Il grande colibrì

motivo per cui si chiama il grande colibri
Il racconto da cui nasce il nome "Il Grande Colibrì"

“Sono incinta”. La sua voce non tradiva alcuna emozione, ma erano i suoi occhi, che annaspavano in se stessi, a urlare tutto il suo panico.
“Sei sicura?” le chiesi, come se fosse una domanda sensata. Quella ragazza che mi aveva bloccato così inaspettatamente sulle scale era mia vicina di casa, sì, ma in fondo rimaneva una sconosciuta, una che non aveva alcun motivo per scherzare con me.
“Sì” sussurrò lei, abbassando lo sguardo con quella ritrosia con cui rispondeva al mio saluto, formale, di quando ci incrociavamo.
“E… chi è il padre?” azzardai, anche se nella mia mente la domanda era tutt’altra: “Cosa vuoi da me, visto che non ti ho mai nemmeno sfiorata e quindi il padre non sono certo io?”. Il suo sguardo gelido e ferito, saettato con la coda dell’occhio, mi fece rendere conto di quanto fossi stato indelicato.
“Un europeo” rispose vaga, ma con un tono che non ammetteva ulteriori domande. Non che ci fossero molte altre domande da fare, a quel punto, se non capire perché stesse raccontando i fatti suoi proprio a me. Mi sembrava di scorgere nuvole nere all’orizzonte. E invece la tempesta era già sopra di me.
“Ci potremmo sposare” disse, come se fosse la cosa più banale del mondo.
“Ma… in che senso, scusa?”.
“Diciamo che il figlio è tuo, che ci incontravamo in segreto nelle cantine”.
“Ci uccideranno” ribattei, senza ancora intuire perché avesse scelto proprio me per quella follia.
“Ci uccideranno ancora di più se scopriranno chi è il vero padre” mormorò, per poi aggiungere, fissandomi direttamente negli occhi con una paura minacciosa: “E se scopriranno che genere di amicizie hai tu”.
E fu così che dopo pochi giorni partimmo per un’altra città, ci sposammo e dopo qualche mese lei partorì Hyam in una clinichetta clandestina. Durante il parto Aidha morì, mentre io ricevevo la telefonata di un amico: “Vi stanno cercando”.

Contattai l’Organizzazione. La gente ne parlava sempre mal volentieri, ma tutti sapevamo a chi ci si poteva rivolgere per abbandonare il paese.
“Vorrei andare in Francia, io e una bambina appena nata” dissi, per poi aggiungere, cercando di essere convincente: “E’… è la mia bambina”.
L’uomo alzò lo sguardo inespressivo: evidentemente non gliene fregava molto di chi fosse la piccola. “In Francia non si può. Ti mandiamo in Italia”.
“Perché in Francia no?”.
“Non si può”.
Tutti i miei risparmi finirono nelle tasche di quell’uomo e di un funzionario del consolato russo che mi fece avere un visto. Per il vitto e l’alloggio non ci sarebbero stati problemi, mi assicurarono. Avrei trovato lungo le varie tappe del viaggio anche tutto l’occorrente per la bimba: latte, biberon, pannolini…

E così una mattina mi imbarcai su un aereo e mi ritrovai, senza rendermene bene conto, all’aeroporto di Mosca, dove un uomo baffuto, con un furgoncino bianco, venne a prelevare me e altri tre uomini.
Viaggiamo per un tempo che non sembrava scorrere mai. Hyam era tranquilla, dormiva o poppava del latte dal biberon che mi aveva fornito l’Organizzazione. Non piangeva mai, tanto che i miei compagni di viaggio mi chiedevano se stesse bene e se fosse muta. Io non lo sapevo. E comunque non era poi così importante. Scendemmo dal furgocino che era già notte fonda. Eravamo tutti acciaccati, intorpiditi, con una voglia matta di sgranchirci le gambe. Ma non avemmo molto tempo: l’uomo baffuto ci fece segno di seguirlo all’interno del cassone di un tir: c’era uno spazio angusto dietro montagne di scatoloni, con tre coperte, due cuscini ingialliti, un sacchetto con del cibo e con il latte per Hyam.
Questa volta il tragitto fu ancora più lungo, interrotto da alcune brevi soste durante le quali, però, a noi non fu concesso spostarci dalla nostra prigione. Sentivamo solo che il camion non si muoveva più, ma ne ignoravamo il motivo. Poi, ad una nuova sosta, sentimmo aprirsi il portellone del camion. Ci riparammo gli occhi con le mani, temendo di essere feriti dalla luce dopo tante ore di buio. Invece, fuori, era notte fonda.

