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Lo scorso giugno il Tribunale costituzionale di Santiago ha negato a una coppia di donne sposate in Spagna di vedere il proprio matrimonio riconosciuto in Cile, con cinque voti contrari contro quattro favorevoli alla richiesta delle due spose. Inoltre, alcuni giudici del Tribunale hanno usato un linguaggio denigratorio nei confronti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) nel motivare la loro sentenza.

Il giudice Cristián Letelier Aguilar ha spiegato che il suo voto contrario non discrimina le persone LGBTQIA, in quanto “una persona omosessuale può tranquillamente sposarsi in Cile, purché lo faccia con una persona del sesso opposto”. Letelier Aguilar ha inoltre definito il matrimonio tra persone dello stesso sesso come un matrimonio “sui generis”, paragonandolo ai “matrimoni con i bambini in Africa”. Per il giudice Miguel Ángel Fernández González, invece, permettere alle coppie dello stesso sesso di sposarsi avrebbe significato “la distruzione del matrimonio”.

Un passo indietro

Mentre molti paesi dell’America Latina hanno introdotto il matrimonio egualitario nell’ultimo decennio, la sentenza cilena va contro la recente dottrina del Tribunale costituzionale stesso e contro altre prese di posizione della Corte interamericana dei diritti umani (Corte IDH), che ha stabilito che non deve essere favorito nessun tipo di famiglia rispetto a un altro. Ma i giudici hanno distorto il parere della Corte IDH, affermando che questa non avrebbe specificato che i singoli stati debbano riconoscere uno stesso status legale alle coppie dello stesso sesso e alle coppie formate da persone di sesso diverso.

Questa sentenza mostra con evidenza il bisogno di un intervento da parte della politica: nonostante il Cile abbia approvato la legge sulle unioni civili nel 2015, una proposta per istituire il matrimonio egualitario è ferma in parlamento da tre anni.

Alessandro Garzi
©2020 Il Grande Colibrì
immagine: elaborazione da Takmeomeo (CC0)

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