Cosa ci insegna la gestazione per altri “made in China”?

Gestazione per altri sì o no? In Italia il dibattito, legato impropriamente alla legge sulle unioni civili, continua a essere infervorato e lo scontro tra favorevoli e contrari non accenna a perdere vigore, anzi: sembra proprio che il principale terreno di scontro diventeranno i grembi delle donne che portano a termine una gravidanza con il seme e gli ovuli di una coppia. Da una parte ci sono coloro che diffondono allarmismo e disinformazione su ciò che chiamano “utero in affitto“, gridando al “reato universale” o al “colpo finale“, col sostegno dei soliti personaggi in cerca di poltrona all’interno dello stesso movimento LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali). Dall’altra, c’è chi, difendendo la tecnica, finisce troppo spesso per liquidare come inopportuna e moralistica qualsiasi critica alle sue applicazioni. E allora forse uno sguardo alla Cina può aiutarci a riflettere meglio.

LA CLINICA CLANDESTINA DI TOKYO

Ha fatto molto scalpore in Asia l’inchiesta del giornale giapponese Mainichi Shimbun (pubblicata in versione ridotta anche su mainichi.jp) su una clinica clandestina di Tokyo. La gestazione per altri è ancora molto difficile in Cina, anche se un disegno di legge per vietarla è stato ritirato a gennaio [voanews.com], e per questo decine di ricche coppie cinesi si rivolgono a centri stranieri, soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, paese in cui c’è un vuoto legislativo. Si è così sviluppata una rete di medici e intermediari legati alla mafia nipponica, la yakuza, che offre prezzi molto competitivi: avere un figlio tramite maternità surrogata costa “appena” 15 milioni di yen (poco più di 120mila euro).

Il prezzo modico – si fa per dire – è ottenuto grazie allo sfruttamento di giovani ragazze, che, se portano a termine la gravidanza, ottengono uno sconto sui propri debiti di appena 2 milioni di yen (circa 16mila euro). Il contratto è stipulato tra la società clandestina e la coppia di futuri genitori, mentre la madre surrogata non ne riceve neppure una copia e ovviamente resta priva di qualsiasi garanzia e di qualsiasi sostegno medico e psicologico. Le motivazioni delle coppie sono varie: la maggior parte dei futuri genitori ricorre alla gestazione per altri a causa di problemi di infertilità, ma non mancano donne che voglio evitare i disagi della gravidanza e padri interessati ad avere un figlio nato in Giappone perché questo concede il diritto di aprire un conto corrente nelle banche del paese.

DUE GEMELLI PER LA COPPIA LESBICA

E’ molto diversa la storia di Rui Cai e Cleo Wu, una coppia lesbica cinese che ha dato vita a due gemelli grazie agli ovuli di Wu fecondati dagli spermatozoi di un donatore americano e impiantati nell’utero di Cai in una clinica statunitense [npr.org]. A prima vista la situazione può sembrare un po’ complicata, ma in realtà si può riassumere in poche parole: due persone che si amano sono riuscite a costruire una famiglia, anche grazie al sostegno dei propri genitori e senza sfruttare nessuno. Sono tante le storie di bambini nati tramite maternità surrogata in situazioni in cui tutte le persone coinvolte hanno agito mosse da motivazioni altruistiche, senza che nessuno approfittasse dello stato di necessità altrui. E questo è vero per tante coppie omosessuali come per tante coppie eterosessuali.

D’altra parte, riconoscere che la gestazione per altri nella maggior parte dei casi ha finalità e modalità positive, non deve portarci a tacere di alcune situazioni particolari in cui le condizioni non sono accettabili. Le coppie eterosessuali che si rivolgono alla clinica di Tokyo di cui parla Mainichi Shimbun stanno compiendo una scelta eticamente insostenibile, come la fecero i ricchi papà gay israeliani che salvarono i propri figli dal terremoto in Nepal abbandonando al proprio destino le poverissime madri surrogate [ilgrandecolibri.com].

REGOLE PER UNA GESTAZIONE GIUSTA

La questione della gestazione per altri, tanto nel bene quanto nel male, è tutt’altro che una questione limitata alle persone LGBTQI, e tuttavia al movimento arcobaleno si dovrebbe chiedere di fare un passo in più: non solo rivendicare il diritto all’accesso alla maternità surrogata, ma anche avviare una riflessione approfondita e aperta su quali siano e su come si realizzino le caratteristiche per ricorrere alla gestazione per altri in modo eticamente appropriato, pretendendo anche una legge che regolamenti la questione per evitare abusi. In altre parole, il movimento LGBTQI ha un’occasione importante per non limitarsi a difendere i propri sacrosanti diritti, ma anche per contribuire visibilmente a uno sviluppo positivo dell’intera società.

D’altro canto, sarebbe anche utile una riflessione sul ricorso alla gestazione per altri in quelle situazioni e in quei paesi (e purtroppo qui non possiamo parlare ancora dell’Italia…) in cui le coppie potrebbero avere accesso all’adozione di bambini orfani o abbandonati. Senza negare la specificità di ogni situazione particolare e senza scadere nel buonismo fine a se stesso, un movimento che proclama che la famiglia si basa sull’amore potrebbe porre in modo costruttivo questa domanda: perché così spesso la genitorialità tanto omosessuale quanto eterosessuale, per trovare un appagamento completo, continua a inseguire i legami di sangue invece dei legami d’amore?

 

Pier
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