Interpretare il Corano: il dibattito (MOI Reading 3)

Corano in lingua araba, senza punti oscuri,
ma avranno timore?
Il Dio ha parlato in parabola […]
La maggior parte di essi nulla intendono.
(Sura XXXIX, A schiere, a schiere, 28-29)

Come abbiamo già ricordato in MOI Reading 1, la condanna dell’omosessualità fatta da molti studiosi islamici è basata sulle vicende di Sodoma e su altri brani (come Sura IV, Le donne, 15-16). Condividendo un filone ricorrente anche nell’ebraismo e nel cristianesimo, una minoranza di interpreti coranici ritiene però che nell’episodio di Sodoma il peccato punito dal Dio sia la violenza sessuale di un uomo su un altro uomo (e non l’omosessualità in sé), mentre i versetti della quarta Sura condannerebbero la prostituzione maschile e non la libera sessualità tra uomini.

Analizzeremo nel dettaglio queste interpretazioni nei prossimi mesi, mentre ora, volendo proporre non nozioni sparse ma una riflessione approfondita e ragionata, sembra più corretto capire bene cosa significhi interpretare il Corano.

Il tema dell’interpretazione coranica può essere affrontato da due diversi punti di vista: quello delle scienze umane, considerando il Corano come “un” libro, e quello di chi, invece, ritiene che il Corano sia “il” Libro (o meglio, il testo tramandato inizialmente in forma orale e solo successivamente in forma scritta) contenente il messaggio del Dio per gli esseri umani.

Per le scienze umane, ogni evento, anche quello religioso, si situa in un preciso contesto storico, sociale, culturale, antropologico… La stesura e l’interpretazione di un testo religioso risente di questo contesto. Allo stesso modo, i cambiamenti di contesto spiegano i mutevoli rapporti tra religione e particolari questioni: in questa ottica, non è così complesso spiegare come mai l’Islam sia passato dalla liberalità nei confronti della sessualità alla profonda omofobia che caratterizza buona parte di esso nella contemporaneità (leggi MOI Reading 2).

Discorso ben diverso è quello del fedele che voglia interpretare il Corano alla ricerca del messaggio originario del Dio. E qui subito sorge il problema dell’interpretabilità del Corano: c’è chi sostiene che essa non sia ammissibile, perché il Corano è “in lingua araba, senza punti oscuri” (XXXIX, 28) e quindi andrebbe letto e direttamente applicato, e chi invece ritiene che il testo sacro utilizzi un linguaggio allegorico, quindi da interpretare, dal momento che “il Dio ha parlato in parabola” (XXXIX, 29).

I sostenitori della seconda ipotesi sottolineano che, se è vero come è vero che neppure per il testo può semplice può esistere comprensione senza interpretazione, ciò è ancor più vero per il Corano, testo estremamente complesso, con tutti i suoi riferimenti storici e le sue contraddizioni apparenti (superabili attraverso il processo di naskh), dettato in una lingua altrettanto complessa come l’arabo, in cui quasi ogni parola ha una molteplicità di significati tra loro anche molto differenti, con l’ulteriore complicazione dell’assenza, nelle copie più antiche, dell’apparato vocalico.

A dimostrazione che non è possibile applicare direttamente il testo senza la comprensione data dall’interpretazione, basta citare le profonde differenze esistenti tra le diverse correnti islamiche e persino all’interno delle correnti, gli enormi mutamenti interpretativi occorsi nelle diverse epoche storiche e nelle diverse zone geografiche, il colossale lavoro di migliaia di teologi, giuristi e studiosi di ogni tipo per applicare le disposizioni divine a nuove situazioni mai affrontate prima e generate sempre più spesso dalla modernità…

Chi giustifica l’interpretazione, inoltre, richiama il ruolo di Muhammad (Maometto), ricordando come il Profeta durante la sua vita abbia spiegato il significato di alcuni versetti, chiarito l’uso di alcune parole, risolto alcune apparenti contraddizioni; visto che il testo coranico è parola del Dio e non del Profeta, lo stesso Muhammad ha dovuto iniziare a interpretare il messaggio divino, senza per altro essere infallibile (“Ehi, nabi! perché dichiari ‘E’ illecito!’ ciò che Dio ti ha concesso per compiacere le tue donne?“; Sura LXVI, Non è lecito!, 1).

Ciò che è ovviamente proibito al fedele è offrire un’interpretazione basata sulla mera opinione personale, slegata dal testo coranico. L’approfondita conoscenza del Corano, ottenibile con lunghi anni di studi complessi, deve essere la base di ogni interpretazione.

A questo punto, però, sorge una nuova disputa, legata all’immutabilità del Corano: per la maggior parte dei musulmani il testo sacro non tramanda semplicemente il messaggio divino ma le esatte parole dettate dall’angelo Jibril (Gabriele) a Muhammad. Partendo dall’immutabilità, alcuni studiosi tornano a invocare il rispetto del significato letterale (come se esso fosse immune da interpretazione!) del Corano e degli ahadith o, perlomeno, condannano chi si impegni in un lavoro di contestualizzazione storica, socio-culturale e linguistica del testo sacro.

I moltissimi studiosi che difendono la contestualizzazione fanno però notare come studiare scientificamente il Corano non significhi affatto sfidarne la sacralità o voler piegare il dettato divino alle contingenze della modernità, ma, al contrario, significa mettere tutto l’immenso strumentario della razionalità umana al servizio della comprensione del messaggio del Dio e, quindi, del rispetto del Suo volere.

L’immutabilità del Corano, da questo punto di vista, non coincide con un divieto posto alle facoltà umane di interpretazione e di ricerca di significati più profondi rispetto a quelli più superficiali (comunque anch’essi inevitabilmente soggetti a interpretazione). Altrimenti, mutatis mutandis (cioè fingendo per un attimo che l’universo non sia in costante trasformazione), sarebbe come dire che passare dal sistema tolemaico a quello copernicano sia stato non un passaggio di migliore comprensione dell’universo, ma un atto di superbia nei confronti dell’universo stesso…

L’immutabilità, poi, non per forza coincide con la monoliticità e con la rigidità: esiste l’immutabilità dura della montagna e l’immutabilità duttile dell’oceano. In questo senso, il processo del “al-nasikh wal-mansukh”, cioè il processo secondo cui un versetto, pur nella sua assoluta perfezione e verità, può essere “abrogato” da un altrettanto perfetto e vero versetto successivo, non è forse un invito a considerare l’Islam come una religione dinamica di ricerca costante, di messa in discussione delle proprie convinzioni, di rispettoso confronto tra diversi punti di vista, di accoglienza della mutevole realtà dell’essere umano per la quale rendere grazie all’infinita misericordia del Dio?

L’interpretazione umana, in definitiva, non è un gesto di superbia nei confronti delle parole del Dio, ma, al contrario, è un gesto di rispetto e di umile riconoscimento della limitatezza dell’essere umano: egli, pur davanti alla luce, non riesce neppure a intravvederla se non scavando costantemente nel buio. E allora cercare di interpretare correttamente il testo coranico, mettendo in gioco la propria razionalità e la propria emotività, due doni del Dio, è in realtà il più grande segno di devozione nei confronti delle parole divine.

Infine, non si può non citare la grandissima tradizione di interpretazione mistica ed esoterica del Corano attuata dai pensatori sufi e non solo: in questo caso, si ritiene che, più a fondo del significato letterale, più a fondo dello stesso significato allegorico, esista un terzo livello di lettura avvicinabile attraverso un contatto più diretto con il Dio.

In definitiva, crediamo che presentare alcune interpretazioni, anche se spesso minoritarie, del Corano, soprattutto dopo aver illustrato dettagliatamente il problema della sua interpretabilità, non costituirà assolutamente una mancanza di rispetto nei confronti del testo sacro. Ciò detto, ribadiamo come il nostro intento non sia quello di persuadere qualcuno: ogni persona (e i musulmani con l’aiuto della propria fede) sarà libera di valutare personalmente la validità delle tesi illustrate.

 

Pier
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