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1200. È questo, all’incirca, il numero dei braccianti che abitano i ghetti e le tendopoli della Piana di Gioia Tauro.  Lì dove manca davvero tutto (in molti casi perfino acqua e corrente elettrica), uomini e donne di ogni età e provenienza mettono a rischio la loro stessa incolumità per portare frutta e verdura sulle nostre tavole. Con l’espandersi del COVID-19, le loro esistenze si sono fatte ancora più insicure e precarie. Lo denunciano le associazioni umanitarie impegnate ad assisterli, i sindacati fin da subito scesi in campo e un attivista che ha fatto della difesa dei diritti degli ultimi la sua più importante battaglia.

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Aboubakar Soumahoro

Sapete cosa non deve mai fare un pugile? Non deve mai abbassare la guardia. E, più importante ancora, non deve farsi mettere all’angolo“. Nel suo primo libro, “Umanità in rivolta” (Feltrinelli 2019, 13 €), Aboubakar Soumahoro ci tiene subito a mettere le cose in chiaro. Di pugni ne riceverai tanti, ma non per questo devi arrenderti. Non per questo devi lasciare che l’avversario ti metta all’angolo. Vale per il ring; vale ovviamente anche per la vita. Quella vita che lui ha trascorso e trascorre ancora in mezzo agli ultimi, quelli che, come ha detto, “si spaccano la schiena quotidianamente per portare cibo sulle vostre tavole anche se le nostre ne sono prive“.

Di lui dicono che sia un uomo coraggioso. Un vero leader. Uno dei volti più noti del sindacalismo radicale. Per quanto lo riguarda, lui si sente semplicemente un essere umano fra i tanti. “Il valore non è la mia presenzaha spiegato durante una sua recente apparizione al Festival di Letteratura Italiana a Londra – ma quella di tutte le persone che sono venute a condividere questa esperienza con noi, che hanno cercato di rimettere al centro la condizione delle persone, e così facendo hanno mostrato l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione che è l’emigrazione“. Ecco, il vero centro di interesse sono, e dovrebbero sempre essere, le persone e i loro diritti. Gli stessi che in questi giorni difficili rischiano di finire ulteriormente vilipesi e calpestati.

uomo nero maglia strisceSenza protezioni

Siamo Paola, Abdul, Michele, Mamy, Patrizia e tanti altri braccianti invisibili, zappatori dimenticati e raccoglitori derelitti della frutta e della verdura che trovate sulle vostre tavole“: comincia così il messaggio che in questi giorni sta facendo un grande parlare. Comparso sulla piattaforma di crowdfunding GoFundMe, è balzato agli onori della cronaca anche grazie al toccante messaggio audio-video registrato proprio da Soumahoro e da alcuni suoi compagni, tutti impegnati a garantire la presenza di cibo necessario a sfamare “tante persone, tra cui medici e infermieri in trincea“.

Tutti ugualmente privi di qualsivoglia protezione che li preservi dal pericolo di contagio. “Lavoriamo senza guanti, senza mascherine e senza distanziamento – sottolineano i promotori della raccolta fondi – Per molti di noi non ci sono sussidi, congedi o cassa integrazione. Per noi ci sono solo gli stenti del duro lavoro e le malattie respiratorie, osteomuscolari, gastrointestinali. E ora anche il terrore del coronavirus“.

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Disinformazione e rabbia

Le difficilissime condizioni di vita, unite alla pressoché totale mancanza di informazioni, a lungo andare porta a conseguenza drammatiche. È ciò che denunciano alcune associazioni che da anni operano e portano aiuto e sostegno ai braccianti della Piana di Gioia Tauro, colpevoli secondo il vicepresidente della Regione Calabria, il leghista Nino Spirlì, di aver rifiutato in modo violento i pasti a loro donati. “È opportuno ricordare che i destinatari delle dichiarazioni del vicepresidente della Regione Calabria sono dei lavoratori di norma sfruttati” spiegano i firmatari del documento, sottolineando come il passaparola alimentato dalla scarsissima informazione fornita dalle istituzioni abbia contribuito ad alimentare confusione e rabbia.

Se non si garantiscono innanzitutto condizioni di vita che permettano di proteggere la propria salute e quella della collettività – chiosano ancora gli attivisti – è inevitabile aspettarsi delle rivendicazioni in merito alla loro condizione di vita che possano aumentare la tensione sociale, anche di fronte ad iniziative animate da buoni propositi“. Meglio fare un passo indietro, riflettendo magari prima sulle terribili condizioni in cui versano i braccianti. E sulla quasi totale mancanza di informazioni fornite da governo e istituzioni, a cui fortunatamente hanno supplito (e suppliscono tutt’ora) l’attenzione e l’impegno di numerosissimi volontari.

Nicole Zaramella
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazione da Kabai Ken (CC BY-SA 4.0) / Il Grande Colibrì

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