Fuori dal camion ci aspettavano quattro macchine, tutte con al volante nostri connazionali. Ci divisero tutti, io con la bambina fui portato verso la periferia di una grande città.
“Budapest, Ungheria” mi spiegò il conducente, che non aveva proprio voglia di scambiare due parole. Ci portò fino ad un palazzone imbronciato, fino ad un appartamento all’ultimo piano, dove venne ad aprirci una signora anziana, bassa e cicciottella.
Passammo cinque giorni da Nagimama, così si chiamava la signora. Con Nagimama riuscivamo solo a comunicare a gesti, ma lei si prese cura di Hyam e di me con un affetto che non aveva bisogno di parole. Non mi sarei mai aspettato un atteggiamento del genere da una persona che lavorava nella compravendita di disperazioni in fuga. Quando vennero a prenderci, Nagimama mi abbracciò e diede un bacio sulla fronte a Hyam. Ci augurò buona fortuna con gli occhi.

Questa volta il viaggio fu più piacevole. Potevo guardare il paesaggio ungherese, stando comodamente seduto accanto al conducente, un ragazzo bengalese con tanta voglia di chiacchierare.
Durante il tragitto mi continuava a guardare sorridendo, probabilmente capendo chi fossi. Mi appoggiò anche una mano sulla coscia, massaggiandola piano. Era davvero un bel ragazzo, ma ero troppo ansioso di finire quel viaggio per incoraggiarlo.
Oltrepassammo un posto di frontiera talmente luccicante e vuoto da sembrare finto. La Slovenia ci diede il suo benvenuto solo con una bandiera che sventolava davanti ad un tramonto stanco.
Ci fermammo in un motel piuttosto povero. Eravamo a pochi chilometri dal confine italiano, mi spiegò Nazrul. Dormimmo nudi, io tra le sue braccia. Non successe nulla. A parte il fatto che, per la prima volta da mesi, feci un lungo sonno senza sogni.

La sera arrivò un italiano con un piccolo furgoncino. Ci portò su strade sterrate fino ai margini di un bosco. Da lì si proseguiva a piedi. Non era facile addentrarsi in quei sentieri alla luce della sua pila elettrica con il mio zaino sulle spalle e quel fagotto addormentato tra le braccia. Quando finalmente gli alberi si diradarono e vidi in lontananza le luci di una città, chiesi al nostro accompagnatore: “Italiya?”.
L’italiano fece su e giù con la testa, pensando ad altro.

Il viaggio fino alla grande città non me lo ricordo neppure. Dormii tutto il tempo. La traversata del bosco era durata poche ore, ma mi sentivo stanco come se avessi passato tutta la vita ad attraversare selve oscure.
Arrivammo alla nostra meta che non erano neppure le dodici e passai tutto il giorno con lo zaino sulla schiena e il fagotto tra le braccia a camminare senza meta, sotto un sole apatico. Mi fermai solo quando la fame divenne troppo feroce.
Guardai cosa mi aveva lasciato l’italiano nel sacchetto: il latte e due panini, con del formaggio e del salame. Mangiai il pane, mangiai il formaggio e diedi il salame al cane. Lo fissai, quasi con invidia, finché non si fu leccato i baffi.
Mi sentivo perso. Non avevo voglia di fermarmi da nessuna parte, di diventare uno di quei poveracci che incrociavo per le strade a elemosinare monete e indifferenza, con il cappello in mano o un bicchierone di carta della Coca Cola.
Scese la notte e continuai a camminare. Ogni passo era un supplizio, in quelle scarpe che sembravano farsi sempre più strette. Lo zaino mi stava tagliando le spalle. E la bambina sembrava diventare sempre più pesante, come se non bevesse latte, ma piombo fuso. Non ce la facevo più.
Il mio corpo prese il sopravvento sulla mia volontà e si accasciò su una panchina. Era la mia sconfitta. Davanti a me si allungava un futuro vuoto di prospettive. Un cestino dell’immondizia ammiccava poco lontano: il posto ideale dove buttare il fagottino che mi trascinavo dietro. Invece presi il biberon e gli diedi da bere. E scoppiai a piangere disperato.

