Israele, l’altra faccia del Pride: apartheid e pinkwashing

proteste contro occupazione al pride di tel aviv
Proteste contro l'assedio a Gaza al Pride di Tel Aviv

Venerdì 8 giugno a Tel Aviv si è svolto il ventesimo Gay Pride, che quest’anno è stato il più grande nella storia del Medio Oriente, con un’affluenza di più di 250mila persone. Un tripudio di bandiere rainbow, musica, concerti e vari festeggiamenti hanno dominato la città e l’hanno resa ancora una volta la “miglior città gay del mondo“. Alla manifestazione ha preso parte anche Netta Barzilai, vincitrice di Eurovision.

Il presentatore americano Andy Cohen, ambasciatore internazionale del Pride di quest’anno, ha dichiarato: “Celebrare il Pride a Tel Aviv è una bellissima celebrazione dei diritti gay e della visibilità in una zona in cui non tutti possono vivere come le persone che sono e che sono nate per essere“.

Diritti non per tutti

A primo impatto si potrebbe pensare che Israele sia un paese all’avanguardia, anche a seguito delle dichiarazioni di Benjamin Netanyahu all’American Jewish Committee (Comitato ebraico americano): Israele sarebbe “l’unico paese nel Medio Oriente che dà il benvenuto ai gay e che li rappresenta”, ha detto il premier, riferendosi in particolare a Amir Ohana, il primo ministro dichiaratamente omosessuale del Likud (Consolidamento), il partito nazionalista e liberale di Netanyahu. Peccato solo che la realtà sia ben diversa.

Infatti, mentre per le strade di Tel Aviv si celebrava la libertà d’identità e di sessualità, a 70 chilometri di distanza Israele – lo stesso paese che cerca di promuovere la tolleranza verso la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) cercando di apparire come “progressista” – continua ad attaccare continuamente la Striscia di Gaza, uccidendo o incarcerando ribelli palestinesi, ma anche molto civili, che combattono contro l’occupazione israeliana in territorio palestinese.

La Marcia del Ritorno, iniziata il 30 marzo, si è già lasciata alle spalle una conta di morti e feriti tale – le cifre parlano di oltre 120 morti e 12mila feriti – che i venerdì di protesa sono stati rinominati “venerdì di sangue”.

Orgoglio e occupazione

Quello che sta facendo adesso Israele è un fenomeno che viene definito col termine “pinkwashing” e consiste nel porre sotto i riflettori i propri progressi per quanto riguarda i diritti LGBTQIA, come il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero, per far dimenticare alla popolazione l’infrazione da parte del governo dei diritti umani e i crimini contro l’umanità nei confronti della popolazione palestinese, che da settant’anni protesta nella striscia di Gaza contro il regime di occupazione, oltre a denunciare la miseria in cui è costretta a vivere.

Per questa ragione migliaia di attivisti LGBTQIA sono scesi a Tel Aviv con delle transenne per protestare contro il Pride di Tel Aviv non per questioni religiose o etiche, come spesso avviene in alcune città d’Italia, bensì per ricordare alle persone l’ipocrisia di Israele, che si mostra liberale e progressista al mondo e alle telecamere, ma che nasconde una profonda contraddizione sulla preservazione dei diritti umani quando si tratta di palestinesi. “Non esiste orgoglio nell’occupazione” è lo slogan dei manifestanti, e anche: “Noi protestiamo per il diritto di tutti a poter protestare”.

Orgoglio e terrorismo

Ohad Nakash Kaynar, un portavoce del ministro degli esteri israeliano, invece ha twittato: “Mentre Israele si sveglia con il Pride 2018 , dove la tolleranza e l’accettazione vengono celebrate ogni anno, i terroristi di Hamas a Gaza, sponsorizzati dall’Iran, si svegliano per ucciderci e bruciarci, usando donne e bambini come scudi umani nelle loro rivolte nel tentativo di violare la frontiera“.

L’appoggio da parte degli Stati Uniti alle politiche israeliane rende il tutto più complicato per i palestinesi, soprattutto dopo lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e il riconoscimento della città come capitale di Israele. Questo pone in dubbio l’immagine di Israele e pone molte domande: Israele è davvero così liberale e gay-friendly come vuole farci credere o è soltanto una copertura per farci dimenticare i crimini e le atrocità che essa compie da ormai settant’anni? Può bastare il riconoscimento dei diritti civili alle persone LGBTQIA per potersi definire un paese all’avanguardia?

No alle unioni civili

Anche qui bisogna fare una parentesi riguardo alla proposta di legge sulle unioni civili. Beh, ci dispiace dirlo, ma la coalizione dello stesso Netanyahu ha bocciato la proposta, che è stata rifiutata con uno scarto di tre voti (38 a favore, 41 contrari), infrangendo la promessa fatta di farla approvare.

La parlamentare Stav Shaffir, colei che aveva presentato la proposta di legge, ha dichiarato: “Israele sta decisamente mandando segnali contrastanti al mondo. Il ministro del turismo voleva spendere 12 milioni di nuovi shekel israeliani [circa 2,8 milioni di euro; ndr] per promuovere il turismo gay in Israele, ma quando si è arrivati al voto, improvvisamente tutto sembra diverso, e i ministri che avevano pubblicamente detto che avrebbero votato in favore della proposta di legge sorprendentemente non si sono presentati in assemblea”.

Poi ha fatto la lista dei ministri che avevano votato contro, nonostante le dichiarazioni iniziali di appoggio alla proposta.

Nicholas Vitiello e Ziyad Bouighrad
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Edo Ramon (CC BY-NC 2.0)

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