Piccole transgender crescono. E diventano attiviste

Se sono rari i genitori che accettano che il proprio bambino si dica innamorato di un ragazzo (Il grande colibrì), ancora più rari sono i genitori che assecondano i propri figli quando si esprimono al di fuori delle convenzioni di genere. E allora pare appropriata la definizione di “eroe” data da molti ad un padre di Berlino che ha deciso di indossare la gonna per educare il quartiere ad accogliere il suo piccolo di cinque anni che ama indossare abiti femminili (Emma). E’ ancora molto presto per capire l’identità di genere del bambino, ma senza dubbio potrà crescere in piena libertà. Sono invece più grandi e consapevoli i partecipanti di Camp Aranu’tiq, in Connecticut, un classico campeggio estivo in cui tutti i ragazzini, dagli 8 ai 15 anni, sono transgender o comunque non si riconoscono nel binarismo di genere (Boston.com).

Le cose non vanno sempre così lisce e, anzi, i bambini “transgender”, giudicati troppo piccoli per ribellarsi alle norme di un binarismo sessuale interpretato come talmente naturale da non essere neppure percepito, sono di solito vittime di incomprensioni, di tentativi anche inconsapevoli di reprimere la loro libera espressione dell’identità, persino da parte di chi non si sognerebbe mai di “convertire” un adulto transessuale. Ad esempio, Elizabethe C. Payne e Melissa J. Smith, dell’istituto di ricerca Queering Education, spiegano su Huffington Post le difficoltà di molti insegnanti di scuola elementare negli Stati Uniti a riconoscere e affrontare le esigenze di questi bambini e a far fronte a chi neppure vorrebbe sentir parlare di un’attenzione particolare per i piccoli sessualmente diversi dalla maggioranza.

Le difficoltà di questi bambini, in genere, si ripresentano poi nel corso di tutta la vita, tanto è vero che, secondo uno studio pubblicato su Professional Psychology, le persone transessuali non solo hanno maggiori probabilità di subire violenze fisiche e psicologiche, ma anche, di conseguenza, abusano più frequentemente di alcol e droghe e tentano più spesso il suicidio (come avrebbero fatto il 26% delle donne e il 30% degli uomini trans). Naturalmente la tragedia non è scritta nel destino di nessuno e un futuro più sereno per le persone transgender appare possibile grazie alla sensibilità di alcuni genitori e insegnanti e soprattutto grazie al lavoro di attiviste e attivisti che riescono a raggiungere risultati sempre più importanti, come ad esempio la presenza di undici delegati trans alla convention dei Democratici USA (Washington Blade).

E di risultati ne stanno conquistando molti le hijra, le trans del subcontinente indiano: in particolare, in Pakistan hanno ottenuto nuovi diritti, tra cui l’essere riconosciute come “terzo sesso” (Il grande colibrì). Qui l’attivismo trans è particolarmente vivace: Sarah Gill, la futura prima dottoressa transgender del paese, ha fondato l’Alleanza interattiva di genere e Sanam Fakir organizza corsi di informatica per evitare alle hijra di vivere di elemosina o prostituzione (TheNews). Proprio delle hijra parla il documentario “Transgender: il segreto palese del Pakistan” della premio Oscar Sharmeen Obaid Chinoy, proiettato alla Mostra del cinema di Venezia, che spera di eguagliare “Common gender”, il recente film bengalese a tematica trans che ha ottenuto un successo inaspettato in India negli ultimi mesi (Il grande colibrì).

Intanto in un altro paese a maggioranza musulmana, la Malesia, quattro ragazze transessuali, tutte tra i 24 e i 27 anni, hanno avviato un’importante azione legale, mettendo in dubbio la costituzionalità dell’articolo 66 del codice penale basato su un’interpretazione della sharia. L’attuale norma, infatti, prevedendo sei mesi di carcere per i maschi che indossino vestiti femminili, è evidentemente in contrasto con i diritti umani, riconosciuti dalla carta suprema malese. La battaglia ha ovviamente anche importanti risvolti culturali, dal momento che sta servendo a spiegare chi siano le persone transgender (Malaysia Chronicle).

Intanto, qualche chilometro più a nord, a Phuket, nella buddista Thailandia, il ministero del turismo ha deciso di correre ai ripari dopo le numerose proteste di turisti che, dopo aver scelto una prostituta nei numerosi bar della città, scoprono che si tratta di una kathoey, di una ragazza transgender. L’idea partorita dal governo locale è incredibile: tutte le trans dovranno essere identificabili attraverso uno specifico segno. Niente triangoli di nazista memoria, ma braccialetti sui quali si sono concentrate le ironie delle kathoey, ovviamente indignate: “Non mi offendo se mi regalano un braccialetto. Mi piace ricevere regali, ma, davvero, credo che questo braccialetto sia orrendo: non ha né perle né diamanti ed è pure blu!” (Asia Unknown).

 

Pier
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p.s.: Il 7 settembre il Movimento Transessuale Italiano (MIT) ricorda la morte, avvenuta due anni fa, di Marcella Di Folco (Il grande colibrì). Ci si incontra, dalle 17 alle 19, presso la sede dell’associazione, in via Polese 15, a Bologna.

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3 commenti

  • Finalmente qualche buona notizia ,almeno dal Mondo !A presto anche in europa??!!! Verso il Mondo con il rispetto verso le diversità ! <3

  • Non pensavo che in pakistan sarebbero arrivati a far così tanto per il terzo sesso. in molti paesi dove pare che la società e la cultura siano aperti alla diversità, non ci troveremmo leggi che garantiscono i diritti per le persone lgbtqi e nemmeno la libertà d'espressione al riguado, prenderei come esempio Libano, "la svizzera araba" come la chiamiamo, dove di recente un gruppo di ragazzi gay e stato imprigionato perché erano omosessuali…

    • In vari paesi l'accettazione della transessualità (o di forme identitarie più o meno equivalenti, come il terzo sesso delle hijra del subcontinente indiano) ha un'accettazione molto migliore rispetto all'omosessualità. E' il caso del Pakistan, ma il caso forse più eclatante è l'Iran.
      Tuttavia, se grandi passi avanti vengono compiuti in Pakistan, la strada da completare è ancora molto lunga: proprio oggi NPR pubblica, ad esempio, un interessante reportage.
      E a proposito del Libano, le numerose proteste delle associazioni LGBTQ* e per i diritti umani locali, inscenate nel corso di tutto il mese di agosto, sono riuscite ad ottenere un'importante presa di posizione del ministro della giustizia (GayStarNews).

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