Io, detenuto in Arabia Saudita perché gay e straniero

Ahmed/Ginger*, un ragazzo egiziano sui 30 anni amante del travestitismo, è stato condannato in Arabia Saudita per aver visitato una chat gay. Dopo due anni di carcere, è stato deportato in Egitto da pochi giorni. Qui ha incontrato l’attivista Scott Long, al quale ha rilasciato questa interessante testimonianza, pubblicata sul blog paper-bird.net e qui riproposta per il pubblico italiano.

Facevo il farmacista in Arabia Saudita, a Gedda. Lavorai per un ospedale per quattro anni, ma poi mi trasferii in un altro per un disaccordo sul salario. Quando andai al secondo ospedale, ci fu un problema riguardo all’alloggio. Presso il primo ospedale vivevo da solo, avevo la mia libertà; quando mi trasferii nel secondo, invece, convivevo con due altri uomini stranieri eterosessuali, che scoprirono la mia omosessualità. Si rifiutarono di avere un gay con loro e mi obbligarono a lasciare l’appartamento.

Diedi le dimissioni, tornai in Egitto, rimasi qui forse tre mesi, poi trovai un nuovo contratto per un altro ospedale a Gedda. Tornai.

Mi piaceva lavorare nel terzo ospedale. Credo che si erano resi conto che ero gay, ma mi accettavano perché facevo il mio lavoro e non facevo niente di male. C’era un’altro uomo nell’ospedale, un dottore dell’Asia orientale, che tutti sapevano essere gay. Lui flirtava molto apertamente con gli uomini che gli piacevano, gli diceva: “Potremmo uscire insieme se mi insegnassi l’arabo“. In Arabia Saudita c’è molta vita, tutto è a tua disposizione. Ci sono feste per i gay, con uomini truccati, in abiti femminili… C’è tutto quello che puoi immaginare, e tutto quello che neppure immagineresti. Tutto, ovviamente, è fatto di nascosto. Nell’ambiente gay ci sono stranieri, ma soprattutto sauditi. A tantissimi sauditi piacciono i gay. Se scoprono che sei gay, gli piacerai. Non tutti provano odio, alcuni di loro si divertono a fare sesso.

Così una notte del 2011, finito il turno di lavoro notturno, tornai nel mio appartamento. Avevo qualcosa da bere, perché conoscevo qualcuno che me lo poteva procurare. Mi collegai ad una chat pubblica e iniziai a cercare gente. Un uomo mi scrisse: “Posso conoscerti? Quanti anni hai? Come sei fatto?“. Gli dissi la mia età, il mio sesso, dove stavo, il mio indirizzo e-mail. Mi mostrai in cam. In quel momento indossavo una parrucca, dell’intimo femminile, ero truccato, insomma… cose così. Stavo bene. Chiese: “Posso venire da te? Tu ospiti“. Così venne da me. Ci sedemmo, parlammo e scherzammo. Ma non facemmo nulla di più. Disse: “Potremmo vederci di nuovo stasera. Ho il mio appartamento, qui non mi sento a mio agio“. Sapevo che alcuni non si sentono a loro agio a casa di uno sconosciuto ed era una cosa che rispettavo.

Venne sera, erano più o meno le 19 – ne ho un vivido ricordo. Mi chiamò e mi disse: “Ti ho dato la mia parola e non dico bugie, sto venendo da te“. Aggiunse: “Ho un regalo per te“. Mi disse di portare con me le mie cose: intimo, trucco e cose del genere. Mi fidai. Scesi davanti al palazzo per incontrarlo. Salii in macchina e subito, dopo pochi minuti, quelli del governo, della polizia religiosa, aprirono la portiera della macchina e mi misero le manette. Dato che l’uomo conosceva casa mia, andarono lì e presero tutto: l’intimo, i preservativi, il mio computer portatile, che conteneva film porno e alcune mie foto.

Mi ritrovai alla stazione di polizia. Ero in uno stato orribile, piangevo: credo di aver avuto un crollo nervoso. Mi accusarono di essere un pervertito sessuale. Qualsiasi cosa mi chiedessero, io rispondevo di sì. Prendevo una pillola contraccettiva per le donne [per gli ormoni]? Sì. L’intimo femminile è tuo? Sì. “Sei un pervertito, ti fai scopare, nel profondo di te stesso ti senti una ragazza“. “Sì, ma – dissi io – anche se sento qualcosa del genere, non faccio del male a nessuno“.

Conoscevo la legge, perché è un paese religioso – anzi è un paese non soltanto religioso, ma in cui devi essere etero. So cos’è successo in passato in Egitto [il caso Cairo 52 e il giro di vite che ne seguì; wikipedia.org] e si trattava dell’Egitto: che dire allora di un paese come l’Arabia Saudita? Ogni volta che uscivo per un appuntamento, avevo paura di essere arrestato. Me lo aspettavo. Ma non mi aspettavo che sarei stato in prigione così a lungo.

