Essere comunità tra identità e senso di appartenenza

Charles Taylor nel suo “Il disagio della modernità” (1991), pur considerando scontato che ogni identità si possa formare nel rapporto ideologico con l’altro, insisteva che questa non era una novità, anzi costituiva fondamento della società moderna.

In tutto questo, inedita diviene la caratteristica dello spostamento dell’attenzione dalla richiesta di riconoscimento alla condizione o alle condizioni per cui il riconoscimento stesso non si verifica. Di fatto, per dirla con lo stesso Taylor: “proiettare su un altro un’immagine inferiore o avvilente può avere, nella misura in cui viene interiorizzata, un serio effetto di distorsione o di oppressione“. Ora, se il riconoscimento presuppone la differenza, quest’ultima può sicuramente tradursi in un orizzonte di significati diversi salvo ricondurli a qualcosa di condiviso.

Del resto non sembra essere una novità il riportare alla figura dell’altro molti dei problemi che affliggono l’umanità occidentale contemporanea. A tal proposito Paul Ricouer affermava in un’intervista (2004): “Il confronto con l’altro può essere avvertito come una minaccia soprattutto quando lo stesso viene percepito come un pericolo per l’identità collettiva e per l’identità individuale“.

Lo stupore è ammesso ma dobbiamo altresì ammettere, allora, che esiste una fragilità identitaria al punto da non poter sopportare e/o tollerare che quel che definiamo altro abbia dei modi diversi dai nostri di organizzare e comprendere la propria identità. E’ così. Sono appunto le umiliazioni, le ferite del corpo o dell’anima, quelle che lambiscono la stima di se stessi, frutto della mancata accettazione dell’alterità, a traghettare dall’accoglienza al rigetto, all’esclusione del rapporto che il sé intrattiene con l’altro.

Questa incapacità di mettersi in rapporto con l’altro genera le forme di violenza che vanno dall’intolleranza fino alle guerre passando per ogni forma di meschino “odio“. Una violenza apparentemente insensata, un mix di aberrazioni di cui si è spesso testimoni. Le responsabilità sono diffuse e profonde. L’altro genera in me l’inquietudine di una malattia sconosciuta che assorbe le mie difese e m’invade.

Questa situazione ovviamente si amplifica nel momento del mancato riconoscimento di me stesso nell’altro, ma assume nel dibattito odierno una grande attenzione sui temi della sessualità. Infatti, le preferenze sessuali rendono ancora più tragico il mancato specchiarsi nell’altro. E per altro qui s’intende quasi sempre ciò che non restituisce l’immagine dipinta dai canoni tipici dell’eteronormatività.

Il secondo aspetto è il rapporto tra comunità e religione. Una religione che, da un lato, diviene morale, forza di riscatto e di opposizione ma, d’altro canto, può essere vista come momento di assoluta aggressione, censura e limitazione delle coscienze. Nonostante la secolarizzazione, l’evoluzione moderna, infatti, non ha dimenticato la valenza della religione e il pensiero, l’intelletto non ha messo nell’angolo la forza di credenze e pratiche.

Ma questo è un bene o un male? Quando ripenso alla forza distruttiva del potere religioso, alla rinnovata energia conservatrice che ne deriva, quando immagino quello che di più sconvolgente viene partorito dalle menti ecclesiastiche nei confronti della “diversità” o della sessualità contraria all’imposizione normativa voluta dall’eterosessismo, cerco di voler comprendere quale ruolo può attribuirsi alla religione oggi, qui e ora.

Mi sembrano profetiche le parole di Robert Bellah che, guardando alla storia degli Stati Uniti, auspicava una sorta di religione civile, un momento che supera le fasi religiose moderne e assiali (per intenderci quelle nel segno della trascendenza) per porsi il problema di andare oltre la trascendenza e di preoccuparsi della salvezza non solo di santi e monaci ma dell’uomo visto nei suoi momenti di vita ordinaria. Quell’idea nasceva sebbene lo stesso Bellah vedesse, nel patto fondativo degli Stati Uniti (il nuovo Israele) due momenti di tradimento: il genocidio degli indiani d’America e la schiavitù dei neri. Nonostante questo per Bellah la religione poteva uscire dalla confusione tra momenti terreni e trascendentali per lasciare spazio ad un ruolo pubblico che andasse oltre l’immanentismo.

Questa visione, ovviamente, ridona forza e vigore (come ahimè sperimentiamo nel grande e diabolico rapporto politico-cattolico che caratterizza il nostro Stato) e abbandona quella perdita d’importanza che sembrava essersi avuta col passaggio ad una forma di privatizzazione, individualismo della società. La descrizione di Bellah mal si adatta alla descrizione del ruolo anzidetto, che coincide in parte con un bisogno di religione civile e che viene continuata e ampliata anche da Josè Casanova fautore del ritorno della dimensione istituzionale, collettiva della religione stessa e, dunque, con un confronto ed una rivalutazione pubblica della medesima.

