Tra moda e tradizione: la cultura agender in Giappone

giovani giapponesi agender in strada a Tokyo
Giovani giapponesi agender per le strade di Tokyo

Sono un’antropologa e sono cresciuta in Giappone, dove ho vissuto, non continuativamente, per 22 anni. Eppure ogni volta che visito il quartiere Harajuku a Tokyo resto sorpresa: gli stili stravaganti ideati da giovani adulti modaioli creano una specie di teatro di strada, con le stradette affollate che diventano le passerelle per adolescenti dell’abbigliamento tanto colorato e fantasioso da ricordare i pavoni.

Le boutique sono piene di cosmetici e prodotti di bellezza rivolti indifferentemente a maschi e femmine e spesso è difficile distinguere il genere dei passanti. Considerato che un aspetto genderizzato (“femminile” o “maschile”) spesso – ma non sempre! – rivela il sesso di una persona, la recente moda giapponese degli stili “agender” (senza genere) può confondere alcuni visitatori: la persona che è appena passata era una donna o un uomo?

Anche se il look gender bender (cioè che trasgredisce le regole tradizionali dei ruoli di genere; ndt) attira in egual misura le ragazze e i ragazzi giapponesi, i media si sono generalmente focalizzati sui giovani maschi che si truccano, si tingono i capelli, scelgono acconciature femminili e indossano vestiti androgini. Intervistati nel video qui sotto, questi maschi agender insistono sul fatto che non solo non stanno cercando di farsi passare per donne, ma non sono neppure per forza tutti gay.

A volte, quando si documenta il look agender del Giappone di oggi, si tende a trattarlo come se fosse un fenomeno contemporaneo, ignorando la lunga storia giapponese di sessualità sfocate e di pratiche gender bender.

Sesso senza sessualità

Nel Giappone premoderno gli aristocratici spesso correvano dietro ad amanti maschi e femmine [Monumenta Nipponica]: la letteratura classica raccontava i loro incontri sessuali. Per loro il sesso biologico delle loro prede era spesso meno importante dell’obiettivo della caccia: la bellezza trascendentale. Molti samurai e shogun (dittatori militari) avevano una moglie principale con il fine di procreare e di stringere alleanze politiche, ma si godevano anche legami con giovani amanti maschi più giovani [cfr. “Male Colors: The Construction of Homosexuality in Tokugawa Japan” (Colori maschili: la costruzione dell’omosessualità nel Giappone dei Tokugawa”) di Gary Leupp, University of California Press 1997].

Solo dopo la formazione di un esercito moderno alla fine dell’Ottocento, furono scoraggiati questi atti omosessuali, centrali nell’ethos dei samurai. Per un decennio, dal 1872 al 1882, la sodomia tra uomini fu persino criminalizzata [cfr. “Colonizing Sex: Sexology and Social Control in Modern Japan” (Colonizzare il sesso: sessuologia e controllo sociale nel Giappone moderno) di Sabine Frühstück, University of California Press 2003]. Tuttavia fino a quel momento in Giappone non c’era nessuna legge che vietasse le relazioni omosessuali.

È importante sottolineare che, fino a tempi molto recenti, gli atti sessuali in Giappone non erano collegati all’identità sessuale. In altre parole, gli uomini che facevano sesso con altri uomini e le donne che facevano sesso con altre donne non si consideravano gay o lesbiche. L’orientamento sessuale non era né politico né politicizzato in Giappone fino a poco tempo fa, quando è emersa un’identità gay nel contesto dell’attivismo contro l’HIV/AIDS negli anni ’90. Oggi ogni anno ci sono marce del Gay Pride nelle principali città, come Tokyo e Osaka.

In Giappone le relazioni tra bambini e adolescenti dello stesso sesso sono state per lungo tempo considerate – e sono ancora considerate [cfr. “Takarazuka: Sexual Politics and Popular Culture in Modern Japan” (Takarazuka: politica sessuale e cultura popolare nel Giappone moderno) di Jennifer Robertson, University of California Press 1998] – come una normale fase dello sviluppo.

Da un punto di vista culturale, queste relazioni non sono viste di buon occhio solo quando interferiscono con il matrimonio e con la conservazione della discendenza della famiglia. Per questo motivo, molte persone hanno relazioni omosessuali quando sono giovani, poi si sposano e fanno figli; alcune di loro tornano più tardi ad avere relazioni omosessuali dopo avere soddisfatto questi obblighi sociali.

