Rosarno, la rabbia, mio padre e quel colore arancione

arance simbolo di sfruttamento del lavoro
Le arance simboleggiano ormai il lavoro sfruttato

Mio padre ha conosciuto Rosarno, la raccolta delle arance, la ‘ndrangheta. Mio padre ha conosciuto la condizione di migrante, il lavoro in nero, un misero salario, lo sfruttamento, la paura, la povertà, la solitudine, la rabbia, la nostalgia. Mio padre ha conosciuto le lunghi notti passate a dormire sulle panchine dei cimiteri, dei parchi pubblici e il sapore di quell’arancia tanto amata e odiata. Mio padre ha conosciuto le prime baracche e quelle chiamate mensili ai suoi cari.

Diciotto, diciannove, venti, ventuno… I primi anni di mio padre in Italia sono di un colore arancione. L’arancione, un colore caldo, vivace come quell’età e le sue aspettative. Non posso non pensare a quell’età e a me, ora, con i miei 22 anni.

Non parla mai di questo. So così poco di lui. Conosco mio padre grazie alle parole di mia madre, al suo modo di descrivere il suo passato, le parole che usa per parlarmi di lui. Con lei si è confidato, dicendo tutto oppure omettendo. Vedo orgoglio, per quello che è adesso, e vergogna, per quello che è stato.

Eppure è lì, seduto davanti a me, e mentre parlavamo di lui, non una parola è uscita dalla sua bocca. Un’assenza. La mente viaggia, indaga. Voglio capire, ma non c’è risposta. C’è dolore e nessuna voglia di parlare di quel passato. Capisco che c’è molto altro. Capisco anche che alcune parole non usciranno mai fuori. Lo capisco, torno in silenzio in camera mia perché lo capisco.

Said, mio padre.

Mio padre arrivò in Italia, con un visto da turista, nel lontano 1988. Aveva 18 anni. Prese un aereo fino a Tunisi e da lì una nave fino a Trapani. Trapani. Palermo. Siracusa. Rosarno. Reggio Calabria. Napoli. Caserta. Roma. Perugia. Bologna. Mantova. Padova. Rimini. Cesena. Riccione. Ravenna. Pesaro. Fano. Fino alla meta finale, Fossombrone. Citando il famoso poeta: “Questi sono i miei fiumi“. Anche se non c’è Isonzo, non c’è Senna, non c’è Nilo, non c’è Serchio. Eppure c’è l’Isonzo, c’è il Nilo, c’è la Senna, il Serchio…

Mio padre non si è fermato a Eboli, non voleva più la ruralità. Per lungo tempo dormì nei giardini pubblici, nei cimiteri o in spiaggia. Faceva l’ambulante e raccoglieva frutta e verdura. Pochi mesi dopo il suo arrivo, gli dissero che suo padre, Driss, era morto dopo una caduta da cavallo, ma c’è chi dice che sia morto di crepacuore. Ho scoperto questo fatto solo due anni fa.

Il nonno di mio padre, Si Miludi, era un imam e aveva una casa/moschea. Sapeva leggere e scrivere. Era uno scrivano e maestro coranico. Mio nonno, Driss, imparò da lui a leggere e a scrivere. Era un proprietario terriero. Aveva mucche, cammelli, pecore, cavalli e così via. Mio nonno era figlio unico, un’anomalia araba, e paradossalmente non insegnò mai a mio padre a leggere e a scrivere. Mio nonno aveva un amore sterminato per mio padre, tanto possessivo che se lo tenne tutto per sé, mentre mandò altri figli a scuola.

Mio padre, per una serie di motivi burocratici, non poté ritornare in Marocco per il funerale di mio nonno. Tornò dopo quasi 2 anni. Mio padre è un estremista, sì, ma del lavoro. Uno stakanovista. Un lavoratore onesto. Non si è mai fermato. Nel 1993 incontrò per le scale di una palazzina di Casablanca mia madre. Il fratello di mia madre e la sorella di mio padre, abitavano nello stesso palazzo. Dopo un anno si sposarono. Pochi anni dopo, nacqui io.

Vedete, quello che sta accadendo in questi giorni a Rosarno mi fa pensare a lui, mio padre, e alla sua storia non raccontata ma molto simile a quella di molti altri. Soumalia Sacko ha avuto la forza di raccontarsi, di lottare per rimanere a galla, di lottare perché è giusto farlo. Soumalia Sacko è stato ucciso perché ha raccontato, ha parlato, ha lottato. Gioie e dolori. Forse mio padre non lo farà mai, forse il coraggio o le parole saltano una generazione o due. O forse, semplicemente, tocca a me raccontare.

Anas Chariai
©2018 Il Grande Colibrì
foto: PxHere (CC0 1.0)

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