Cara mamma, gli anni passano e tu rimani sempre bellissima per me, rimani sempre un grande esempio per me, ma purtroppo noi non parliamo mai di cose serie. Quando ci riuniamo a tavola, non si parla: ”È maleducazione parlare mentre si mangia” dice sempre il papà con tono severo.
Io non vi ho mai chiesto nulla, il cellulare all’ultima moda, vestiti firmati, giocattoli nuovi o altri oggetti materiali. Non potevamo permettercelo, non ne avevamo la possibilità e io lo sapevo e non chiedevo. Quando tu pulivi casa o cucinavi, io ero sempre pronto a darti una mano e tu mi ripetevi sempre: “Pulisci meglio di me, anche se sei un uomo”. Eri orgogliosa di raccontarlo e in famiglia c’era sempre qualcuno che mi guardava e diceva: “È roba da femmine, i maschi devono fare lavori da maschi”. Tu forse non lo sai, ma questo modo di reagire è legato a una cultura stereotipata e io per rispetto non te l’ho mai detto, non volevo ti sentissi in imbarazzo perché non sapevi e non conoscevi.
Nei campi di concentramento, nonostante fossimo tra prigionieri, gli altri prigionieri ci ripudiavano. Ti ricordi quando ti parlai del campo di Łódź, in Polonia, dove ci avevano rinchiuso e separato dagli altri, e persino i medici che venivano ogni tanto, e che erano ebrei, avevano paura di essere contagiati da una “razza impura” come la nostra? Questa storia ti colpì e dicesti: “Come ci si fa a discriminare, sapendo che si sarebbe morti tutti? È come la guerra tra poveri di adesso”.
Sì, mamma, una cosa così è orribile e impensabile, ma tu non parli mai con me di cose serie: lo sai che io sono gay, eppure mi lasci rinchiuso in quel campo immaginario dove non solo sono odiato come gay, ma anche come rom. Io quei prigionieri li capisco come nessun’altro, mi sento come loro.
Vedi, mamma, gli omosessuali avevano appeso al petto un triangolo rosa, più grande degli altri di 2-3 centimetri in modo da essere riconoscibile anche da lontano. Nessuno li voleva, nessuno li accettava e anche loro, come noi, nel campo di Łódź erano emarginati. Se mi dovessero venire a prendere oggi, io non sarei nel campo di Łódź e non avrei nemmeno il triangolo rosa, io sarei ucciso a priori, non sarei utile alla “pura razza”. La cosa che mi rende triste è sapere che se da una parte sarò difeso dalle comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), dall’altra sarò ripudiato come rom; e se sarò difeso dai rom, sarò ripudiato come gay.
Mamma, noi non parliamo mai di cose serie: vedi, fai finta di aver da fare, ti nascondi in cucina o in bagno, non riesci ad accettarlo, anche se qualche giorno fa ti chiesi: “Vedi dei cambiamenti in me? Vedi qualcosa di diverso?”, e tu mi rispondesti: “No, stai solo crescendo e sei sempre mio figlio”.
Caro papà, quanto è difficile parlare con te, tu che ti dovevi nascondere quando l’hai saputo. “Sei la vergogna della famiglia” mi dicesti e ti mettesti a piangere perché il giorno nel quale mi concepiste era “maledetto”. Quando accadeva qualcosa di negativo, era colpa mia, quando uscivo di casa, dovevo “sculettare” di meno, perché altrimenti si sarebbero accorti tutti di me. Volevi che mi nascondessi come rom e anche come gay, che non avessi più un’identità, un ruolo sociale, se non quello da voi desiderato, patriarcale e misogino, e non dovevo essere me ma qualcun altro.
Papà, noi non parliamo mai di cose serie. Tu sei musulmano e hai sposato un cristiana ortodossa, ma sei ateo – e lo dici sempre! – però, quando si tratta di me, metti in mezzo la religione. Una volta una e una volta l’altra, a seconda di ciò che ritieni più utile, quando sai benissimo che io le conosco entrambe.
Vedi, papà, sono passati secoli e gli omosessuali esistono da sempre, li hanno sempre perseguitati, accusati di stregoneria, imprigionati, torturati e messi a morte. “Quello lo facevano con i rom, non con gli omosessuali!”. No, papà, lo facevano con entrambi e, se solo tu parlassi con me di cose serie, mi faresti sentire meno solo e più amato, non mi costringeresti a scegliere di nascondermi sia da una parte che dall’altra, impedendomi di essere ciò che sono.
Mamma, papà, noi purtroppo non parliamo mai di cose serie.
Ervin Bajrami per UCRI
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