Travestitismo controverso

Come le relazioni omosessuali, anche il travestitismo ha una lunga storia in Giappone. Le prime testimonianze scritte risalgono all’VIII secolo e includono storie di donne che si vestivano da guerrieri. Nel Giappone premoderno ci sono stati anche casi di donne che si facevano passare per uomini sia per rigettare i confini stabiliti per la femminilità sia per trovare lavoro in mestieri dominati dagli uomini.

tre modern girl a ginza in giappone nel 1928
Tre moga (1928)

Un secolo fa le “modern girls” (ragazze moderne), o “moga”, erano giovani donne che sfoggiavano capelli corti e pantaloni, attirando l’attenzione (di solito negativa) dei media, mentre gli artisti le dipingevano come icone della moda. Alcuni disturbatori le chiamavano “garçons” (ragazzi), un insulto per dire che le consideravano poco femminili e per nulla attraenti. Il genere, a quei tempi, era considerato come un gioco a somma zero: se le femmine stavano diventando più mascoline voleva dire che i maschi si stavano effeminando.

Questi timori si fecero strada nei teatri. Per esempio, il varietà Takarazuka, con protagoniste solo femminili, è un teatro d’avanguardia fondato nel 1913 e tuttora molto popolare. Le donne recitano anche i ruoli maschili, cosa che all’inizio del Novecento scatenò discussioni infuocate, che continuano ancora oggi, sulle donne “mascolinizzate” sul palco e sull’influenza che potrebbero avere sulle donne fuori dal palco.

Tuttavia i maschi agender di oggi non sono solo travestiti del fine settimana, al contrario vogliono infrangere le norme esistenti che dicono che gli uomini dovrebbero vestirsi e comportarsi in un determinato modo. E chiedono: perché solo le ragazze e le donne dovrebbero poter indossare le gonne o mettersi il rossetto e l’ombretto? Se le donne possono mettersi i pantaloni, perché gli uomini non dovrebbero potersi mettere le gonne?

In realtà l’aggettivo “agender” è fuorviante, perché questi giovani uomini non sono per nulla “senza genere”, ma stanno reclamando tanto la femminilità quanto la mascolinità come stili da indossare nella loro vita quotidiana.

copertina di una rivista con personaggio haikara
Caricatura di haikara

A questo proposito, gli uomini chiamati “agender” hanno corrispondenti nella storia: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, gli haikara (ハイカラ , colletti alti) erano uomini cosmopoliti che si mettevano la cipria e portavano con sé fazzoletti profumati, stando meticolosamente attenti al proprio aspetto occidentalizzato. Un critico, invocando gli atteggiamenti di genere a somma zero dell’epoca, si lamentava che “alcuni uomini si dedicano al trucco più delle donne”. Gli opinionisti conservatori deridevano gli haikara come “effeminati” in virtù del loro stile “non giapponese” [The Journal of Japanese Studies].

Dall’altro capo dello spettro della mascolinità c’erano i bankara (蛮カラ, colletti primitivi), uomini nazionalisti che indossavano geta (下駄, zoccoli di legno) per completare le loro uniformi scolastiche di stile militare. Ironia della sorte, come i loro predecessori samurai, e diversamente dai vanitosi haikara, i machi bankara si dedicano a rapporti omosessuali.

La bella gioventù giapponese

La maggiore fonte di ispirazione contemporanea per i maschi agender di oggi è probabilmente tutta una serie di famose boy band androgine, come SMAP, Johnny’s West o Sexy Zone, tutte istruite e promosse dalla Johnny & Associates Entertainment Company, la più grande talent agency maschile del Giappone.

Per questo tipo di maschi adolescenti formati da Johnny & Associates esiste una parola, “bishōnen” (美少年, bella gioventù), che è stata coniata un secolo fa per descrivere i giovani uomini che, grazie a genere e orientamento sessuale ambigui, attraevano le donne e gli uomini di ogni età.

In modo simile, il Visual Kei è un genere di musica glam-rock e punk degli anni ’80 con artisti bishōnen con costumi e pettinature esuberanti e gender bender [Wikipedia]. Nella sua nuova incarnazione del XXI secolo come Neo-Visual Kei, l’enfasi sull’androginia è persino più marcata, come mostra la prolifica carriera della pop star androgina Gackt, che ha fan in tutto il mondo.

Dal momento che la parola “agender” è fuorviante, un termine migliore potrebbe essere “ultragender”, nel senso che questi giovani uomini, soprattutto a Tokyo, insistono sul proprio diritto di presentarsi ed esprimersi in modi che contraddicono e superano la mascolinità tradizionale. Durante la lunga storia culturale del Giappone, ci sono state molte cose che erano – e sono – assolutamente nuove. Ma i maschi agender non figurano tra loro.

 

Jennifer Robertson per The Conversation
docente di antropologia e storia dell’arte all’Università del Michigan
traduzione di Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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