Magliette, candele, web: è Pride nei paesi musulmani

Non vogliamo identificare gli studenti LGBT o punirli” si affretta ora a precisare Mohd Puad Zarkashi, viceministro dell’Educazione malese che pure caldeggia le terapie riparative (Il grande colibrì). Il politico cerca di salvare la faccia dopo che la Malesia è finita sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per le sue ridicole linee guida per individuare i segni di omosessualità nei bambini: i gay indosserebbero magliette dai colori chiari e con la scollatura a V, mentre le lesbiche sarebbero incapaci di provare affetto per gli uomini (Il grande colibrì). Mohd Puad ha abbassato un po’ i toni, ma continua a spiegare come, secondo lui, l’omosessualità sia un problema sociale, alla base della diffusione dell’HIV e della crescita dei divorzi. E così gli sembra normale dire – sì, proprio lui… – che “non è materia sulla quale scherzare” (The Star).

Lo sberleffo, però, se l’è proprio tirato addosso. E così, dopo il pranzo gratis offerto da un ristorante della capitale Kuala Lumpur a chiunque si presentasse vestito da gay (almeno secondo gli stereotipi diffusi dal governo), anche la Giornata nazionale della scollatura a V (Facebook) è stata un grande successo mediatico: il 30 settembre le strade e i social network della Malesia si sono riempite più del solito di persone, omosessuali e non, che indossavano magliette con questo tipo di scollatura, tra l’altro molto comune in tutta l’Asia meridionale.

E se il ministro ha ribadito che “vogliamo portare l’omosessualità alla luce del sole perché se ne discuta“, di certo non si aspettava questo tipo di dibattito, con i giornali che iniziano a denunciare l’omofobia nelle scuole, istruiscono in termini scientifici i lettori su orientamento sessuale e identità di genere, intervistano esperti che ricordano come la tradizione malese sia fatta di accoglienza e tolleranza o ribadiscono l’assoluta naturalità delle diverse forme d’amore… La psicologa clinica Vizla Kumaresan, ad esempio, su The Star stronca senza mezzi termini l’operato governativo: “Il ministero sta mandando un messaggio di odio e di intolleranza che non può avere alcun effetto positivo sulla comunità: promuove anche l’omofobia“.

E, dall’altra parte del mondo musulmano, anche le persone omosessuali e transgender in Algeria si mobilitano, anche se con modalità purtroppo profondamente diverse e molto meno visibili, date le difficoltà che caratterizzano il paese (Il grande colibrì): domani 10 ottobre sarà la sesta Giornata nazionale degli LGBT algerini, nota comunemente come TenTen. Alle 20 ogni algerino che abbia a cuore il rispetto della diversità sessuale accenderà una candela. “Non è una grande rivendicazione, una grande manifestazione, è qualcosa di molto personale” si spiega nel video di presentazione di questa iniziativa simbolica (YouTube). “Ci fa sentire parte di un gruppo, di una comunità” spiegano gli attivisti dell’associazione Alouen.

TenTen è organizzata essenzialmente sul web, dove i governi faticano a reprimere la libera circolazione delle idee, la libera espressione delle persone. E dove nascono solidarietà importanti, dalle reti informali di supporto tra persone LGBTQ* arabe e musulmane fino alla scoperta di comunanze di intenti non scontate. Ieri, ad esempio, una pagina Facebook di femministe arabe ha pubblicato la foto di Mohammad, dall’Oman, due splendidi occhi e un messaggio in arabo: “Sono a favore della rivolta delle donne nel mondo arabo perché tutta l’oppressione religiosa, sociale e sessuale a cui sono stato sottoposto è stata diretta contro la donna che c’è in me“. E nel giro di qualche ora erano già decine e decine i commenti, quasi tutti positivi, di sostegno e incoraggiamento.

Chi gestisce la pagina, d’altra parte, dimostra di avere idee molto chiare. Ad Abdallah S., un uomo di Dubai che le accusa di “inganno e abuso del nostro appoggio” perché la pagina è dedicata ai diritti delle donne e non a quelli degli omosessuali, le moderatrici replicano serenamente con una semplice domanda: “Abdallah, tu sostieni la rivolta delle donne in nome di cosa, se non dell’uguaglianza e della dignità di tutti gli esseri umani, indipendentemente dal loro genere, dalla loro religione, dal loro orientamento sessuale?“.

Il profondo legame tra diritti delle donne e diritti delle persone LGBTQ*, d’altra parte, è confermato da quanto sta avvenendo in Egitto, dove l’assemblea costituente ha approvato l’inserimento nella bozza di nuova costituzione di un articolo (il numero 36) che ha suscitato veementi critiche: “Lo stato si impegna ad adottare ogni misura legislativa ed amministrativa per rafforzare il principio di uguaglianza tra uomini e donne nelle aree della vita politica, culturale, economica e sociale senza pregiudizio, in base alle previsioni della legge islamica“.

Come ha spiegato l’avvocato Sobhi Saleh, rappresentante della Fratellanza musulmana in assemblea, il riferimento alla sharia (ovviamente da interpretare, secondo gli integralisti, in chiave dogmatica e oppressiva) è giustificato dalla necessità di evitare tanto il riconoscimento del pari diritto all’eredità per uomini e donne quanto l’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso (al-Arabiya). Come molto spesso accade, misoginia e omofobia avanzano a braccetto…

 

Pier
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