Omosessualità e società ebraica nel mondo islamico

Sia l’ebraismo che l’islam proibiscono severamente i rapporti sessuali tra maschietti, ma erano ben poco coerenti a questo proposito, e pertanto c’era un apprezzabile iato tra i costumi e la letteratura teologica nel mondo islamico premoderno. I legami romantici e sessuali tra gli uomini erano un fenomeno abbastanza diffuso tra i musulmani e, data l’ampiezza dell’acculturazione ebraica, non sorprende che lo fosse anche tra gli ebrei. La Geniza del Cairo [nota 1] e la magnifica poesia ebraica di Al-Andalus [nota 2] forniscono prove documentarie e letterarie per il Medioevo, mentre le fonti ebraiche ed altre fonti dall’impero ottomano, dall’Iran e dal Nordafrica lo documentano per i secoli dal Quattrocento all’Ottocento. In epoca successiva, l’esistenza di giovani danzatori ebrei che spesso si davano alla prostituzione omosessuale fu notata dall’Egitto all’Iran.

L’attività sessuale umana è influenzata da ciò che la circonda, e che sia etichettata come “normativa” o “deviante” dipende dalle norme relative al luogo e al tempo, dai contesti sociali e culturali, e dalla posizione sociale dell’individuo [nota 3]. Lo studio dell’omosessualità tra gli ebrei dell’impero ottomano e nelle terre dell’islam, ed anche l’atteggiamento della società ebraica, lo dimostra ampiamente.

Come l’ebraismo (Levitico 18:22 e 20:13), l’islam proibisce severamente i rapporti sessuali tra maschietti (Corano, Sura VII, Al-A’raf, 81; Sura XXVI, I poeti, 165; Sura XXVII, Le formiche, 55; e anche più esplicitamente negli hadith), ma in pratica la posizione ufficiale in proposito era ben poco coerente. Le rigorose regole della sharia per provare l’adulterio ed i crimini sessuali impedivano quasi completamente a questi fatti di essere portati in tribunale, e non è per niente chiaro fino a che punto le pene ordinate dalla sharia e dalla legge secolare (in arabo e turco: قانون‎; qanun) venivano inflitte.

Le ricerche mostrano un visibile divario tra le norme morali dei libri di teologia ed i costumi correnti nelle società premoderne. I legami romantici e sessuali tra gli uomini erano un fenomeno alquanto diffuso nella civiltà islamica, in cui le donne erano quasi completamente assenti dalla sfera pubblica. Il desiderio sessuale e l’attrazione reciproca tra persone dello stesso sesso erano accettati come un’emozione naturale e non suscitavano sentimenti di colpa o vergogna. Nel contempo, non si riteneva appropriato parlare di questo fenomeno in pubblico od ammetterne l’esistenza.

In queste società il genere era considerato una caratteristica naturale e fissa. L’identità maschile o femminile erano determinate dalla somma dei comportamenti sociali, compreso l’orientamento sessuale. La dominanza e la penetrazione erano segni di mascolinità, senza riguardo per il sesso biologico dell’oggetto del desiderio o per l’atto connesso, ed il bisogno degli uomini adulti per le grazie dei giovanotti non era negativamente stigmatizzato. Né c’era una divisione binaria tra eterosessuali e omosessuali, o tra sessualità normativa e sessualità deviante.

Il ruolo sessuale era dettato in larga misura dalla posizione sociale. In generale, i rapporti carnali si avevano tra individui di ineguale posizione in termini di classe ed età, e prendevano la forma di rapporti sessuali con giovani e schiavi. Il sesso dell’oggetto della penetrazione dell’uomo non aveva importanza: giovane, uomo o donna, schiavo o libero, erano tutte scelte appropriate. Dacché si vedeva la penetrazione come un atto che umiliava ed asserviva il partner passivo, spesso quest’ultimo diveniva oggetto di dileggio, ed un uomo che per scelta continuava ad impegnarsi nella passività anale veniva in effetti ritenuto deviante.

Prima di sviluppare la barba sul volto, si riteneva che i giovinetti possedessero un’identità sessuale femminile, e pertanto erano oggetti abbastanza legittimi del desiderio sessuale maschile, e talvolta venivano pure preferiti (dal punto di vista estetico). I molti motivi omoerotici nella letteratura, nel misticismo islamico, la popolarità dei manuali sessuali ed i libri di immagini e di interpretazione dei sogni che trattavano dei rapporti sessuali tra persone del medesimo sesso rafforzano tutti la stessa impressione.

L’espressione dell’amore tra maschi era un segreto di Pulcinella, ed i viaggiatori ed i diplomatici europei che venivano nelle terre dell’islam lo notavano con stupore. Le storie che descrivevano la diffusione delle relazioni omoerotiche in Oriente identificavano l’islam con il “sodomismo” e con una sessualità immorale e degenerata e, così facendo, contribuirono alla demonizzazione e alla delegittimazione del minaccioso ed odiato nemico islamico.

Data l’acculturazione degli ebrei nel mondo islamico, non ci sorprende che i costumi e le pratiche della società che li ospitava esistessero nella società ebraica. Ad onta del vincolo di silenzio e della maniera intima dell’atto, sono sopravvissute centinaia di racconti che spiegano in dettaglio l’esistenza di relazioni sessuali tra i maschi ebrei (non si hanno documenti sulle relazioni lesbiche) e testimoniano di un fenomeno largamente dimenticato.