La polizia non commise alcuna violenza contro di me. Non ci sono stati problemi di violenza, il problema è stato che tutto il processo è stato ingiusto. Avrei preferito che mi avessero trattato con violenza, invece di lasciarmi in carcere per due anni.

Il responsabile dell’ospedale venne a farmi visita in prigione. Mi disse che, dal momento che avevo confessato, sarei stato deportato. Per me fu una bella notizia: almeno sarei stato libero. Invece, dopo una settimana, dalla prigione mi convocarono a processo. Il giudice fu un giudice terribile, il peggiore. Mi disse: “Sei un pervertito sessuale“. Io non sapevo cosa replicare. Risposi che mi ero travestito e truccato, ma che non avevo fatto sesso: mi ero solo esibito. Dopo di ciò, lui non disse o chiese più niente.

Quel giorno io ero ammanettato ad un altro uomo della stessa cella. Anche il suo era un caso di omosessualità, ma la sua udienza era con un altro giudice, così fummo condotti insieme prima davanti al mio giudice e poi davanti al suo. Il suo giudice lesse il fascicolo del suo caso, gli chiese alcuni dettagli, cosa era successo, cosa era stato detto. Gli disse: “Se vuoi chiamerò i testimoni, ma se loro diranno che è tutto vero ti raddoppierò la pena. Se confessi ora, posso aiutarti“. Ero stupefatto: perché nessuno aveva trattato il mio caso in quel modo? Perché non avevo avuto neppure diritto a difendermi?

Due o tre settimane dopo mi dissero che il giudice voleva trasferire il mio caso al tribunale superiore, al quale chiedeva di condannarmi a morte. Il tribunale superiore può comminare la pena di morte, ma può farlo solo nel caso in cui due persone siano arrestate insieme e entrambi dicano: “Sì, lui ha fatto questo con me“. O se hai condanne precedenti. O se sei sposato, perché è molto peggio essere accusati di omosessualità se sei sposato. Nessuno di questi era il mio caso.

Dopo quattro o cinque mesi in cui attesi in prigione senza che succedesse nulla, mi convocarono di nuovo per un interrogatorio. La persona che mi interrogò era chiamata “interrogatore”, ma ha lo stesso grado del sostituto procuratore qui in Egitto. La domanda che mi pose più e più volte era se fossi sposato o se fossi mai stato sposato. Alla fine scrisse su un foglio che non lo ero e io misi la mia impronta digitale e lui disse: “Il tuo caso rientra nella giurisdizione del tribunale inferiore“. Ero così felice quel giorno

Ma aspettai altri quattro mesi. Passò il mio compleanno. Fui convocato altre volte dopo quell’interrogatorio. Ormai avevo un avvocato. Era stato molto difficile trovarne uno: nessuno degli amici che avevo conosciuto in Arabia Saudita voleva seguire il caso, perché era molto vergognoso. Alla fine chiesi a mio padre in Egitto di cercare un avvocato qui che potesse fare pressione sui suoi colleghi sauditi per convincerli a rappresentarmi. Contattai il mio avvocato e gli dissi che il mio caso era tornato al tribunale inferiore. Ma dopo due settimane l’avvocato mi chiamò per dirmi che no, era ancora nelle mani del tribunale superiore. Poi mi disse che invece era tornato all’interrogatore. E l’interrogatore mi convocò di nuovo e riesaminò ogni punto del mio caso.

Il nuovo punto sul quale mi furono fatte domande (era solamente la seconda volta che veniva fuori) era relativo alle foto sul mio computer portatile. C’era una foto di due uomini che facevano sesso, ma la foto mostrava solo i loro corpi, non le facce. A dire il vero, uno di loro ero io, ma non c’era modo di provarlo. Alla stazione di polizia mi avevano fatto domande su questa foto, ma io avevo sostenuto che era stata fatta con Photoshop o qualcosa di simile, che non ero io. Allora l’interrogatore mi rifece la domanda e io risposi che non avevo idea di chi fossero gli uomini, ma lui disse: “Hai già confessato alla polizia che sei tu“. Protestai: non avevo mai detto nulla del genere! Dov’era la mia confessione? Su queste basi, però, lui trasferì il caso di nuovo al tribunale superiore.

Dopo forse sei settimane mi convocò il tribunale superiore. Questa volta mi accompagnava l’avvocato e il giudice fu molto corretto, mi fece un sacco di domande. Confessai solo un punto, che possedevo alcuni capi di abbigliamento femminile e che a volte mi piaceva apparire come una ragazza, ma solamente a casa mia. Ma continuarono ad insistere che facevo sesso. La sola prova di ciò era il fatto che avevo dei preservativi. Confessai che i preservativi erano miei e quando lo feci mi condannarono, dicendo che era la prova che facevo sesso in Arabia Saudita. Per fortuna la richiesta di condanna a morte fu rigettata: mi condannarono a tre anni e trecento frustate, da infliggermi in sei sessioni, ciascuna da cinquanta frustate.