Non mi accorsi neppure di quella persona che venne a sedersi accanto a me fin quando non mi appoggiò una mano sulla spalla. Sobbalzai.
“Hai bisogno di qualcosa?” chiese in quella sua lingua incomprensibile, poi, vedendo che non avevo capito, aggiunse: “Tu parl fronsé?”. Scossi la testa.
“Inglisc?” e io annuii.
“Ai veri littol… No pleis slip? Oh… Uer slip iù?” chiedeva appoggiando la testa alle sue mani distese e guardando la bambina. Io risposi: “No”. Volevo dire no alla sua implicita proposta di aiuto, ma quando aggiunse: “Vien uiv mi. Iù uelcom in mai abitescion, ok? No problem, ok?” non dissi niente: lo seguii in silenzio.

Fu così che ci ritrovammo nel suo appartamentino, un piccolo monolocale con bagno, libri ammassati in ogni angolo, le finestre spalancate alla frescura della notte. Feci addormentare Hyam, come al solito senza alcuna fatica, poi lui mi mostrò dove fosse la doccia. Ne avevo davvero bisogno.
Uscii dal bagno con l’accappatoio e lo sguardo basso, per la paura di incrociare i suoi occhi e dovergli chiedere grazie. Abramo era steso sul letto, un divano letto a due piazze, indossava i pantaloni di un pigiama e una canottiera troppo larga. Guardava senza interesse dei videoclip in tv. Era un ragazzo della mia età, probabilmente uno studente universitario. Era magro, con lunghi capelli neri e ricci.
Vidi un pigiama pulito piegato sul lato del letto che aveva lasciato libero, mi tolsi l’accappatoio per infilarmelo e in quel momento sorpresi negli occhi del mio ospite un guizzo, che cercò in ogni modo di nascondere. Allora il mio corpo, ristorato dalla doccia calda, prese di nuovo il sopravvento: montai sul letto come una pantera, nudo, e avvicinai il mio viso al suo. Un altro lampo nei suoi occhi, questa volta di panico. Avvicinai le mie labbra alle sue, le assaporai, lui rimane immobile per un lungo attimo di incertezza, poi le nostre mani, come spiritate, iniziarono a esplorare selvaggiamente le une il corpo dell’altro.
Non oppose resistenza quando spinsi la sua testa verso il basso e mi accolse nella sua bocca con tenera frenesia. Quando lo feci stendere a pancia sopra sul letto e portai le sue gambe sulle mie spalle, cercò di fermarmi: “Stop, stop, condom!” disse. Io gli bloccai le mani ed entrai con forza. Smorfie di dolore accompagnarono tutta la cavalcata, mentre lui continuamente cercava di avvicinare i suoi occhi carichi di lacrime e la sua bocca fremente al mio viso, per perderci dal mondo in baci lunghissimi.
Venni e mi accasciai sul letto.

Mi svegliai non so quante ore dopo, con il pianto di Hyam che mi trapanava le orecchie. Non era muta, allora. Stavo abbracciando il corpo di quel ragazzo, tutto rannicchiato contro di me. Girai un po’ lo sguardo per la stanza. Libri sugli scaffali, libri sul tavolo, libri accatastati per terra: sembravano romanzi e saggi, e poi atlanti… e copertine con scritte in ebraico. Ecco perché era circonciso anche lui, cazzo. Era davvero troppo anche per un disgraziato come me: raccolsi le mie poche cose e il mio fagotto piangente e scappai via.

Vagai tutto il giorno, ancora senza meta, con la bambina che per fortuna era tornata silenziosa come una tomba. La sera, sfinito, presi dei cartoni, li aprii e decisi di dormire su quel lurido giaciglio, nascosto in un angolo tranquillo.