E chissà se aveva ragione William James che, guardando al cristianesimo, ha visto una religione di “anime ammalate“, ossia un insieme di persone ossessionate dalla vanità delle cose (mortali) e dalla bellezza dell’universo ma anche dal timore del peccato. E se allora la secolarizzazione e la privatizzazione della religione e della perdita d’importanza nella sfera pubblica non fosse altro che un’ideologia, dovremmo credere a James che vede un rinnovato spirito di ruolo critico svolto dalle religioni nonostante i limiti dello strabordare del medesimo potere soprattutto in tema di diritti civili quali l’aborto, l’eutanasia, la sessualità.

Queste sono le tracce che denotano una presa di potere pubblico della religione che è il ruolo anticipato da Bellah ma che in certi momenti diviene strumento di politica e condizionamento delle coscienze, soprattutto come avviene in Italia con il citato legame, quasi perverso, presente nella religione cattolica che ha determinato un condizionamento evidente e un ruolo tristemente passivo della classe dirigente del nostro paese.

Nel terzo segmento del nostro percorso mi voglio soffermare sulla sensazione di desiderio di riconoscimento nella nostra società al punto da accettare anche ciò che non ci realizza e gratifica ma positivo agli occhi dei componenti della società. In tal modo si ingenera il grande ricatto che fa del riconoscimento una potenziale arma. Spieghiamoci.

Charles Taylor, Paul Ricoeur, Axel Honneth (che è subentrato a Jurgen Habernas nella direzione dell’Istituto Sociale di Francoforte) hanno identificato con la parola “misconoscimento” un insieme di pratiche protese all’umiliazione e all’offesa che privano del riconoscimento ma anche della possibilità di rinvenire se stessi negli altri in parti uguali o differenti. Eppure Louis Althusser ci conduce ad una riflessione di non poco conto poiché spesso le società producono delle forme di manipolazione di riconoscimento pubblico. Come? Si va ad identificare un comportamento standardizzandolo, autopercependolo positivamente come il modello prevalente della divisione sociale.

Soccorrono gli esempi della badante rumena (ruolo positivamente accettato dalla società che vede in queste persone coloro che si prendono cura dei propri cari recependo il modello paraschiavistico della società nei confronti delle donne immigrate), della brava casalinga e buona madre (coloro che rinunciano a tutto per la famiglia, esaltate dai media e dalla Chiesa cattolica e che, in realtà, diventano lo strumento per perpetrare la divisione di genere nel mondo del lavoro), degli eserciti (l’eroe che torna per la patria, non si dimentichi mai la diversa considerazione che si ha dinanzi ad un militare caduto rispetto ad un qualsiasi altro lavoratore morto sul posto di lavoro).

Sembra evidente come la stima della comunità si collega a forme di riconoscimento che sono frutto di una distorsione sociale che, piegando la coscienza dei singoli, impone status che sono condivisi, ancorché utili, per accedere a ricoprire un ruolo all’interno della società. In schemi come questi è evidente un retaggio patriarcale, una profonda divisione di genere, un’esaltazione delle azioni di forza. Il sesso di appartenenza è netto, il ruolo maschile e femminile ben tracciato.

Io vi intravedo una sorta di perversa alleanza, un gioco particolare tra politica, religione e media che dettano i canoni della essenza di divenire qualcosa o qualcuno se rientri in un tracciato predefinito. E le sessualità non incardinate e il piacere del naturale gioco di essere/esistere, quale atroce destino subiscono? Abbandonati? Umiliati? Allontanati?

Perché?

Come possiamo pensare di abbattere il muro dell’eterosessismo, della norma eterocostretta se poi le interpretazioni di fondo ricalcano una società ben delimitata? Come possiamo liberarci della religione se essa svolge un ruolo civile di attacco e manipolazione del potere? Come possiamo credere ad una politica che ancora è salda a forme di riconoscimento finalizzate alla standardizzazione dei comportamenti?

Io penso che i tentativi di intervenire in questi campi, de court, non servono, purtroppo. Bisogna smantellare la base di visione duale per introdurre un concetto che superi questa diabolica alleanza. Per farlo credo che il mondo LGBT debba interrogarsi seriamente sui risultati che vuol conseguire e per farlo deve andare oltre il separatismo, il campanilismo e la forzatura delle idee, deve accettare di essere più unito perché già essere minoranza è una difficoltà, divenire minoranza frastagliata significa fare un regalo al resto del pianeta…

Non si commetta l’imperdonabile leggerezza di alimentare la vana illusione che forme di riconoscimento istituzionalizzate ideologicamente possano divenire fonte di gratificazione perché il vero valore della battaglia LGBT sta proprio nel fatto di essere liberi di sostenere il meraviglioso senso della normatività plurale, variegata, sfaccettata.

 

Gianfranco
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A coloro che dovessero essere interessati ai temi oggetto della discussione consiglio vivamente la lettura di questi testi, fondamentali per la redazione dell’articolo:
Ferrara Alessandro – Rosati Massimo, Affreschi della Modernità, Carocci, Roma 2005.
Ricoeur Paul, Se l’identità è un’opinione, in La Repubblica, 09.08.2004.
Strazzeri Irene, Verità e Menzogna, Progedit, Bari 2009.
Taylor Charles, Il disagio della modernità, Laterza, Bari Roma, 1991.

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