Il Guatemala in cammino per i diritti indigeni e LGBT

Incontro Carlos Valdes, direttore dell’associazione Lambda, il giorno prima del suo ritorno in Guatemala a Santiago Atitlan, che si trova sulle sponde del lago Atitlan, una località simbolo della repressione e della resistenza civile durante gli anni del conflitto armato interno durato ben 36 anni (si vedano i documenti REHMI [derechoshumanos.net] e dell’ONU [centrodememoriahistorica.gov.co] a tal proposito). Ci vediamo dopo che ha presenziato ad una serie di appuntamenti in varie città italiane nell’ambito di un progetto di cooperazione internazionale [reteong.org] che coinvolge due associazioni italiane, Arcigay e Terra Nuova, e le principali associazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di cinque paesi centroamericani, tra cui il Guatemala.

Avendo io un rapporto personale con il paese dei maya, che ho visitato nel 2004 in un viaggio dedicato all’amicizia e al turismo sociale, e avendo alcuni contatti laggiù, ero particolarmente interessato ad incontrare Carlos e a conoscere la sua esperienza di attivismo nell’ambito della comunità LGBT nonché la sua storia.

Sono nato a Città del Guatemala in una famiglia molto religiosa. Quando avevo 16-17 anni sentivo fratelli e sorelle fare commenti omofobi. Ho passato vari anni nascosto e ho rivelato la mia identità sessuale solo intorno ai 27-28 anni. Non ho sentito però la necessità di dire ‘sono omosessuale’: nessuno dei miei fratelli ha fatto salida del closet – coming out dite voi – dicendo ‘sono eterosessuale’. Quando mi sono accettato, ho rivelato la mia identità con le azioni, ad esempio invitando a casa il mio fidanzato oppure raccontando del mio impegno associativo. Oppure all’università facendo apertamente degli apprezzamenti sui ragazzi. Sta di fatto che piano piano la mia famiglia ha iniziato a coinvolgersi nelle mie iniziative, partecipando anche alle manifestazioni per i diritti LGBT come i Pride“.

Gran parte della nostra conversazione è dedicata al racconto del suo lavoro nell’associazione Lambda e alla situazione sociale e giuridica delle persone LGBT nel paese centroamericano.

Il mio impegno associativo è iniziato nel 2005, facendo volontariato nell’ambito della prevenzione dell’HIV e dei comportamenti sessuali a rischio. In seguito ho lavorato come educatore alla pari sui temi della salute fino a diventare nel 2013 direttore dell’associazione LAMBDA. La nostra agenda prevede anzitutto un lavoro di pressione sul governo per l’introduzione nella legislazione nazionale di norme che riconoscano e tutelino le identità LGBT. Attualmente la maggior parte dei delitti contro le persone LGBT, i cosiddetti crimini d’odio, finiscono per essere considerati alla stregua della delinquenza comune. Le persone transessuali e travestite sono le più colpite, ma anche gay e lesbiche subiscono violenze pesanti.

Negli ultimi anni l’accanimento verso le persone LGBT è diventato feroce e la violenza fisica e verbale è diventata la norma. È comune che gay, lesbiche e trans vengano insultati per strada. Spesso le donne lesbiche subiscono violenze sessuali con la scusa di convertirle all’eterosessualità e vengono sottoposte a terapie di conversione. Molti gay assassinati sono stati ritrovati con il pene amputato in bocca. Inoltre, anche su Facebook e nei social network la violenza verbale contro le persone LGBT è in crescita. Contro tutto questo non abbiamo tutele giuridiche e questo vogliamo dalle istituzioni“.

Mi racconta che negli ultimi anni i cattolici e i gruppi religiosi sono scesi in piazza per protestare contro il matrimonio egualitario e il diritto delle persone LGBT alla vita familiare e affettiva.

Noi non lottiamo in questo momento per il matrimonio egualitario e l’adozione da parte delle coppie dello stesso sesso. La nostra agenda ha altre priorità, in particolare garantire alle persone LGBT i diritti primari: vita, educazione e salute. Chiediamo una politica pubblica a favore delle persone LGBT, una legge contro le discriminazioni e i crimini d’odio basati su motivazioni omo-bi-transfobiche, una legge per il cambio di identità delle persone trans, una strategia di salute rivolta alle persone LGBT e una risposta efficace all’HIV. L’alzata di scudi da parte di vari settori religiosi non ha quindi senso e contribuisce a generare un clima ancora più avverso nei confronti delle persone LGBT.