Alla fine passai due anni nella prigione Braiman a Gedda e ricevetti solo tre sessioni di frustate, cinquanta frustate ogni volta. Alla fine fui liberato per grazia del re, in occasione di un’amnistia generale. I casi di omosessualità sono inclusi in queste amnistie, che sono frequenti: in questo modo la maggior parte delle persone incarcerate per casi di omosessualità non passano troppo tempo in prigione. Con noi c’era un uomo condannato a sette anni e che uscì dopo un solo anno. Io, stando più di due anni, sono stato un caso non comune. E dopo avermi rilasciato, mi hanno deportato.

In prigione, ho capito che l’intenzione del giudice del tribunale inferiore, quando ha rinviato il mio caso al tribunale superiore, era solamente tenermi in carcere per molto tempo in attesa della decisione del tribunale, dal momento che non avrei potuto godere dell’amnistia prima di essere condannato. Voleva solamente prolungare il tempo della mia prigionia.

Ho passato quei due anni nella cella 18 della prigione Braiman. E’ la cella speciale per le persone condannate per atti omosessuali. Dentro ci sono un sacco di uomini: il giorno in cui entrai nella cella, ce n’erano forse 50, 55, 58, ma quando uscii eravamo 75. Molti prigionieri si sentono ragazze: tra di noi ci chiamavamo con nomi femminili. Dormivamo su materassi gettati sul pavimento. Molti, non so dire quanti, erano stati arrestati tramite internet. Il capo della cella era stato arrestato attraverso internet, tramite la chat di Palringo. Alcuni erano stati arrestati su Hornet, U4bear o WhosHere: la polizia religiosa conosce tutte le app e le chat. Alcuni avevano ricevuto una telefonata da un uomo che chiedeva un incontro, qualcuno con cui avevano già parlato su WhattsApp, e quel qualcuno si era rivelato appartenere alla polizia.

Mi faceva piacere conoscere le persone in prigione. Alcuni erano sauditi, ma la maggior parte venivano da [uno stato vicino]. Venivano da lì in Arabia Saudita legalmente, alcuni per un lavoro regolare, altri per prostituirsi. E questi ultimi facevano tantissimi soldi. Per una sola scopata potevano raggranellare dai 300 ai 500 ryal [60-100 euro]. La polizia religiosa si impegnava di più a perseguitare gli stranieri che i sauditi. Gli stranieri non hanno pieni diritti in Arabia Saudita: è una forma di razzismo.

Nessuno aveva notizia di casi di esecuzione. Si parlava solo di un caso accaduto molto tempo fa: un uomo, un egiziano della nostra cella, mi diede qualche dettaglio, ma non so se mi abbia raccontato la verità. Mi parlò di alcuni uomini che furono arrestati durante una festa e che rimasero in prigione per forse due o tre anni senza neppure ricevere una condanna – e avrebbero potuto rimanerci ancora più a lungo. Questo egiziano mi ha detto che quegli uomini facevano sesso nella cella davanti a tutti, prigionieri e carcerieri, e che cantavano sempre durante le preghiere.

[Le autorità] gli dissero che non avevano diritto a comportarsi così: “Dovete smetterla: siete in prigione, quindi ci deve essere qualche forma di pentimento“. Loro rifiutarono di smettere. Così il loro caso fu trasferito al tribunale superiore. E l’egiziano ha sentito che sono stati mandati a morte. Questo fatto, ha detto, è successo probabilmente un paio di decenni fa. Il mio compagno di cella mi ha detto che era stato arrestato una volta in Arabia Saudita una decina di anni fa e che aveva sentito altri prigionieri parlare di questa vicenda come di qualcosa accaduto cinque o dieci anni prima di allora. Ma io non credo a tutto quello che ha detto.

In ogni caso, da allora, dal momento che le esecuzioni erano presentate negativamente dai media, per la maggior parte dei casi di omosessualità non ci sono più state condanne a morte: le riservano ai casi in cui viene violentato un bambino, un ragazzo, un uomo, per altre storie del genere. Nei casi come il mio usano la condanna solo come una minaccia, per spaventarti, ma è una cosa che in realtà non succederà. Comunque non è facile essere in prigione e avere sotto gli occhi un foglio e leggere che il giudice sta chiedendo che tu sia messo a morte. E’ difficile. E’ una cosa che ti fa paura. E’ una cosa che mi fa paura ancora adesso.

 

Ahmed*
*Ahmed è nome di fantasia

Traduzione di Pier
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