Asia, presto matrimoni gay in Vietnam e Thailandia?

Prostituzione, aborto e, naturalmente, omosessualità: sono questi i temi tabù di cui la Conferenza della società civile dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico), ospitata quest’anno dal sultanato del Brunei , non vuole sentir parlare. E così ha deciso di non invitare varie organizzazioni, tra cui il Comitato sull’orientamento sessuale e l’identità di genere dell’ASEAN,  che pure era stato ospitato nelle edizioni precedenti della conferenza in Indonesia e in Cambogia. Il Comitato denuncia: “Siamo delusi dal fatto che, persino in spazi che hanno come proprio scopo la promozione e il sostegno della democrazia e dei diritti umani attraverso le organizzazioni della società civile, specifici settori della società siano discriminati e sottoposti a restrizioni” (IGLHRC).

Il veto alla partecipazione dell’organizzazione LGBTQ*, tuttavia, non deve indurre a formarci un’immagine uniformemente negativa relativamente al riconoscimento dei diritti di omosessuali e transgender nel sud-est asiatico. Tra i membri dell’ASEAN, infatti, figura anche il Vietnam , paese in cui da luglio dell’anno scorso il ministro della Giustizia ha aperto il dibattito sul riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso. E proprio ieri il vice-ministro della Sanità, Nguyen Viet Tien, ha tenuto un discorso di netto sostegno al progetto, affermando che si devono prendere in considerazione non i sondaggi, che mostrano purtroppo un’ampia maggioranza di contrari, ma solo l’uguaglianza di tutti i cittadini e il diritto delle persone LGBTQ* ad amare e ad essere amate (Tiếng nói nước Nga).Grazie ad una mobilitazione costante e visibile, come in occasione del Pride (Il grande colibrì), gli attivisti ritengono che nei prossimi mesi potrebbe essere creato un istituto giuridico specifico per le coppie omosessuali, alle quali dovrebbero essere riconosciuti diritti come quello all’eredità e all’adozione. Tuttavia l’obiettivo è quello di ottenere l’abrogazione della legge del 2000 che proibisce esplicitamente le nozze tra persone dello stesso sesso. Questa norma è stata in parte emendata pochi giorni fa: la legge puniva i matrimoni omosessuali con multe fino a un milione di dong (circa 36 euro) e a marzo era stato presentato un progetto di riforma per raddoppiare l’ammenda. In seguito a numerose proteste, le multe, invece che aumentare, sono state cancellate (Thanh Nien).

Intanto anche in Thailandia , un altro stato membro dell’ASEAN, si discute di matrimoni tra persone dello stesso sesso. Dopo le proteste dell’attivista gay Natee Theerarojanapong, a cui non era stato riconosciuto il diritto di sposare il proprio fidanzato, a gennaio Wirath Kalayasiri del Partito Democratico, all’opposizione, ha depositato in parlamento un progetto di legge per riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso (Irrawaddy). Nonostante la contrarietà della maggioranza della popolazione, il movimento LGBTQ* ha riconosciuto il tema delle nozze come la propria priorità assoluta. Non senza polemiche.

C’è chi teme che toccare il matrimonio potrebbe scatenare gli omofobi. C’è chi teme che i tempi saranno molto lunghi, mentre si potrebbe realisticamente ottenere una legge sulle unioni civili in pochi mesi, come ha ricordato anche Taejing Siripanich della Commissione nazionale sui diritti umani: “Moltissime leggi sono legate alla legge sul matrimonio: ci vorrebbe troppo tempo per cambiare tutto“. Infine, c’è chi teme che, parlando di nozze, si perda di vista la vera emergenza del paese, cioè i numerosi omicidi con vittime lesbiche e transgender che la polizia rifiuta di classificare come crimini d’odio. Il giornalista e attivista Paisarn Likhitpreechakul, ad esempio, si chiede: “Il diritto al matrimonio è più importante del diritto alla vita?” (IGLHRC).

Rimanendo nel sud-est asiatico, ma abbandonando i paesi dell’ASEAN, si scopre come anche ad Hong Kong, regione autonoma della Cina , sia aperto il dibattito sui matrimoni. Qui è una transessuale MtF a sfidare le leggi, con una causa che è arrivata alla Corte d’appello finale: se molte norme della legislazione regionale la riconoscono come donna, il Registro dei matrimoni continua a considerarla un uomo, nonostante abbia completato anche chirurgicamente il proprio percorso di transizione, e le nega il permesso di sposare il suo compagno (South China Morning Post). Il paradosso è che nel resto della repubblica popolare la donna potrebbe convolare a nozze senza problemi. Lì i problemi matrimoniali riguardano solo gay e lesbiche, che sempre più spesso si sposano tra loro per “salvare” l’onore familiare (The Atlantic).

Pier
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