“AAA cerco marito gay di buona casta per mio figlio”

Il turbante tradizionale usato nei matrimoni

Harrish ha 36 anni ed è ancora single. Padma, la madre di 58 anni, è un po’ inquieta per il futuro del figlio: resterà solo per sempre? “Sto diventando vecchia, vorrei che Harrish trovasse qualcuno con cui vivere prima che io lasci questo mondo” confessa. E così Padma, pur di vedere il figlio finalmente accasato, ha deciso di pubblicare un annuncio su un giornale, come fanno moltissime madri in India. Lei, però, ha dovuto affrontare molti rifiuti, perché il testo della sua inserzione era molto particolare: “Cerco marito 25-40 anni, bell’aspetto, amante animali e vegetariano per mio figlio (36 anni, 1,80 m), che lavora con una ONG. No limiti di casta (ma preferenza per Iyer)”. In un paese dove il sesso omosessuale è ancora considerato reato, non meraviglia che la stampa sia restia a ospitare le richieste di una madre a caccia di uno sposo per il figlio. Per fortuna Midday ha accettato di farlo.

La famiglia ha rivendicato con orgoglio l’annuncio, presentandolo come una vera e propria richiesta di un compagno per Harrish, ma anche come un atto di attivismo contro l’omofobia. I difensori dei diritti hanno applaudito il gesto inedito e coraggioso? Alcuni con poco entusiasmo, altri proprio per niente. A rovinare la festa è stata l’indicazione della “preferenza per Iyer”, dove Iyer è il nome della potente casta di bramini a cui appartengono Padma e Harrish. Nonostante l’indicazione “no limiti di casta”, molti hanno visto nell’annuncio un esempio di discriminazione fondata proprio sull’appartenenza di casta (causa principale delle più drammatiche disuguaglianze in India), altri – come Piyasree Dasgupta su Firstpost – lo hanno considerato un semplice scivolone, meno grave ma comunque imbarazzante.

Harrish ha difeso la madre: “Se leggete gli annunci matrimoniali su tutti i giornali più importanti, vedrete che menzionano cose di ogni tipo, perfino la tonalità della pelle. Alcuni annunci specificano addirittura il tipo di fisico che richiedono alle donne. Vedere tutte queste cose discriminatorie sui giornali è molto comune, ma all’improvviso la gente si sente offesa perché mia mamma ha scritto che preferisce gli Iyer” [The News Minute]. Lo scapolone, noto attivista gay, non si è dimostrato un buon avvocato per la madre: giustificare un atto discriminatorio con il fatto che si tratta di un atto comune è poco sensato in sé, e lo è ancora meno in bocca ad una persona che ogni giorno combatte contro l’omofobia della società, cioè proprio contro atti di discriminazione molto comuni.

E’ stata almeno un po’ più convincente, invece, la stessa Padma, che sul suo profilo su Facebook ha negato di avere pregiudizi basati su casta o religione. La donna ha detto che il testo era solo “una presa in giro”, anche se lei e il figlio fino a quel momento avevano ribadito più volte che si trattava di un annuncio serio. A causa di questa incoerenza l’elenco di familiari sposati con musulmani e cristiani proposto da Padma suona un po’ come certe giustificazioni abusate da tanti omofobi (“Ho tanti amici gay…”). Più sincere sembrano alcune ammissioni della donna, scritte en passant: “Le madri dei gay non sono sante e possono avere dei pregiudizi come gran parte delle altre madri e di tutti gli esseri umani”; e ancora: “Le madri tipicamente sperano che i propri figli sposino famiglie di cui conoscono la cultura”.

Insomma, forse conveniva partire da qui, da una sincera analisi dei limiti del proprio modo di pensare le caste, tanto individualmente quanto collettivamente, per allargare il discorso in modo convincente sui limiti del modo di pensare l’omosessualità nella società indiana: l’irrazionalità della discriminazione, in fondo, è la stessa.

Come scrivono Ragamalika K. e Ramanathan S. sul News Minute, “l’attivismo a favore di un’idea liberale non può ignorare gli altri problemi del conservatorismo illiberale, come il sistema delle caste, che affliggono la nostra società”. Per questo i due si chiedono: “L’attivismo può avere successo se pratica un liberalismo selettivo, e poi lo giustifica anche? Con il desiderio di essere inclusi nelle strutture sociali esistenti che non minacciano ‘direttamente’ la nostra causa, non stiamo semplicemente facendo un passo in avanti e due indietro?”. Sono domande che, ovviamente, non dovrebbero interrogare solamente gli attivisti indiani.

“Non c’è proprio bisogno di attaccare personalmente Harrish o sua madre: avevano buone intenzioni – scrivono ancora Ragamalika K. e Ramanathan S. – Ma il loro annuncio mostra come ci sia un problema più grande: come un cavallo con i paraocchi, questo tipo di attivismo degli induisti di città, della classe media e delle caste superiori, ignora ogni altro problema sociale, concentrandosi su una sua singola battaglia. Ma nessuno di questi problemi (le violazioni dei diritti LGBT come la discriminazione di genere, la discriminazione di casta o l’intolleranza religiosa) è separato dagli altri. Certamente non è possibile combattere tutte le battaglie, però è possibile essere consapevoli di tutte le battaglie mentre se ne combatte una”. Parole da non dimenticare mai.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì
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