Asia, transgender e omosessuali in fuga per la libertà

Probabilmente per tutti, anche nelle nazioni considerate “più civili”, il primo ostacolo alla presa di coscienza della propria omosessualità è stata la famiglia. Per alcuni, anche dove i diritti civili appaiono quasi scontati, genitori e fratelli hanno rappresentato un banco di prova per niente piacevole e può capitare di essere mandati dallo psichiatra anche nel primo paese europeo ad aver regolarizzato le unioni tra persone dello stesso sesso. In qualche caso può anche accadere di peggio, ma, per l’appunto, si tratta di qualche caso anche se questa ossessione omo-transfobica fa morti in tutti i paesi occidentali. In Asia, però, le cose vanno decisamente peggio: fondamentalmente perché in molti paesi l’essere picchiati per essere nati diversi, forzati a tentare strade che non ci appartengono o addirittura uccisi per non aver voluto – o meglio potuto – ubbidire e cambiare le proprie inclinazioni è la norma più che l’eccezione.

A causare questo tipo di reazioni violente e intolleranti contribuiscono molti fattori, dalle tradizioni alla paura di essere giudicati una famiglia anormale per la presenza di una persona omosessuale, ma a dare il suggello della giustizia all’essere intolleranti contribuiscono le leggi che criminalizzano le variabili di affettività, mentre leggi tolleranti riducono la violenza delle famiglie. Purtroppo, come in Africa, l’omosessualità è punita dalla legge anche in molti paesi asiatici, tra cui Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Birmania, Malesia e Singapore.

Per molte persone la soluzione è dissimulare: “Allora si prova ad essere furtivi, si cerca di non dare indizi di essere una persona LGBT (lesbica, gay, bisessuale e transgender)” spiega Ging Cristobal, coordinatore del progetto Asia-Pacifico della Commissione internazionale gay lesbica dei diritti umani.

Ma nascondersi dalla propria famiglia può essere difficile. Molto prima che gli fossero rimossi i seni e l’utero, il singaporiano Joe Wong usava del nastro adesivo per apparire più mascolino, costringendo le proprie carni a soffrire per somigliare a ciò che si sentiva: un parente stretto lo vide e, colpitolo alla testa, lo spogliò strappando lo scotch con tale violenza che brandelli di pelle si staccarono con il nastro. Joe, nato come Joleen, dovette fronteggiare molte altre violenze, quotidianamente. “Quando vieni picchiato ogni giorno non senti neanche più il dolore, ti senti intorpidito“, ricordando il suo passato che ha rimosso andandosene a Bangkok, in Thailandia, dove ora lavora per il gruppo Rete transgender Asia-Pacifico.

Per lui, come per molti altri che non vogliono sottostare a proposte o imposizioni di matrimoni di convenienza o di facciata, la fuga è l’unica strada che si prospetta. Almeno finché, com’è accaduto in Vietnam, i legislatori non mostrino segni di apertura: gli attivisti locali (madre e figlio) Lily Dinh e Teddy Nguyen sostengono che le cose nel loro paese sono cambiate da quando il governo – nel 2013 – ha depenalizzato il matrimonio omosessuale, anche se “ci vorrà tempo perché il governo e la società, soprattutto nelle zone rurali, comincino a capire le persone LGBT” (reuters.com).

 

Michele
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