No, la Libia non è musulmana: la storia negata degli ebrei libici

Iscrizioni ebraiche della sinagoga di Iefren, in Libia

Sono nata e cresciuta in Libia e non mi ricordo dell’esistenza di altre religioni, oltre all’islam, osservate nel mio paese. Sapevo solamente che i libici sono musulmani. Anche con gli stranieri, probabilmente cristiani, che lavoravano in Libia, non si poteva assolutamente avere una conversazione sulla religione: non era accettabile, anzi si evitava ogni tentativo di aprire un dialogo di natura religiosa con loro. Ricordo che nella mia classe, a scuola, c’erano ragazze egiziane di fede cristiana che erano costrette a frequentare le lezioni della materia “religione islamica” con tutte noi; nessuna si era mai lamentata in pubblico e io non ero consapevole di ciò.

Quando ero piccola, c’era una frase che sentivo ripetere spesso dagli adulti: “E’ di origini ebraiche”. Non capivo se contenesse una forma di insulto o se fosse una semplice affermazione.

Col passare del tempo, in ogni discorso politico, politici e imam ribadivano come la Libia fosse musulmana, fino a quando la gente non si fosse convinta senza aver bisogno di sentirselo ricordare. Non ci hanno mai detto prima che centinaia di ebrei libici erano stati espulsi nel 1967 e che le loro proprietà gli sono state sottratte. Molti di loro sono fuggiti in Italia, in particolare a Roma, in Israele e negli Stati Uniti. Con l’arrivo del regime di Gheddafi, gli fu proibito il ritorno alla patria natale, affermando che la Libia è uno Stato esclusivamente islamico.

La molteplicità religiosa in un paese significa dargli un tono multi-culturale ed è anche la prova della tolleranza, dell’accettazione e della convivenza civile del popolo di quel paese. La Libia sarebbe stata più pacifica e meno razzista se gli ebrei fossero rimasti e se non fossero stati cacciati ed esiliati. La Libia sarebbe diventata più bella e inclusiva.

La Libia non può essere definita un paese islamico o musulmano: non lo è mai stato. Tra la sua gente ci sono musulmani, cristiani, ebrei e atei. “Musulmano” è un aggettivo indicante una persona: uno stato non può definirsi musulmano, ci vogliono alcune condizioni per chiamare qualcuno musulmano. Uno stato non può pronunciare la shahada (professione di fede islamica). Potrebbe mai un regime politico pregare e digiunare? I requisiti dell’islam si concretizzano con il credo e con l’osservanza degli individui, non con i dettami di una classe dirigente autoritaria. Quindi l’aggettivo “musulmano” riferito a uno stato è puramente metaforico.

L’ultima ebrea deportata dalla Libia è stata Reina Aldbach, nel 2003. Lei voleva essere sepolta nel cimitero ebraico di Tripoli, che però è stato distrutto da Gheddafi. Al posto del cimitero ora c’è una torre.

La mia visita questa estate a Roma è stata diversa dalle precedenti: a Roma ho riscoperto una Libia diversa e una Tripoli che non conoscevo. Ho scoperto la seconda generazione dei libico-italiani che hanno vissuto in Libia per qualche tempo e i cui antenati sono nati e cresciuti in Libia. Sono stati molto accoglienti nei miei confronti quando hanno saputo che sono libica. Non masticavano bene il nostro dialetto, però erano pieni di ricordi e aneddoti da raccontare. Loro sono libici, ma non sono più i benvenuti nella loro terra solo perché sono di religione diversa, perché sono ebrei.

Il quartiere ebraico di Roma e la sinagoga sono il ritrovo della comunità ebraica libica romana. La cucina tripolina è molto presente fra le pietanze dei ristoranti ebraici.

L’ultima parte del mio viaggio a Roma è stata nel quartiere libico dove la stazione della metropolitana si chiama “Libia” e anche le vie ramificate della zona portano nomi di alcune città libiche. La particolarità del quartiere sta nel fatto che ha una alta concentrazione di residenti libici: famiglie, lavoratori e studenti.

Attualmente la situazione politica e sociale in Libia è molto disperata: è una lotta per il potere in cui domina la legge del più forte. Gli attivisti per i diritti vengono allontanati, i giornalisti e gli scrittori minacciati, gli omosessuali perseguitati, gli atei ostracizzati… Ma allora, chi rimarrà in Libia?!

 

Amani
©2016 Il Grande Colibrì

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