unica riforma positiva è stata adottata nel 2019, quando si è deciso che le persone trans possono modificare l’indicazione del genere sui documenti senza sottoporsi a operazioni chirurgiche (resta obbligatorio il benestare di psicolog@ ed endocrinolog@). Ma sempre nel 2019 l’inseminazione artificiale è diventata illegale per tutte le coppie che abbiano “una storia recente di relazioni omosessuali“. Il paradosso è che questo divieto è stato introdotto poco mesi dopo che la compagna di Brnabić aveva avuto un figlio.

Nonostante la presenza di una premier lesbica, lo Srpska Napredna Stranka continua a essere un partito molto conservatore, legato a doppio filo al regime russo di Vladimir Putin. E la Serbia continua a essere un paese molto omobitransfobico: secondo uno studio condotto nel 2020 dalle organizzazioni per i diritti umani IDEAD e GLIC, quasi il 60% delle persone LGBTQIA aveva subito violenze fisiche o psicologiche negli ultimi dodici mesi.

Il sì della Chiesa

Ma non va tutto male: la notizia più sorprendente è l’apertura della Chiesa оrtodossa serba. Il primate Porfirio, che guida la chiesa nazionale da poco più di un mese, ha detto di provare empatia per le minoranze sessuali e di approvare l’idea che si riconoscano diritti alle coppie dello stesso sesso, purché non si arrivi a equiparare le unioni civili al matrimonio. “Capisco le persone con questo genere di orientamento sessuale, quanti enormi problemi amministrativi debbano affrontare, quante sfide e quante pressioni. Capisco che hanno bisogno di regolarizzare la propria situazione” ha dichiarato Porfirio.

Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Shopify (CC0) / da Takmeomeo (CC0)

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