L’economista Oscar Ugarteche ha vissuto parte della sua vita in Messico, ha 72 anni e recentemente ha dovuto subire il rifiuto da parte del Tribunale Costituzionale del Perù di riconoscere il suo matrimonio con un altro uomo celebrato in Messico. Ugarteche afferma: “Il Perù è bloccato nella prima metà del XIX secolo o nell’ultima parte del XVIII secolo. In termini di mentalità, rimane vincolato dall’influenza della Chiesa cattolica”.
La libertà altrove
E per questo sono tante le giovani persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) che lasciano il Perù, per poter vivere la propria sessualità e identità di genere in maniera libera, esprimere se stesse e non avere paura: La Prensa Latina parla addirittura di una “fuga di cervelli“, giovani che, nonostante un’istruzione e preziose capacità e competenze che avrebbero potuto spendere nel loro paese, considerano una scelta migliore fare le valigie ed andarsene.
Un sondaggio su più di 700 giovani peruvian@ LGBTQIA emigranti, la maggior parte laureata, realizzato da Mas Igualdad in collaborazione con l’ufficio del parlamentare peruviano Alberto De Belaunde e il supporto dell’ambasciata canadese di Lima, ha tristemente rilevato che solo il 10% riusciva a non nascondere la propria identità in Perù, mentre adesso il 90% vive serenamente all’estero, senza paura di mostrarsi per come è. Un dato importante è che più dell’80% ha dichiarato che l’assenza di tutele verso le persone LGBTQIA nel paese andino ha giocato un ruolo fondamentale rispetto alla decisione di lasciare la propria terra, ed è proprio per questa ragione che il 76% ha dichiarato di non volerci fare ritorno.
La lotta di Gahela
Tuttavia, c’è anche chi ha avuto il coraggio di restare in Perù, lottando per un cambiamento sociale e culturale, cercando di migliorare il proprio paese. Un esempio meraviglioso è Gahela Cari, prima candidata trans al Congresso peruviano che si definisce una donna trans, afro-andina, indigena, migrante, attivista sociale, militante di sinistra ed ecofemminista intersezionale: una moltitudine di identità che spesso le persone si trovano a reprimere, tutte o in parte, e che le rendono vittime di discriminazioni multiple
In un’intervista a Nacla, Gahela Cari descrive la realtà quotidiana per le persone LGBTQIA nel paese: “È sopravvivenza: nessuno nasconde la propria identità sessuale o di genere perché lo desidera. In realtà, lo si fa perché si vuole restare in vita“. Lei non ha dubbi, il Perù è un paese transfobico: non solo l’iter per cambiare nome sulla carta di identità è lungo ed emotivamente sfiancante, ma coloro che lavorano nel sistema giudiziario non hanno conoscenza alcuna di cosa sia il genere e l’identità di genere e non è scontato uscire dal tribunale con il riconoscimento dei propri diritti in mano.
Nessun rispetto
Addirittura durante i processi può succedere di essere obbligat@ a spogliarsi: “Quando le persone cisgender vanno a cambiare nome, non viene chiesto loro di confermare il cambio di nome con uno psicologo, non viene richiesta la documentazione chirurgica, non viene richiesta la certificazione della terapia ormonale. Alle persone trans, invece, viene chiesto di tutto, dalla A alla Z. Ci sono casi in cui ci costringono persino a spogliarci durante i processi. Non è troppo?“. E lo Stato, afferma senza esitazione Gahela, non fa assolutamente niente per cambiare la situazione.
Un altro problema per le persone trans è il lavoro: secondo Gahela, nemmeno l’1% di loro ha un impiego legale. O vengono chiamate per intrattenimento nelle discoteche o non rimane altro che ripiegare sul lavoro sessuale. Che a questo punto, badiamo bene, non è una scelta volontaria, ma una scelta forzata per sopravvivere.

Ceramica erotica del Museo Larco
Eredità coloniale
Quando le chiedono perché il Perù è indietro nel riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA, il suo pensiero si allinea a quello di Ugarteche: la prima causa è senza dubbio il colonialismo. Quest’ultimo, insieme al processo di evangelizzazione, ha sradicato e cancellato quanto la diversità di generi e sessualità fosse apprezzata al tempo pre-coloniale. Gli spagnoli, preti e laici conquistatori, rimasero sconcertati nello scoprire che, così come i rapporti sessuali pre-matrimoniali, anche i rapporti omosessuali erano accettati e che la castità femminile non era ritenuta poi così importante. Gli spagnoli bruciavano in piazza coloro che erano accusati di sodomia e distrussero migliaia di ceramiche ritraenti rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.
Ma la storia non può essere completamente distrutta: fortunatamente molte di queste statuette sono sopravvissute fino ad oggi, la maggior parte si trova al Museo Larco di Lima, nonostante per lungo tempo il governo peruviano le abbia chiuse al pubblico, riluttante a mostrare siffatte immagini.
Ginevra Campaini
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immagini: Il Grande Colibrì / Il Grande Colibrì / elaborazione da Pfrishauf (CC BY-SA 3.0)


