Olimpiadi di Londra, gli atleti gay restano invisibili

Quanti degli oltre 12mila atleti delle Olimpiadi di Londra saranno omosessuali? Stando alle statistiche, dovrebbero essere qualche centinaio, eppure a dichiararsi sono appena in venti: l’Olanda conta quattro atleti, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna tre, Australia e Germania due. Con un atleta ciascuno, si aggiungono poi Brasile, Danimarca e Svezia. Gli unici due partecipanti alle Paralimpiadi sono entrambi britannici, l’unica coppia omosessuale dichiarata è francese (due triathloniste). E poi non si possono dimenticare due allenatrici di calcio lesbiche, una inglese e l’altra statunitense. Nel calcio, tra le giocatrici, a dichiararsi lesbiche sono solo due donne (tra cui Megan Rapinoe: Il grande colibrì, mentre gli sport più gay-friendly sembrano essere l’equitazione, l’hockey su prato e la pallamano (Outsports).

Insomma, i numeri sono ancora incredibilmente ridotti, anche se sono comunque quasi raddoppiati rispetto alle ultime due edizioni delle Olimpiadi. Evidentemente la maggioranza degli sportivi gay, lesbiche e transessuali non ha ancora il coraggio di uscire allo scoperto per la paura, spesso giustificata, di subire l’ostracismo degli altri atleti o del pubblico o, peggio, di essere accolta, una volta tornata in patria, da una condanna penale. Eppure, come dichiara una coppia australiana di tiratori nella sua polemica perché nel villaggio olimpico le coppie eterosessuali non possono dormire insieme, “c’è un sacco di coppie gay che condivide la camera da letto” (News).

Alcuni piccoli gesti simbolici, come la donazione di una fiaccola olimpica all’associazione LGBTQ* Pink Triangle Theatre o la lettera di sostegno del comitato organizzatore di Londra all’iniziativa gay-friendly della Pride House, destinata ad atleti e tifosi omosessuali e transessuali, sono stati interpretati dagli sportivi per quello che erano: piccoli gesti simbolici, appunto, e nulla di più. Una presa di posizione più importante sarebbe stata quella del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), invocata più volte da Amnesty International e da vari attivisti per i diritti umani (Il grande colibrì).

Il CIO ha scritto a Gay Star News parole rassicuranti: “I giochi olimpici e il movimento olimpico sono universali e non discriminatori, in linea con la carta olimpica e con i nostri valori. I comitati olimpici nazionali sono incoraggiati a sostenere questo spirito nelle loro delegazioni. Il CIO è un’organizzazione aperta e gli atleti di qualsiasi orientamento saranno benvenuti ai giochi“. “Tutto fumo e niente arrosto” replica però Peter Tatchell, noto attivista inglese, adirato perché non sono state escluse dalle Olimpiadi tutte quelle nazioni che discriminano lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Resosi poi conto di mirare troppo in alto, Tatchell aveva proposto che, perlomeno, tutti gli atleti fossero obbligati a sottoscrivere una dichiarazione contro ogni forma di discriminazione. Ma il CIO, com’era prevedibile, non ha seguito i suoi consigli.

Il legame tra le Olimpiadi e le discriminazioni sessuali potrebbe comunque manifestarsi con forza se, come previsto da alcune associazioni (Il grande colibrì), alcuni atleti omosessuali provenienti da paesi con legislazione omofobica dovessero fare richiesta di asilo politico in Gran Bretagna. Per fortuna, però, anche nel mondo dello sport qualcosa inizia a muoversi: il calciatore spagnolo Xisco (all’anagrafe Francisco Jiménez Tejada) ha scritto un’appassionata difesa dei diritti degli omosessuali sul suo profilo Facebook, mentre il campione di football americano Rob Gronkowski afferma che non avrebbe alcun problema ad avere un compagno di squadra gay (Outsports).

 

Pier
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RASSEGNA STAMPA
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