D’altra parte il governo nomina alcuni esperti nei vari ministeri per poi destituirli dopo pochi mesi, giusto per dichiarare agli organismi internazionali – in particolare alla Corte interamericana – di avere fatto qualcosa a favore dei diritti LGBT. In verità non esiste una politica di stato su questi temi e il governo fa solo cose di facciata“.

La questione indigena è sempre stata uno dei problemi spinosi in Guatemala: le varie etnie indigene sono state oggetto di oppressione e di violenza nei decenni passati, in modo particolarmente pesante durante il conflitto armato interno. Dopo gli accordi di pace (1996) e grazie al lavoro di tanti organismi e di personalità come Rigoberta Manchù Tum, Nobel per la pace nel 1992, sono state sottoposte all’attenzione delle istituzioni le istanze e i temi che riguardano più dell’80% della popolazione guatemalteca. Il tema dei diritti degli indigeni e dell’equità di genere come dell’accesso alla salute sono questioni praticate da molti anni nel paese centroamericano. Mi viene spontaneo accostare la condizione indigena a quella delle persone LGBT.

La violenza razzista contro le persone di etnia indigena viene punita dalla legge. Questo, invece, non è possibile per le persone LGBT. Sicuramente un gay, una lesbica o una transessuale indigeni sono vittime di una doppia discriminazione. Inoltre, il diritto indigeno stesso non riconosce le persone LGBT. La scorsa settimana parlavo con un esperto di diritto indigeno e sosteneva che le persone gay, lesbiche e trans non esistono nella popolazione indigena.

La verità è che purtroppo molti emigrano nelle grandi città per non finire molestati dai membri della propria comunità, oppure rimangono ‘en el armario’, nascosti. Nel caso in cui si dichiarino, finiscono per ricoprire ruoli servili in famiglia e nella comunità. Le donne transessuali quando arrivano nelle città spesso si dedicano al lavoro sessuale e quindi diventano ulteriormente vittime di discriminazione e vulnerabili“.

Gli chiedo se ci sono studi di antropologia storica sulle figure queer nell’etnia maya e negli altri gruppi indigeni.

Non ci sono studi e ne sentiamo fortemente il bisogno. Ad esempio nel Chiapas, in Messico, ci sono le muxhes, donne transgender riconosciute dalla chiesa cattolica [vedi video sotto; NdR]. A Quetzaltenango sappiamo di un gruppo di gay e travestiti che riproducono con costumi tradizionali una cerimonia religiosa in onore della Reina Maya, ma le autorità hanno negato loro il diritto di farlo. Tra le nuove generazioni vediamo una maggiore apertura sulle tematiche LGBT. Dopo aver condotto la battaglia per la riforma della legge di giustizia, lavoreremo per l’educazione e per il contrasto al bullismo omo-bi-transfobico“.

Anche in Guatemala come in altri paesi non sempre le minoranze discriminate (seppur numericamente maggioranza gli indigeni di fatto sono storicamente oggetto di oppressione e quindi minoranza) riescono a far proprie le istanze delle minoranze sessuali. Tuttavia sicuramente ci sono anche segnali positivi. Oggi mi ha colpito molto vedere su twitter.com la foto di Rigoberta Menchù arcobaleno che celebrava “el derecho a la igualdad y al amor” (il diritto all’uguaglianza e all’amore).

Prima di salutarci gli regalo il libro “Un popolo di martiri” (emi.it, 9€, 160 pp.) che abbiamo pubblicato in Italia traducendo un volume di storie dei contadini indigeni uccisi nel Quiché per il loro impegno a favore di giustizia e pace. E lui mi regala il simbolo della lotta all’Aids rainbow fatto con perline da una cooperativa di donne transessuali.

 

Massimo
Massimo Modesti è un pedagogista interculturale [massimomodesti.wordpress.com]
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