Combattere l’HIV in Africa, tra omofobia e demonizzazione

donna keniana cuce nastro rosso contro hiv
Una donna keniana cuce il nastro rosso contro l'HIV

Da un capo all’altro dell’Africa, in qualche caso dalle leggi, in altri dalla disapprovazione sociale e più spesso da entrambi, l’omosessualità è stigmatizzata in modo così violento che perfino l’assistenza sanitaria delle persone colpite da malattie sessualmente trasmissibili è difficile e favorisce la diffusione dei virus (come quello dell’HIV) più di quanto non sarebbe normale aspettarsi. Le organizzazioni non governative (ONG) sanitarie che, tra mille difficoltà, lavorano in molti di questi paesi sanno quanto sia difficile convincere le persone a farsi curare e quanto leggi e governi, considerando la cura delle persone contagiate un incoraggiamento a comportamenti sessuali “inammissibili”, tentino in ogni modo di impedire l’azione delle ONG o di controllarle per poter mettere le mani sulle persone dalle abitudini sessuali “non tradizionali”.

Emarginazione e malattia

Una settimana fa ad Abidjan, in Costa d’Avorio, durante una conferenza stampa, il presidente della ONG Unico, Nicolas Vako, ha lanciato un accorato appello perché le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali) possano avere accesso alla sanità come tutte le altre. Partendo dall’osservazione che il tasso di diffusione dell’AIDS nelle minoranze sessuali è del 39% a fronte del 3,7% per il resto della popolazione, Vako ha spiegato che questi numeri nascono dal rifiuto, dall’isolamento, dallo stigma che circonda queste persone, costringendole a prostituirsi, il che innalza paurosamente per loro il rischio di contagio.

Il rifiuto sociale è accompagnato spesso da quello degli operatori sanitari, che non sono istruiti alla cura delle persone LGBTQIA o tossicodipendenti e, per questo, rifiutano di accettarle presso le proprie strutture. Ma “fintanto che questa emarginazione persisterà, il tasso di diffusione dell’AIDS continuerà a salire, soprattutto tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini” ha spiegato Vako, che ha anche annunciato una prossima conferenza internazionale sulla lotta all’AIDS e un prossimo comunicato per il 1° dicembre, che è la giornata mondiale contro l’AIDS [La Diplomatique d’Adibjan].

L’incontro di Lusaka

Ma l’intolleranza nei confronti delle persone LGBTQIA non mostra segni di cedimento. Domenica scorsa Zambia Daily Mail pubblica un trafiletto in cui si dà notizia di un incontro svoltosi a Lusaka tra il Southern Africa HIV and AIDS Information Dissemination Service [Servizio per la diffusione delle informazioni su HIV e AIDS in Africa meridionale; SAfAIDS] e rappresentanze provenienti da Malawi, Zambia, Zimbabwe, Sudafrica, Lesotho, Swaziland, Namibia e Botswana per esaminare le possibilità di accesso alle cure sanitarie della popolazione lesbica, gay, bisessuale, transgender e intersessuale in questi paesi.

La notizia esce senza commenti, in modo quasi asettico, come se fosse del tutto normale per lo standard del paese. Ma dai piani alti del giornale, probabilmente sollecitati a loro volta da qualche rappresentante del governo (o per compiacere questi ultimi), arriva prontamente l’invito a riprendere la notizia. E Zambia Daily News, il giorno successivo, torna sullo stesso tema attraverso un lungo commento editoriale, con toni tra l’apocalittico e lo scandalizzato. L’incontro raccontato normalmente il giorno precedente diventa una riunione clandestina, ma soprattutto si mette in rilievo che il piano di coloro che vi hanno partecipato è di curare, senza stigma sociale, le persone LGBTQIA e che questo significherebbe promuovere l’illegalità nel paese, dato che lo Zambia è uno dei numerosi stati africani che punisce l’omosessualità.

L’attacco della stampa

L’attacco alle ONG che hanno partecipato a questa riunione sediziosa è a tutto campo: chiedendo trasparenza alle organizzazioni che operano nel paese, il giornale ricorda che esse ricevono contributi pubblici (“enormi finanziamenti”) che sarebbe scorretto usare per giustificare o favorire pratiche illegali. Per essere sicuro di farsi capire, il commentatore (anonimo) ricorda che nelle sezioni 155, 156 e 157 del capitolo 87 del codice penale è prevista una pena da 5 a 14 anni di carcere per chi provi a compiere o venga colto a compiere atti sessuali “contro l’ordine della natura”. E, nel caso la legge non bastasse, viene ricordato che lo Zambia è una nazione cristiana e che la Bibbia proibisce l’omosessualità (viene citato solo il Levitico e stranamente ci si scorda di Sodoma).

In sostanza voler curare le persone che hanno una malattia sessualmente trasmissibile, anche a causa delle discriminazioni di cui sono vittime, significherebbe promuovere l’omosessualità (quindi il peccato e l’illegalità) nel paese. Mentre nello Zambia, conclude il commento “le istituzioni sanitarie forniscono servizi a chiunque necessiti di assistenza. Non c’è alcuna disposizione per un’attenzione separata o speciale per coloro che vanno contro l’ordine della natura”. Amen.

 

Michele
©2017 Il Grande Colibrì

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