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La teatrale scena in cui il deputato conservatore Philip Lee si alza e va a sedersi nei seggi dei liberal democratici rimarrà nella storia: in quel preciso momento il premier britannico Boris Johnson ha perso la maggioranza parlamentare, con un colpo di scena che potrebbe riscrivere in tutto o in parte la storia della Brexit e dell’intero Regno Unito.

Per molti liberali ed europeisti Lee è diventato un eroe. Ma non per chi ha la memoria un po’ più lunga: il politico, infatti, è noto per le sue posizioni illiberali, razziste e omofobe. Contrario al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, Philip Lee ha anche proposto di vietare l’ingresso nel regno agli immigrati positivi al test dell’HIV o dell’epatite B.

Cercasi partito friendly

E così l’accoglienza calorosa di Lee nelle fila dei Lib Dems sta provocando un terremoto nel partito, con molti iscritti, soprattutto LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), che parlano di un tradimento dei valori social-democratici. In particolare hanno fatto scalpore le dimissioni di Jennie Rigg, presidente dell’organizzazione ufficiale LGBT+ Liberal Democrats, seguite da quelle di un’altra componente del direttivo del gruppo arcobaleno, Sarah Brown. Il vertice del partito ha liquidato tutto attraverso le gelide parole di un portavoce: “Ci dispiace sempre vedere membri che lasciano il partito: gli auguriamo ogni bene“.

Ora molte persone LGBTQIA non sanno bene a chi affidarsi. Sul fronte pro-Brexit, il Conservative Party (Partito conservatore) ha spesso posizioni molto negative e ha stretto un’alleanza di governo con il nord-irlandese Democratic Unionist Party (Partito unionista democratico; DUP), fieramente ultra-omofobo, mentre nel Brexit Party ci sono candidati LGBTQIA, ma sono ben pochi rispetto agli esponenti sessisti e razzisti. Chi non vuole la Brexit o una Brexit senza accordo, può guardare al Labour Party (Partito laburista), che però non riesce ad avere posizioni chiare né sull’Unione Europea né sui diritti delle persone trans, o ai Lib Dems, che hanno ormai chiaramente relegato il tema dei diritti in seconda o terza fila.

Rincorrere la destra?

La strategia dei liber democratici, d’altra parte, è piuttosto chiara: spingersi a destra per recuperare gli elettori in fuga dalle macerie del Conservative Party. E così il partito ha assunto idee sempre più ultra-liberiste e ha chiuso gli occhi di fronte alle posizioni chiaramente illiberali di tanti esponenti. La strategia sul breve termine ha funzionato, portando a un buon 19,6% alle ultime europee, quando molti elettori europeisti hanno votato i Lib Dems per dare un segnale contro la Brexit. Ma, anche se l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è indubbiamente il tema più importante, il partito farebbe meglio a riflettere sulle proprie posizioni. Che lo hanno portato al voto delle politiche tanto nel 2010 quanto nel 2015 a sprofondare sotto l’8%.

Quando il futuro del regno, dentro o fuori l’Unione Europea, sarà chiaro, i Liberal Democrats esisteranno ancora? E quale sarà la loro identità? L’euforia del momento rischia di nascondere le grandi fragilità del partito, che potrebbe fare la fine del PD italiano dopo il famoso 40% delle europee del 2014: quando un partito centrista insegue le presunte mode del momento e si sposta allegramente a destra, può fare un bottino di voti nell’immediato, ma corre anche il pericolo di indebolirsi sul lungo periodo e di debilitare le fondamenta di un intero paese.

Pier Cesare Notaro
©2019 Il Grande Colibrì
foto: elaborazione da un murales di Bansky

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