Gay, tradizione o modernità? In Cina è braccio di ferro

L’idea, più vicina alle scampagnate del fine settimana che ai tradizionali Pride occidentali, è nata a Singapore e sta convincendo sempre di più il movimento LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di tutta l’Asia orientale: ci si veste tutti di rosa, ci si ritrova in un grande parco, si mangia, si canta, si fanno giochi di squadra. E si manifesta per i diritti, per la libertà di amare chi si vuole, per la ricchezza che la diversità può portare all’intera società. L’evento si chiama Pink Dot (Punto rosa) e si è svolta in questi giorni anche a Hong Kong, nel Tamar Park, con oltre 10mila partecipanti e la benedizione della Commissione per le pari opportunità. Per gli organizzatori è stato un successo e il clima di festa non è stato turbato neppure da un gruppo di contestatori secondo cui la manifestazione avrebbe voluto indottrinare i bambini e conviverli a diventare omosessuali (shanghaiist.com).

Quest’ultima accusa, per quanto assurda, è diventata il cavallo di battaglia degli omofobi dell’isola, un gruppo mal assortito di comunisti tradizionalisti, evangelisti integralisti, professori negazionisti… Ad essere bersagliati di critiche sono soprattutto l’Associazione dei club dei ragazzi e delle ragazze, che tra tante altre cose organizza attività di counseling ed educazione sessuale, e il governo della regione autonoma, accusato infondatamente di finanziare queste attività: “Ci chiediamo perché vogliono manifestare un evidente sostegno ai gruppi per i diritti delle minoranze sessuali. Dicono che essere gay non sia un problema, ma non è giusto fare il lavaggio del cervello a bambini suggestionabili” tuona ad esempio Leticia Lee See-yin, presidentessa dell’organizzazione conservatrice Alleanza per la giustizia (scmp.com).

Intanto il Regno Unito, che ha annunciato la possibilità di celebrare matrimoni di cittadini britannici con stranieri dello stesso sesso nelle sue ambasciate in tutti i paesi che non gli neghino l’autorizzazione, si è visto opporre il veto proprio del governo autonomo di Hong Kong. Saranno più fortunati i partner omosessuali di sudditi della regina Elisabetta in Cina continentale, dal momento che Pechino (come, a sorpresa, anche Mosca) ha deciso di non opporre alcun ostacolo alla celebrazione di nozze che comunque non avranno effetto sul proprio territorio nazionale (theguardian.com).

Intanto è in pieno svolgimento il Pride di Shangai: per più di due settimane, la più popolosa città del mondo sta ospitando convegni, mostre d’arte e di fotografia, feste in discoteca e picnic all’aperto legati alla manifestazione per i diritti di omosessuali e transessuali. Gli eventi clou, però, saranno una maratona queer di sei chilometri e un open day LGBT che il 21 giugno dovrebbe riunire più di venti associazioni e 400 partecipanti (shpride.com). Uno degli organizzatori, il palestinese Ramisto, racconta come la situazione a Shangai sia molto migliore rispetto al resto del paese, ma questo non basta agli abitanti gay della megalopoli che continuano a cercare di emigrare in Europa o negli Stati Uniti, come ricorda l’attivista Brenda Xiao (wsj.com).

L’intera Cina vive contraddizioni molto violente e ancora non si sa se prevarranno le forti radici che la legano alla cultura tradizionalista del passato o l’imponente slancio della modernizzazione. Queste contraddizioni emergono chiaramente nelle reazioni, scherzosamente raccolte da shanghaiist.com, dei cittadini alla gara di bacio omosessuale che alcuni attivisti hanno inscenato in una strada di Chengdu, capitale da 14 milioni di abitanti del Sichuan, nella Cina sud-occidentale: “Finalmente la città diventa libera“, “Li prenderei a ceffoni uno per uno“, “AIDS“, “Suggerirei di organizzare più spesso eventi significativi come questo, così loro potranno trovare la propria felicità e noi etero potremo avere ancora più ragazze da scegliere“, “Ma perché cazzo mi viene un’erezione a vedere ‘sta roba?“.

Oltre alla società, l’altro immenso ostacolo è la politica, come denuncia Fan Popo, organizzatore del Queer Film Festival di Pechino: “La forza più grande nell’omofobia è un governo omofobico. In realtà quello di cui ha paura non è l’omosessualità: sono tutti gli aspetti della democrazia. Quando si parla di diritti gay come di un elemento di una società democratica, il governo ha paura. Il nostro governo è autocratico e noi cittadini non abbiamo referendum, quindi non abbiamo diritto di cambiare le leggi” (trust.org). Anche nella politica, però, si manifestano le tensioni che dividono la società: se da una parte l’omosessualità è usata come arma per colpire i dissidenti politici (ilgrandecolibri.com), dall’altra ci sono aperture che fanno ben sperare.

Ad esempio, proprio il Queer Film Festival di Pechino ha potuto concludere per la prima volta un’edizione senza che il governo creasse problemi o forti interferenze, mentre una corte della capitale ha aperto un processo contro una clinica con sede a Chongqing, città nel sud-ovest della Cina, che prometteva di curare l’omosessualità ricorrendo a cure psichiatriche e all’elettroshock: “La maggioranza sa che l’omosessualità non è una malattia e che non può essere ‘curata’, ma ci sono ancora degli operatori commerciali che sfruttano le tradizioni cinesi sulla continuazione del nome della famiglia e la cattiva comprensione dell’omosessualità di alcuni genitori” spiega il mediattivista Geng Le (bbc.com).

E come la Repubblica Popolare Cinese, anche Taiwan appare in bilico tra le tradizioni del passato e le aperture del futuro e incerta sulla strada da intraprendere: è molto significativo, da questo punto di vista, lo spot (nel video sottostante) dello ZenFone di Asus. L’amore gay diventa possibile, forse. Il finale è aperto, in sospeso, in attesa di evoluzioni che forse nessuno oggi sa prevedere.

Pier
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