Gay Pride di Tel Aviv: minacce, polemiche e boicottaggi

manifestanti al Gay Pride di Tel Aviv nel 2016
Bandiere arcobaleno e israeliane al Pride di Tel Aviv

“Chi viene con me a fare un attentato alla marcia del Pride?”: dopo aver scoperto questo messaggio, la polizia israeliana ha arrestato chi lo aveva scritto, un ragazzo ebreo ultra-ortodosso di 20 anni di Bnei Brak, sospettato di voler colpire il Gay Pride che si svolgerà domani a Tel Aviv, la più grande manifestazione in Medio Oriente a favore delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) [The Times of Israel]. Le forze dell’ordine sono particolarmente attente perché, anche se il Pride di Tel Aviv finora si è sempre svolto senza violenze, quello di Gerusalemme è stato già macchiato di sangue: Yishai Schlissel, un fondamentalista ebreo ultra-ortodosso, ha pugnalato tre manifestanti nel 2005 e ha ucciso una ragazza di 16 anni nel 2015.

Nonostante il fatto che la condizione delle minoranze sessuali sia decisamente migliore in Israele che in qualsiasi altro paese del Medio Oriente, gli attacchi al Pride mostrano come la situazione sia tutt’altro che idilliaca. D’altra parte ogni anno The Aguda, la principale associazione LGBTQIA israeliana, raccoglie 500 denunce di attacchi motivati da omofobia e transfobia. Ed è solo la punta dell’iceberg, dice Chen Arieli, leader dell’organizzazione.

Pinkwashing, l’ipocrisia di Netanyahu

Il governo non facilita le cose: anche se all’estero celebra l’immagine di un paese gay-friendly, in patria da anni boccia qualsiasi richiesta della comunità LGBTQIA. “Ogni anno vengono proposti e bocciati tanti disegni di legge – sintetizza Tamar Zandberg, parlamentare gay-friendly del partito socialdemocratico Meretz (Vigore) – E purtroppo non vedo cambiamenti all’orizzonte”. Zandberg non usa la parola “pinkwashing”, ma il concetto è quello: fingersi favorevoli alle minoranze sessuali solo per trasmettere un’immagine esterna progressista e rispettosa dei diritti [The  Jerusalem Post].

Rifugiati e LGBT, tra omonazionalismo e islamofobia

L’atteggiamento incoerente del governo di Benjamin Netanyahu lo spinge, per esempio, a puntare il dito contro i paesi confinanti perché omofobi, ma a non farsi problemi nello stringere relazioni sempre più forti e amichevoli con altri paesi omofobi, come l’Uganda o la Russia. Proprio con il governo di Mosca Israele ha appena firmato un accordo criticato dagli attivisti LGBTQIA: il paese mediorientale non permetterà l’adozione di bambini russi non solo alle coppie omosessuali, ma neppure alle donne single, per paura che queste possano prima o poi far spuntar fuori una compagna dello stesso sesso [Haaretz].

Autoboicottaggio e contro-manifestazioni

L’anno scorso queste ipocrisie hanno spinto le principali associazioni del movimento LGBTQIA a minacciare di boicottare il Pride: il paradosso era motivato dalle proteste degli attivisti contro un governo che voleva finanziare la manifestazione solo per promuovere il turismo, snobbando completamente le richieste politiche [Il Grande Colibrì]. Alla fine la minaccia di boicottaggio era rientrata un po’ perché i partiti politici erano pronti a organizzare la marcia anche con il parere contrario delle associazioni e un po’ perché erano arrivati dei finanziamenti per quest’ultime.

Tel Aviv, la politica ruberà il Pride al movimento LGBT?

Quest’anno al Pride, che sarà dedicato alla visibilità bisessuale e che dovrebbe riunire 200mila persone, saranno presenti tutte le organizzazioni più importanti, con l’eccezione dei gruppi in disaccordo con l’eccessiva commercializzazione dell’evento e con la marginalizzazione delle questioni politiche (critica spesso ripetuta dagli stessi organizzatori) e soprattutto dei gruppi che accusano il Pride ufficiale di essere uno strumento delle politiche di pinkwashing del governo e che organizzano contro-manifestazioni alternative: oggi a Jaffa si riuniscono gli attivisti che uniscono difesa delle persone LGBTQIA e dei palestinesi, mentre un’altra protesta è prevista domani nel parco Meir di Tel Aviv.

L’omofobia dell’ebraismo ultra-ortodosso

Intanto sullo sfondo si è disputato un pesante braccio di ferro nella comunità sefardita (cioè i discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna dai Cattolicissimi Reali alla fine del ‘400). Un noto rabbino statunitense, Joseph Dweck, ha scritto una lettera favorevole all’amore gay, scatenando forti polemiche. Alcuni rabbini lo hanno difeso (pur “non condividendo tutti tutto quello che ha espresso”)  in una lettera aperta, ma altri lo hanno attaccato pesantemente, a quanto sembra con il sostegno del Gran rabbino sefardita Yitzhak Yosef. Alla fine Dweck è stato costretto a un “chiarimento”, in cui ha sostenuto che i rapporti sessuali tra uomini sono proibiti, ma che è positiva l’apertura sociale verso l’amore [The Jewish Chronicle].

Nonostante molti passi avanti fatti da diversi rami dell’ebraismo, tra gli ebrei ultra-ortodossi l’omosessualità rimane un tabù. Gothamist, per esempio, dà voce ad alcuni ragazzi che sono stati abbandonati e ostracizzati dalle proprie famiglie e comunità dopo aver fatto coming out. La vergogna ha portato alcuni giovani a suicidarsi, come per esempio ha denunciato su Haaretz lo scrittore Shulem Deen, che ha abbandonato l’ebraismo ultra-ortodosso. Il Pride di Tel Aviv riuscirà a dare risposte a questi problemi? E, soprattutto, è interessato a darle?

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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