“L’odio anti-gay fa vendere: che ci frega delle trans?”

Yusuf Mindkar, dirigente del ministero della Salute del Kuwait , racconta ad un quotidiano locale che verranno introdotti test medici per individuare gli omosessuali in arrivo nel paese e impedirne l’accesso e che verrà proposta l’estensione di questa misura a tutti gli stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico. La notizia, pubblicata da importanti quotidiani come dailymail.co.uk e da portali LGBT come gaystarnews.com, ha fatto il giro del mondo e, ovviamente, è stata riportata anche in Italia da giornali autorevoli come corriere.it e lastampa.it. La grossa preoccupazione è quella espressa per primo dall’attivista gay Peter Tatchell, vicino ai movimenti neo-fascisti inglesi: “Gli atleti e gli spettatori gay non potranno partecipare ai mondiali di calcio in Qatar nel 2022” (pinknews.co.uk). L’allarme è stato rilanciato in Italia, ad esempio, da giornalettismo.com. Incredibile, vero?

Più che “incredibile”, a dire il vero, la notizia sembra poco credibile. E infatti quello che ci hanno raccontato agenzie di stampa, giornali e siti stranieri e italiani non merita di essere creduto: si tratta di una bufala, di una notizia appositamente storpiata e poi ben infiocchettata per essere più attraente e per essere venduta meglio. Scoprire l’inganno non è così difficile: basta leggere l’articolo originale di alraimedia.com, il quotidiano kuwaitiano che ha riportato le parole di Yusuf Mindkar. E si può facilmente scoprire che in realtà il dirigente ministeriale ha proposto di non concedere il permesso di soggiorno per motivi lavorativi a tutti gli immigrati che si rivelino appartenenti al “terzo sesso“, espressione con cui nell’area e in tutta l’Asia meridionale vengono indicate le persone transgender.

Non c’è nessun provvedimento già approvato, gli omosessuali non c’entrano nulla e turisti e sportivi c’entrano ancora meno. Tutti gli staterelli che si affacciano sul Golfo Persico sono fiorenti mercati della prostituzione di lusso: sex workers cis-gender (le cosiddette “donne biologiche”) europee e altre transgender provenienti dal Sud-est asiatico attraggono ricchissimi uomini dall’Europa e dall’America settentrionale. I governi locali mantengono un atteggiamento assai ambiguo: da una parte chiudono gli occhi di fronte ad un fenomeno che porta nelle loro città tanti milionari che spendono fiumi di dollari e di euro, dall’altra ogni tanto si fingono strenui difensori della moralità e fanno qualche retata contro le prostitute o qualche roboante proclama contro la prostituzione straniera. Come in questo caso.

Ma allora perché, se la fonte primaria è così chiara e così facilmente accessibile, la notizia è stata quasi sempre storpiata? Perché un brutto e deprecabile esempio di discriminazione ha dato vita ad un brutto e deprecabile esempio di cattiva informazione? Proviamo a fare qualche ragionamento…

1. Il sistema dell’informazione, tanto mainstream quanto LGBT, soffre di razzismo e di classismo. Ai giornalisti occidentali cosa può importargliene delle discriminazioni subite da persone che emigrano dalla Thailandia, dalle Filippine o dalla Malesia per andare a vivere in Kuwait o negli Emirati Arabi? E cosa può fregargliene di chi sopravvive prostituendosi? Ecco allora che hanno sostituito le poco attraenti sex workers asiatiche con gli scintillanti turisti europei e tifosi americani…

2. Il sistema dell’informazione, tanto mainstream quanto LGBT, soffre di transfobia e di sessismo. La notizia originaria di controlli sugli organi genitali di persone sospettate di avere un sesso biologico differente da quello che traspare dal loro aspetto esteriore non è stata ritenuta degna di un articolo, che invece è stato scritto sostituendo le donne transgender con degli uomini gay. Che, evidentemente, per la stampa valgono molto di più. Qualche conferma? La notizia delle violenze fisiche e sessuali subite dalle transessuali nelle carceri kuwaitiane (ilgrandecolibri.com) è stata ripresa da pochissimi media. E anche in Italia un pugno tirato ad un omosessuale merita giustamente articoli su giornali e blog, mentre l’uccisione di una persona transgender generalmente fatica a trovare spazio in qualche trafiletto.

3. Il sistema dell’informazione, tanto mainstream quanto LGBT, soffre di pressappochismo e spesso anche di disonestà. Sembra del tutto normale che una notizia scritta da un sito anglofono venga ripresa in tutto il mondo senza che quasi nessuno decida di perdere cinque minuti per verificarne la fonte – oppure qualcuno verifica la fonte, scopre che la notizia è errata, ma decide di riproporla nella versione scorretta solo perché così risulta più attraente. Peggio ancora: quando dimostrammo che la notizia di un gay ucciso dagli islamisti in Somalia era una bufala (ilgrandecolibri.com), Gay Star News, il sito che aveva creato la notizia, riscrisse il proprio articolo senza avvisare chiaramente che in precedenza aveva riportato una notizia falsa, mentre nessun altra redazione contattata ritenne opportuno rettificare.

In poche parole noi lettori veniamo presi in giro, ma questo è solo il problema minore. Gli articoli dei media europei e americani che riportano notizie non veritiere sulle persecuzioni delle persone LGBT vengono usati dalle forze omofobiche come la prova del fatto che l’omosessualità sia un vizio che l’Occidente starebbe cercando di esportare nel resto del mondo, anche con l’inganno, anche con falsità. Insomma, un’informazione scorretta rafforza la propaganda omofobica e mina pericolosamente la credibilità di chi opera invece per il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali e transgender. Offrire un’informazione trasparente e veritiera non solo dovrebbe essere un ovvio dovere deontologico, ma anche e soprattutto è il modo migliore per aiutare, invece che danneggiare, le persone LGBT in contesti fortemente omofobici.

La responsabilità di tutto ciò, tuttavia, non va attribuita esclusivamente a chi offre informazione, perché, come in ogni altro campo, l’offerta dipende molto anche dalla domanda: più i lettori leggeranno e condivideranno poco le notizie provenienti dal mondo non occidentale, più l’occhio dei giornalisti su Asia e Africa sarà disattento e tenderà all’esotismo e al razzismo; più le persone snobberanno le storie relative alle transgender più i media daranno loro poca importanza; più il pubblico si accontenterà di vedere solleticato l’istinto allo scandalo e all’indignazione, invece di pretendere notizie corrette e veritiere, più la qualità media dell’informazione che gli verrà fornita sarà scadente.

Chi produce informazione dovrebbe sempre applicare le regole basilari di verifica delle fonti e, quando commette un errore (fatto del tutto normale anche per chi ci mette più impegno e più buona fede), dovrebbe ammetterlo con trasparenza. Chi consuma informazione dovrebbe sempre fare pressione sui media e capire l’importanza pratica anche di gesti apparentemente banali come scegliere cosa leggere e cosa condividere sui social network. In questo modo ognuno potrà contribuire a costruire un’informazione più seria e veritiera, meno vittima di pregiudizi e di sensazionalismi, che non ci tratti da stupidi e che non danneggi persone vicine o lontane. E’ solo un’utopia o ci vogliamo impegnare sul serio?

 

Pier
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