Mi svegliai con fortissime contrazioni al ventre. Con la mano riconobbi sotto di me la ruvidezza del cartone. Ero completamente nudo. E dolori spietati mi stritolavano la pancia gonfia e immensa. Lanciai un urlo animalesco e finalmente riuscii a liberarmi, il corpicino piangente di Hyam scivolò fuori dal mio ventre. La guardai, avvolta nel mio sangue, senza sapere come recidere quel cordone ombelicale, lì, in quell’angolo abbandonato di mondo.
Poi vidi un piccolissimo uccellino avvicinarsi. Era un colibrì. Sbatteva frenetico delle ali che facevano a gara in lucentezza con l’immensa luna che riempiva tutto il cielo. Con un piccolo e preciso colpo del suo becco tagliò il cordone. Poi, con la punta del becco, afferrò delicatamente mia figlia, la sollevò e se la depose sul dorso. Io gridai di lasciarla stare, che ero suo padre, che avevamo affrontato insieme tanti problemi e che insieme ne dovevamo affrontare ancora altrettanti. Il colibrì scese con il suo becco su di me, mi prelevò e poi depose anche me sul suo dorso. Lì mi aspettava Abramo, con in abbraccio Hyam, tutta lavata e profumata. Ci abbracciammo e baciammo, tenendo nostra figlia tra noi due.
Poi guardai giù, non si vedeva più la terra, ma stelle e pianeti e galassie. “Ma la terra quanto è lontana?” chiesi con stupore.
“Non tanto, guarda là” rispose Abramo, indicando con il dito un punto tra le zampette del colibrì. Lì, strizzando gli occhi, riuscivo a scorgere a fatica il nostro pianeta. In effetti gli arti dell’uccello quasi lo sfioravano.
“E’ che la terra è così piccola e il colibrì così grande” mi spiegò Abramo con semplicità e io, sereno, con in braccio la piccola Hyam, mi persi tra le sue braccia e mi addormentai e finalmente iniziai a sognare.

Mi sono svegliato stamattina. Sono lontano da casa per un paio di giorni, in visita da un’amica malata. Era ancora presto, forse a casa dormivano ancora. Ho mandato un sms ad Abramo: “Micione, mi vuoi bene, vero? E nostra figlia sta bene?”. Le cose importanti le voglio sempre sotto mano. Per strada ogni tanto mi fermo di botto e mi tasto velocemente le tasche, per controllare di avere ancora il portafoglio, le chiavi, il cellulare. E poi chiamo casa per chiedere: “Mi vuoi bene? E come sta la piccola?”. Dopo tanto vagare, è così stupefacente avere una casa…

 

Pier
©2011 Il Grande Colibrì
Scritto da
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11 commenti

  • complimenti per le metafore, bellissimo racconto e meravigliosa fantasia… sei riuscito a penetrare nelle profondità del mio cuore per poi uscirtene con delle lacrime che scivolavano lungo le guance involontariamente, davvero una storia toccante… complimenti Pier. (qualcosa mi dice che si tratti di una storia vera! ) 🙂

  • …forse vorrei solo pensare…ma a cosa…La storia mi ha riempito ermeticamente la mente…vorrei il silenzio, l'intimità di godermi l'armonia di questo racconto, il suo profumo di buono…di cosa compiuta…Nessuno entri, nessuno sporchi..restate fuori…che per entrare dovete essere puri..,la tela bianca che nessuno ha imbrattato di malignità …

  • Complimenti, un racconto davvero bellissimo.
    Ci sono rimasto male quando il protagonista scappa dalla casa del suo ospite…poi il miracolo del colibrì ed il finale mi hanno fatto sciogliere.
    Bravissimo, davvero!

  • @ Danilo: Grazie!

    @ Aracoeli: Pubblicheremo ogni martedì un nuovo racconto, scritto da me e da altri 🙂

    @ Vale: Possiamo raccontare solo quello che vediamo e sentiamo. In un paese che chiude gli occhi, le orecchie e il cuore allo "straniero", è purtroppo normale che si chiuda anche la bocca e non si raccontino le migrazioni…

  • Grazie a Pier per questo stupendo racconto e grazie a Aracoeli per alcune osservazioni che rischiavo di perdermi.
    Io sono rimasto incantato dalla grande compenetrazione tra realismo (mi occupo di migranti) e onirismo. La descrizione del viaggio dimostra una profonda conoscenza del fenomeno migratorio, con la citazione di numerosi fatti e dettagli che corrispondono a realtà. Poi aggiungo la profonda conoscenza anche della psiche umana (ad esempio, un'osservazione che mi ha lasciato senza parole è: "Ci riparammo gli occhi con le mani, temendo di essere feriti dalla luce dopo tante ore di buio. Invece, fuori, era notte fonda"). E una capacità di sognare commovente.
    Questo paese ha una carenza profonda di capacità di raccontare le migrazioni, ma questo racconto, con la sua forza, è una importante eccezione.

  • E' da ieri che leggo questo racconto, mi ritorna in mente, lo rileggo e ogni volta piango.
    E' uno stimolo eccezionale per il cuore e anche per il cervello, perché a ogni rilettura mi rendo conto di nuove cose: i tempi del pianto della bambina e anche dell'uso della parola "figlia", l'importanza di mille particolari a prima vista inutili…
    Non avrei mai creduto di trovare un capolavoro così abbandonato su una pagina internet sconosciuta: ci sono altri testi?

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