Diritti alle Europee 2014: l’arcobaleno o la tempesta?

Per capire l’importanza di queste elezioni per il Parlamento europeo (in Italia si vota domenica 25 maggio dalle 7 alle 23) forse conviene guardare non solo all’interno dell’UE, ma anche al suo esterno. Volgendo lo sguardo soprattutto verso est. Se i media raccontano spesso e volentieri la sfida militare della Russia in Ucraina e la sfida economica della Cina, è molto più ridotto lo spazio dedicato alla riflessione sulla sfida politica, culturale e sociale di questi due paesi. E questa riflessione riguarda tutti, comprese le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender): da questo punto di vista, se impressiona come il neo-imperialismo russo abbia assurto una retorica e una pratica omofobica a pilastri fondamentali della propria ideologia (ilgrandecolibri.com), anche il modello cinese, in cui qualsiasi diritto può essere sacrificato in nome della crescita economica, dovrebbe suscitare allarme.

Di fronte a queste sfide, l’Unione Europea quale idea segue, per quale idea combatte? Nel proporre questa domanda, mi tornano in mente alcune parole scritte anni fa dal nostro collaboratore algerino Azhar: “Da noi si parla dell’Europa, non per la sua storia, la sua gloria, il suo sviluppo o la sua economia o i suoi mari, ma per la sua ‘giustizia’. Si dice che ‘mentre i paesi arabi sono noti per la misericordia, l’Europa è il paese dei diritti‘. Mi disse mio padre che gli europei sono giusti e danno quel che è di Cesare a Cesare” (ilgrandecolibri.com). E mi vengono in mente le storie di tanti amici che si sono rifugiati in Europa, nel “paese dei diritti”, per sfuggire non solo alla fame e alla guerra, ma anche alle persecuzioni religiose o sessuali, alla negazione delle loro libertà e della loro dignità.

Sicuramente l’Unione Europea non è mai stata un paradiso di perfezione, ma ha comunque rappresentato un punto di riferimento, uno sprone, una speranza per chi sognava un mondo di pace, di diritti, di uguaglianza e di solidarietà. Lo ha rappresentato ieri, ma lo rappresenta ancora oggi e lo rappresenterà ancora domani? Mentre la Russia si è messa alla testa di un movimento globale tradizionalista ed omofobico (ilgrandecolibri.com) e la Cina, seminando generosamente investimenti nel sud del mondo, raccoglie consensi crescenti, l’Europa si chiude nelle proprie paure, si smarrisce, si tradisce. E insegue.

Con lo sfondo di uno stato sociale in rottamazione, di una solidarietà denigrata come debolezza buonista, la xenofobia è stata sdoganata ormai da tempo ed è diventata una miniera da cui hanno estratto a forza voti e facile consenso tutti i partiti di destra e troppi partiti di sinistra. E a ruota (“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari…“), l’omofobia ha rialzato la testa: mentre alcuni paesi europei hanno fatto progressi incredibili nel riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, aumentano i consensi per alcune forze politiche omofobiche, le leggi russe contro la “propaganda gay” sono proposte in alcuni stati membri dell’Unione, la lotta alla discriminazione omofobica non sembra più essere una prerogativa essenziale per avvicinarsi all’UE  (ilgrandecolibri.com).

Sarebbe ingiusto ed esagerato affermare che l’esempio seguito dall’Unione Europea sia l’Ungheria, stato membro dove il governo populista di destra non nasconde il proprio odio nei confronti di ebrei, rom e omosessuali, ma l’Europa oggi è pronta a costruire con determinazione un progetto di convivenza tra popoli e persone che sia diametralmente opposto? Qualcuno in Europa è pronto a farlo?

Forse l’amara realtà è che le principali forze politiche del continente non hanno nessun progetto da proporre. Non è un problema solo dei cosiddetti populisti e delle loro recriminazioni miopi, delle loro soluzioni ristrette per problemi vastissimi, del loro ridurre giuste rivendicazioni in attestati di purezza meschini e fasulli (“Le leggi per i matrimoni gay le abbiamo proposte solo noi“), del loro sprofondare, in  troppi paesi, nella melma del nazionalismo e del fascismo. Il problema è anche delle forze politiche “tradizionali”, che, imbarazzate, cercano di nascondere le proprie scelte fallimentari dietro il dito dell’inevitabilità tecnocratica, invocano l’Europa per i doveri e mai per i diritti, si avventurano in populistiche promesse da marinaio (qualcuno ha visto le famose civil partnership?).

Ma è ancora troppo presto per suonare la marcia funebre del sogno europeo. Il “paese dei diritti” vive un malessere profondo, ma ancora non è morto. Per rianimarlo servirebbe una cura forte e coraggiosa, ampia e generosa, in cui la democrazia formale sia preservata negli atti e nelle parole e quella sostanziale sia rafforzata, in cui la solidarietà materiale e ideale tra i popoli e le persone sia rilanciata, in cui i diritti politici, sociali e civili di tutti acquistino una rinnovata centralità. E in cui l’idea di Unione Europea sopravviva, perché, nonostante gli strali contro Bruxelles, i fallimenti dell’Europa sono stati legati non al progetto di integrazione, ma agli egoismi dei governi nazionali (coloro che davvero tirano i sassi, anche quando poi additano la mano delle istituzioni comunitarie).

Per questo domenica ogni cittadino dovrebbe assumere le proprie responsabilità. Ogni cittadino dovrebbe andare a votare scegliendo tra i diversi programmi elettorali (uaar.it, ad esempio, li ha analizzati relativamente ai temi laici: L’altra Europa con Tsipras fa il discorso più completo, il Partito Democratico balbetta, il Movimento 5 Stelle tace, la destra dice cose vergognose). Ogni cittadino, poi, dovrebbe sfruttare la possibilità di esprimere le preferenze e di scegliere i singoli candidati (l’encomiabile campagna di Arcigay “A far l’Europa comincia tu” – cominciatu.eu – ha raccolto l’adesione personale di moltissimi candidati ad una piattaforma programmatica LGBT-friendly: stravincono L’Altra Europa con Tsipras e il M5S).

Ogni cittadino, infine, nella cabina elettorale come altrove, non dovrebbe mai chiudersi nei propri interessi: se vogliamo che l’Europa sia il “paese dei diritti” dobbiamo costruirla ogni giorno pretendendo i nostri diritti tanto quanto i diritti degli altri.

 

Pier
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