Temono per la propria salute e anche per la propria privacy: nel Giappone impegnato a fronteggiare l’espandersi del nuovo coronavirus, molti giovani appartenenti alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) hanno espresso tutta la loro preoccupazione per le conseguenze che le misure di contenimento messe in campo dal governo potrebbero avere sulle loro vite.
Lo rivela un recente sondaggio condotto da Marriage For All Japan (Matrimonio per tutti in Giappone), un’associazione nata nel 2019 allo scopo di promuovere i diritti delle persone LGBTQIA e che si batte per l’introduzione di una legge sul matrimonio egualitario. E lo ribadiscono gli attivisti, che invitano il governo a non sottovalutare il rischio che le norme anti-COVID-19 diano origine a un terribile e pericoloso outing di massa.
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Misure drastiche
Come molti altri paesi del mondo, nelle ultime settimane anche il Giappone ha cominciato ad adottare misure sempre più stringenti per arginare l’epidemia causata dal nuovo coronavirus. Se inizialmente il lockdown aveva riguardato solamente Tokyo e le sei prefetture di Kanagawa, Chiba, Hyogo, Osaka, Saitama e Fukuoka, a partire dal 16 aprile scorso le misure di quarantena sono state estese all’intero stato asiatico, le cui attività rimarranno ferme fino al prossimo 7 maggio. Si tratta di restrizioni forti, che si prevede avranno conseguenze non indifferenti sull’economia nipponica, ma che risultano ancora più insidiose per chi – oltre al virus – teme anche di veder violata la propria intimità.
Per scongiurare il rischio di diffusione del COVID-19, che nelle ultime settimane ha già contagiato quasi 14mila giapponesi, il premier Shinzo Abe ha infatti dato il via a una serie di controlli particolarmente approfonditi, che consentirebbero in sostanza di individuare i luoghi e le persone frequentati dai pazienti risultati positivi al virus.
Controllo senza diritti
Le norme, che hanno ovviamente il pregio di risultare utili nella lotta all’infezione, costituirebbero un serio pericolo per i membri della comunità LGBT+ non dichiarati, che temono comprensibilmente le reazioni dei familiari come anche dei loro datori di lavoro. È questo il caso di un 34enne di Fukuoka, terrorizzato all’idea che le norme anti-coronavirus facciano emergere la sua relazione con un uomo, mettendolo in cattiva luce agli occhi di capo e colleghi.
Diverse, ma non per questo meno importanti, le preoccupazioni che affliggono le coppie come quella formata dal giovane Kohei Inagaki e dal suo partner. Nonostante la loro unione civile sia legalmente riconosciuta dalla prefettura di Saitama, i due ragazzi non godono degli stessi diritti di una coppia etero e devono fare i conti con una serie di ostacoli davvero incredibili, come l’impossibilità di ricevere informazioni circa le condizioni di salute del coniuge in caso di ricovero e il divieto assoluto di essere coinvolti in decisioni riguardanti i possibili trattamenti sanitari da effettuare.
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Salute senza rispetto
Altrettanto complessa e dolorosa la situazione delle coppie LGBTQIA con figli, che si sono viste negare la possibilità di chiedere e ottenere l’indennizzo offerto dal governo a tutti (o quasi) quei genitori che hanno dovuto lasciare il lavoro per badare ai piccoli durante il periodo di chiusura delle scuole. “Sono molte le coppie LGBTQIA che ne hanno fatto richiesta, senza sapere che per noi non era previsto alcun sussidio – ha sottolineato amaramente Haru Ono, che insieme alla sua compagna sta crescendo tre bambini – Vorrei davvero che le decisioni del governo fossero state più chiare“.
“Siamo perfettamente coscienti che le misure prese dal governo sono necessarie per garantire la sicurezza di tutti i cittadini – ha dichiarato Gon Matsunaka, attivista LGBTQIA in prima linea per i diritti delle minoranze – Tutto quello che chiediamo è il rispetto per la privacy e la dignità dei soggetti più vulnerabili, che andrebbero protetti e sostenuti con attenzione particolare“.
Nicole Zaramella
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