Catalogna, lo strano caso di un nazionalismo gay-friendly

bandiera catanala rainbow e pubblicita del pride
Modelli della pubblicità del Pride su bandiera catalana

Nel contesto di un regime fortemente omofobo, dopo che il franchismo nel 1970 introdusse una legge sulla pericolosità e la riabilitazione sociale che condannava gli omosessuali al carcere, dove erano sottoposti forzatamente a terapie riparative, l’istituto di studio sulla sessualità Genus di Barcellona ebbe il coraggio di denunciare le leggi anti-gay con parole molto dure: “È inconcepibile che le leggi siano disposte in modo tale da favorire l’emarginazione di molti individui, piuttosto che promuovere la loro integrazione nel gruppo sociale”. È la testimonianza di un’apertura sociale importante e l’anno da cui partire è quello giusto, ma è altrove che conviene svolgere lo sguardo.

Il 1970, infatti, è l’anno di fondazione proprio a Barcellona del Movimiento Español de Liberación Homosexual (Movimento spagnolo di liberazione sessuale; MELH), il primo gruppo organizzato di omosessuali in Spagna. Il MELH non era un’associazione gay, ma un gruppo di omosessuali anti-franchisti dalla forte ideologia marxista che si occupava anche, ma non solo, di sessualità. La maggior parte di loro erano catalani e per loro la lotta marxista all’oppressione di traduceva tanto nella liberazione sessuale quanto nel nazionalismo, inteso come ribellione allo stato centrale fascista.

Collegamenti sociali

L’attivismo politico degli omosessuali di Barcellona, che non si limitava a battaglie “di nicchia”, rese naturale il collegamento tra il movimento LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e trans) e importanti attori sociali (sindacati, partiti operai, organizzazioni femministe, associazioni giovanili, eccetera): alla morte di Franco, nel 1975, la società catalana era pronta a sostenere le battaglie delle minoranze sessuali. Già il primo “orgull gai”, il Gay Pride locale, del 1977 fu un successo, con grande partecipazione sociale. Nel 1981 uno studio dell’Instituto Católico de Estudios Sociales (Istituto cattolico di studi sociali) scopriva che l’omosessualità “è una realtà accettabile per metà o più dei giovani. Possiamo dire che è un valore progressivamente assunto. Solo il 15% dei giovani la valuta negativamente”.

[per approfondire: World Pride Madrid, un milione in corteo e tanto altro]

E sin dai primi anni ’80 tutti i tre livelli di governo locale con sede a Barcellona (comune, provincia e Generalitat) iniziarono a sostenere politicamente e finanziariamente le associazioni LGBT, senza grosse differenze tra maggioranze di sinistra e di centro-destra: la doppia equazione sviluppata dai movimenti marxisti locali (“lotta all’oppressione = nazionalismo” e “lotta all’oppressione = lotta all’omofobia”) per proprietà transitiva aveva ormai dato vita a una terza equazione (“nazionalismo = lotta all’omofobia”) fatta propria anche dalle forze conservatrici catalaniste. Si spiegano così affermazioni come quelle fatte nel 2008 da Artur Mas, leader dei nazionalisti catalani di destra e allora presidente della Generalitat, secondo cui la comunità LGBT costituirebbe uno degli “appartamenti” della “grande casa del catalanismo”.

Nazionalisti gay-friendly

Gli ultimi 35 anni hanno visto così in Catalogna un susseguirsi impressionate di politiche pubbliche a favore di minoranze sessuali sempre meno discriminate, tanto che molte iniziative appaiono ridonanti, pleonastiche, puramente simboliche. A ben guardare, le politiche catalane dichiarano di combattere la discriminazione, ma servono anche e ormai soprattutto a ribadire un’identità politica collettiva, a giustificare il consenso sociale al sistema politico, a garantire coesione tra i diversi segmenti di una società ormai ampiamente multi-culturale.

È importante notare come la lotta delle forze politiche e delle istituzioni locali a favore dei diritti delle minoranze sessuali si strutturi in aperta contrapposizione con una visione, spesso caricaturale, del machismo spagnolo: il progressismo e l’apertura di Barcellona sono considerate prove della superiorità morale rispetto al bigottismo e alla chiusura di Madrid. Questa retorica è senza dubbio facilitata dal fatto che in Catalogna il Partido Popular (Partito popolare; PP) è allo stesso tempo l’unico ostile alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali) e il più lontano dalle posizioni del nazionalismo catalano.

Divisi sulla secessione

E allora come spiegare il relativo scarso entusiasmo del movimento arcobaleno nei confronti del referendum per l’indipendenza della Catalogna? Alcune associazioni hanno partecipato appassionatamente alla campagna elettorale, ma la maggior parte sono rimaste in un significativo silenzio o hanno protestato solo contro la repressione violenta del voto [Il Grande Colibrì]. Perché?

[per approfondire: Catalogna indipendente: le posizioni del movimento LGBT]

Probabilmente perché dal franchismo a oggi le cose sono molto cambiate. Risulta un po’ ridicolo sostenere che Madrid opprima Barcellona quando la Catalogna non solo gode di ampia autonomia, ma soprattutto è la regione più ricca della Spagna e una delle più ricche del pianeta. Come scrive il celebre politologo francese Jacques Rupnik sul Monde, “oggi la destra nazionalista catalana cerca di attingere all’antifranchismo della sinistra, ma negli ultimi 40 anni la Catalogna ha prosperato all’interno di una Spagna democratica e decentralizzata” (traduzione di Internazionale). E comunque la Spagna di oggi è uno dei paesi più LGBTQIA-friendly del globo, con politiche che fanno invidia a gran parte del mondo.

Risorge l’estrema destra

Questo non significa che in Spagna non si corra il rischio di fare pesanti passi indietro: come racconta Dos Manzanas, proprio “la profonda crisi politica che vivono la Catalogna e la Spagna sta mettendo le ali all’estrema destra”, con quello che sembra un implicito beneplacito del primo ministro Mariano Rajoy e dei popolari, tra le cui fila continuano ad esserci ex franchisti e nostalgici della dittatura. Il rafforzamento dell’estrema destra rappresenta ovviamente una preoccupazione per gli attivisti LGBTQIA della penisola iberica, al di là delle diverse posizioni sulle vicende catalane.

Alcuni episodi sono risultati particolarmente inquietanti in un paese all’avanguardia nella lotta all’omofobia: la sede di Catalunya Ràdio è stata assaltata al coro di “amici dei gay”, mentre in altre occasioni manifestanti contro la secessione hanno insultato gli indipendentisti a suon di “froci”. E La Vanguardia ha pubblicato su Twitter un video in cui tre poliziotti, con tutto un accompagnamento di gesti sessuali, parlano così di Oriol Junqueras, vicepresidente catalano strabico: “L’orsetto sta andando in prigione… Lo metteranno a quattro zampe… Gli aggiusteranno gli occhi”. Per Dos Manzanas questi episodi “sono un segnale: girarsi dall’altra parte, minimizzarli o persino ‘normalizzare’ l’estrema destra quando capita che sia dalla nostra parte avrà solo conseguenze nefaste”.

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

Scritto da
More from Pier

Atlante LGBT delle proteste globali – 5. La Russia

Un ragazzo gay risponde ad un annuncio su Internet, ma ad aspettarlo...
Leggi di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *