Invano mi odiano: storie di LGBT cristiani in Russia

Nella recente ondata di notizie sulla Russia non sono mancate le immagini forti: foto e video delle proteste e delle sevizie (ilgrandecolibri.com), interviste agli attivisti e agli sportivi, talk show rumorosi. Mancava però uno sguardo d’insieme più profondo, fino alla recente uscita del documentario girato da Yulia Matsiy, una regista indipendente russa residente a Milano, che ha cominciato a presentare il suo film partendo dall’Italia, con le proiezioni a Milano e a Verona (il trailer del film è visibile su youtube.com). La giovane regista ha scelto una citazione evangelica per intitolare il suo lavoro. “Invano mi odiano“: queste parole del Vangelo di Giovanni (15:25), tradotte dalla versione russa del Vangelo, ci ricordano che Gesù stesso era perseguitato perché le sue idee erano contrarie alla moralità dell’epoca.

Il titolo evidenzia la contraddizione fra i postulati della fede e la prassi di odio, messa in opera dai nazionalisti russi che si dichiarano credenti, e anticipa uno dei temi centrali del film: la situazione dei cristiani gay, lesbiche e transgender della Russia e dei paesi limitrofi, che vivono una doppia emarginazione. Rifiutati dai credenti in quanto “pervertiti”, vengono stigmatizzati anche dalla maggioranza atea dei gay o delle lesbiche.

La loro esistenza è sommersa, ma non sono del tutto invisibili. Infatti, da sei anni si organizza un Forum di GLBT credenti dell’Est Europa e dell’Asia Centrale, che quest’anno si è tenuto a Kiev (gaycredo.org.ua). Questo evento, organizzato quasi in segreto, ha riunito un’ottantina di gay e lesbiche cristiani, che appartengono ad un ampio spettro di riti e liturgie, dagli ortodossi ai metodisti protestanti. Per molti di loro il Forum diventa l’unica occasione sia per confrontarsi con altri credenti emarginati, sia semplicemente per fare comunione o poter pregare non in solitudine. Di fronte alla discriminazione e alle scomuniche, si lasciano da parte le beghe interconfessionali, si celebra la funzione in russo, inglese, latino con la traduzione in russo e si ordinano sacerdoti in greco.

Entrare in questa cerchia ristretta non è facile: l’ubicazione degli incontri è resa nota solo alla vigilia dell’evento. La regista doveva stare molto attenta nel riprendere le persone, perché per molti di loro essere avvistati in un contesto del genere può generare problemi nel paese d’origine. Infatti, prima di ogni ripresa video bisognava avvertire gli astanti, in modo da permettere loro di decidere se volessero apparire nel video o meno.

Questo però non ha pregiudicato la spontaneità e l’eloquenza della narrazione, che mescola le distanze, alternando gli attivisti isolati dal contesto (in particolare, Andrew Obolensky, Valery Sozaev e Yury Maximov), le panoramiche delle strade di Mosca, con la folla infinita che scorre indifferente, e le conversazioni amichevoli fra gay e lesbiche credenti. Nelle semplici stanze o nelle modeste cucine, gli amici parlano dei massimi sistemi e dei problemi quotidiani, dell’importanza della fede nelle loro vite, del peso della diversità, particolarmente forte nel caso di un ragazzo gay proveniente dal Daghestan, che dall’Islam si è convertito al protestantesimo. Fra una tazza di the e una frittella con la panna acida, condividono le storie degli amori finiti e le speranze di un futuro senza omofobia.

Da contrappunto violento a queste storie di ordinaria sopravvivenza fungono i video del famigerato movimento “Occupy Pedofiliai“, una caccia all’uomo organizzata e subdola, che usa i mezzi di comunicazione moderni per individuare, adescare e incontrare i gay russi maturi o giovanissimi, per umiliarli pubblicamente. Fra le decine di video simili, molti dei quali diffusi anche in Europa, la regista ha scelto sapientemente quattro episodi in cui la violenza aumenta, passando dalle parole ai gesti osceni, al sangue.

Non meno violente e tristemente noti sono anche i tentativi di protesta di fronte alla Duma, organizzati dai gruppi di attivisti GLBT: riprese dall’alto permettono di vedere, con una chiarezza spaventosa, quanto siano pochi, seri e uniti fra loro, e quanto siano aggressivi e quasi divertiti i loro aggressori. Urlando uno addosso all’altro “Mosca non è l’Iran!” e “Mosca non è Sodoma!“, si affrontano, malamente trattenuti dalle forze d’ordine.

Ma la regista ci riporta la voce della maggioranza omofoba non solo nell’esaltazione di una protesta di strada: intervista un uomo credente che era in piazza per un concerto ufficiale. L’occasione è alquanto altisonante: la celebrazione patriottica, per quanto artificiale, del 1025° anno dalla cristianizzazione della Russia (evento che storicamente ha poco a che fare con lo stato Russo moderno, essendo iniziato a Kiev, nell’odierna Ucraina, 150 anni prima della prima menzione di Mosca). Brandendo una bandiera fatta su modello di quelle usate durante le manifestazioni francesi contro il matrimonio fra gli omosessuali, l’uomo barbuto sciorina una catena di ragionamenti in cui una famiglia è tale solo se ci sono tre figli e l’uomo è un dio all’interno del nucleo familiare e la donna deve limitarsi a servire lui e i figli.

In un’ora circa Yulia ci offre una panoramica completa, o quasi, dello stato delle cose in Russia. La regista si pone il compito di testimoniare l’esistenza di questa minoranza all’interno di una minoranza, e nello stesso tempo di ribadire la sua normalità, rivolgendosi al pubblico generale che non conosce l’argomento. Il film era in gestazione da tre anni, ma è stato realizzato nel giro di qualche mese, proprio nelle stesse settimane in cui un gruppo di cineasti olandesi finiva sotto arresto dopo un tentativo di riprendere dei giovani gay a Murmansk (bbc.co.uk).

Amnesty International sta valutando attualmente l’opportunità di dare il proprio patrocinio al progetto, in modo da poter eventualmente tutelare sia la regista che le persone riprese nel suo film. “Invano mi odiano” per ora circolerà nei circuiti europei, ma la regista spera che un giorno la situazione in Russia le permetterà di proiettarlo in patria: “Voglio proprio che un giorno il film sia proiettato anche in Russia, ma per ora non è prevista nessuna proiezione nel vicino futuro“.

Marina
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