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Per capire come andrà a finire il braccio di ferro tra l’Ungheria e l’Unione Europea (UE) sulla legge contro la “propaganda gay” conviene partire da un’altra legge voluta dal premier Viktor Orbán e dal suo partito di estrema destra nazionalista Fidesz. Nel 2017 il parlamento ungherese ha approvato la cosiddetta “legge ONG” con cui le organizzazioni non governative che ricevevano più di 20mila euro dall’estero sono state obbligate a iscriversi in un registro apposito e a sottoporsi a particolari controlli governativi. La norma evidentemente violava i valori fondamentali dell’Unione, ma solo a giugno del 2020 è arrivata la bocciatura della Corte di giustizia dell’UE e solo il mese scorso l’Ungheria ha abrogato (parzialmente) la legge.

Riassumendo: si sapeva da subito che la “legge ONG” non aveva nessuna possibilità di essere salvata e che prima o poi sarebbe stata cancellata, ma per arrivare a un passo indietro parziale ci sono voluti quattro anni. Certo, c’è chi ha festeggiato una vittoria dell’Unione Europea, ma chi ha vinto di più, in realtà, è stato proprio Orbán. Lo spiega bene il giornalista Kerner Zsolt sul sito liberale 24.hu: “Lo scontro con la Commissione europea e con i leader degli stati membri aiuta Orbán a rafforzare la propria posizione sul fronte interno e con i suoi alleati di estrema destra nel resto del continente“. Il premier ungherese, infatti, ha ormai assunto il ruolo di punto di riferimento imprescindibile per i movimenti sovranisti di tutta l’Unione Europea.

Leggi cattive

È in quest’ottica che si capisce perché Orbán moltiplica le leggi contro la comunità LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali): solo nel 2020 si è passati dalla cancellazione giuridica delle persone trans e intersex alla modifica costituzionale per impedire il riconoscimento dell’identità di genere e le adozioni omogenitoriali. E il 15 giugno di quest’anno si è aggiunta la legge contro la pedofilia che vieta di rappresentare e di “promuovere” (sic!) davanti a minori la “deviazione” (sic!) dell’identità di genere e dell’omosessualità. Con questa legge non ci sarebbe stata la pubblicità della Coca Cola con una coppia di uomini, che suscitò un enorme scandalo nel 2019, e non sarebbe uscito il libro di fiabe inclusive che ha fatto scandalo nel 2021.

La politologa Eszter Párkányi ha difeso il provvedimento su Mandiner, il sito del movimento giovanile di Fidesz: “Per permettere uno sviluppo intellettuale e morale sano nei bambini, dobbiamo garantire che non debbano affrontare contenuti che possano disturbarli, tanto sui media quanto sui banchi di scuola“. È la solita tiritera del “pericolo gender”, che conosciamo molto bene anche in Italia. E che Kerner Zsolt smaschera in pochissime parole: “Questo testo che mescola omosessualità e pedofilia è semplicemente cattivo. Orbán limita per l’ennesima volta i diritti e le libertà di una categoria specifica, di solito prendendo di mira chi ha già pochi diritti“.

ungheria fuga intolleranza destraRisposte deboli

Il problema è come affrontare la situazione. La Commissione europea e gli altri governi nazionali sono sicuramente colpevoli di avere risposto in ritardo alla crisi democratica che ormai da molto colpisce l’Ungheria, ma ora non ci sono soluzioni miracolose per fermare questa deriva. Il ricorso alla Corte di giustizia, come abbiamo visto, è una procedura che porta risultati solo dopo anni. E ha tempi molto lunghi anche il meccanismo, adottato a dicembre del 2020, che prevede di sospendere i fondi del piano di rilancio europeo ai paesi che non rispettano lo stato di diritto.

La risposta più dura sarebbe fare appello all’articolo 7 del trattato sull’Unione Europea, che prevede di sospendere il diritto di voto dello stato membro che viola in modo grave e persistente i principi fondamentali dell’Unione. Peccato che in questo caso sia richiesto il voto unanime di tutti i governi e che c’è almeno uno stato (la Polonia, ovviamente) che metterebbe il veto.

Aprire gli occhi

Insomma, la lotta alle leggi ungheresi rischia di essere un braccio di ferro estenuante che prima o poi porterà sì alla loro cancellazione, ma anche a rafforzare Orbán e a spingerlo ad approvare sempre nuove norme liberticide. In altre parole, nel tempo in cui si tappa un buco, se ne aprono altri tre o quattro. Per questo, accanto alle iniziative lente e inefficaci, ma comunque necessarie, citate prima, bisognerà avviare una battaglia politica di maggiore respiro, con una difesa senza esitazioni a livello europeo e nazionale dei diritti fondamentali e un isolamento forte delle forze politiche che cercano di negarli.

Senza limitarsi ad alcuni diritti, ovviamente. Non si possono chiudere gli occhi sulle politiche contro persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo portate avanti dalla maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con una brutalità spesso pari a quella di Orbán. La crisi democratica dell’Ungheria purtroppo è solo un esempio di una deriva terribile di tutto il continente, che coinvolge le forze politiche, le élite economiche e le società civili. È già tardi, ma forse osservare l’orrore in un paese vicino ci aiuterà a capire l’orrore che imperversa nel paese che abitiamo.

Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazione da Romiro (CC BY-SA 4.0) / Il Grande Colibrì

 

Pier Cesare Notaro: “Antifascista, attivista per i diritti delle persone LGBTQIA e delle persone migranti, dottore di ricerca in scienze politiche, mi sono interessato da subito ai temi dell’intersezionalità” > leggi tutti i suoi articoli

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