Il Medio Oriente medievale e Al-Andalus

La Geniza del Cairo fornisce alcune delle prove più antiche per l’esistenza del fenomeno tra gli ebrei nell’Oriente islamico durante il Medioevo.

Shelomo D. Goitein teorizzò che la pratica della pederastia filtrò dall’élite dominante a più ampi segmenti della popolazione, e che il posto degli schiavi fu preso dai giovinetti poveri. Egli punta a numerosi documenti dai quali si può dedurre che le relazioni con i giovinetti non erano rare, sebbene venissero esplicitamente condannate e si prendessero delle misure per prevenire incontri sessuali di questo tipo, come, per esempio, le restrizioni al trovarsi insieme da soli uomini adulti e ragazzi al pellegrinaggio (arabo: زيارة‎; ziyara) al tempio di Dammuh, a sud-ovest di Al-Fustat [nota 4].

Il fenomeno della pederastia ha raggiunto un’espressione senza precedenti nella splendida poesia ebraica che nacque dalla stretta familiarità e dall’interessamento per la poesia araba in Al-Andalus. In particolare, il genere delle “canzoni della gazzella” lodava le virtù del giovane imberbe (arabo: امرد; amrad) descritto come una “gazzella” o un “cerbiatto” (ebraico: צבי; tzvi) e metteva in mostra le pene dello struggimento che soffriva il poeta asservito dall’amore per il bel ragazzo.

Come hanno dimostrato Jefim Schirmann e Norman Roth, è difficile accettare l’argomento di Nehemia Allony e altri secondo cui questo era soltanto un tropo letterario che non rispecchiava affatto la realtà sociale. Oltre al corpus della poesia ebraica omoerotica, c’è la prova della letteratura halakhica [nota 5] e di altra letteratura che condanna i comportamenti scorretti.

Matti Huss sostiene che la società ebraica andalusa medievale e quella mediorientale permettevano delle rappresentazioni positive dell’amore omoerotico a certe condizioni. Ritiene questo un risultato della caratteristica simbiosi con l’ambiente islamico. Le relazioni omoerotiche tra gli ebrei continuarono nella penisola iberica anche dopo la Reconquista, ma non apparvero più nella letteratura e solo di rado appaiono negli scritti rabbinici.

L’impero ottomano ed il mondo arabo all’inizio e durante l’era moderna

Le fonti ebraiche e straniere che risalgono ai secoli XV-XIX tracciano un quadro che mostra chiaramente che le relazioni sessuali tra uomini erano tanto comuni nell’impero ottomano ed in Africa del nord da non essere confrontabili con le analoghe attività in Europa. La testimonianza delle fonti sull’attività sessuale maschile è confortata dai sempre crescenti resoconti in tutta la regione, nel Sette e Ottocento, sulla morale e sulle trasgressioni sessuali, e sulla frequenza delle relazioni tra le persone del medesimo sesso.

Come già detto, nel mondo islamico l’attrazione verso le persone dello stesso genere era considerata parte dell’assortimento dei comportamenti maschili generali e normali. Inoltre, le condizioni di vita, tra cui la facile disponibilità dei giovinetti in una società che imponeva la separazione dei sessi ed il matrimonio tardivo per i maschietti, la rendeva una scelta attraente per incanalare i desideri sessuali.

Le attività descritte nelle fonti corrispondono alla struttura di relazioni asimmetriche sopraddette. Il più di quello che sappiamo riguarda le relazioni sessuali tra ebrei; però ci sono prove di legami sessuali con non-ebrei. Gli incontri avvenivano in case private, in mezzo alla natura, e soprattutto nei luoghi di ritrovo per gli uomini di ogni religione: caffè, taverne e bagni pubblici.

Menzione speciale meritano i giovani danzatori maschili, molti dei quali tipicamente ebrei, con una significativa proporzione di essi che si davano alla prostituzione omosessuale. Dei danzatori ebrei prepuberi si sono trovati, spingendosi ad est, perfino in Iran, e, come osserva l’antropologo Laurence Loeb, “l’omosessualità è sempre implicita nelle discussioni sul ruolo del danzatore maschio“. Il personale dell’Alleanza israelitica universale fece grandi sforzi per salvare i ragazzi ebrei da quella che veniva descritta come “una vita di indolenza e dissolutezza“. Damerini di compagnia appaiono nell’Ottocento ed agli inizi del Novecento in quasi tutti i maggiori centri urbani nello Yemen, in Iraq, in Egitto ed in Marocco.

La mancanza di particolare attenzione dedicata ai rapporti sessuali tra maschietti comprova la posizione di Michel Foucault, che sostiene che fino all’età moderna il rapporto omosessuale, così come diverse altre pratiche sessuali, non era considerato più grave di altre attività sessuali vietate come l’adulterio e lo stupro. La legge religiosa trattava un simile comportamento come ogni altro peccato; non lo riteneva un fenomeno morale e sociale distinto o particolarmente preoccupante. E solo nell’Ottocento si è cominciato a pensare all’omosessualità come ad una deviazione o ad un atto contro natura, ridando vita alla visione del trasgressore come di un deviante che appartiene ad una categoria umana separata distinta da caratteristiche specifiche.

Occupandosi della questione delle relazioni tra i generi, le comunità ebraiche emisero delle ordinanze religiose (ebraico: תקנות; taqqanot) che intendevano prevenire le interazioni che potevano portare ad un’attività sessuale. Le restrizioni ai movimenti dei giovinetti erano il parallelo di quelle sui movimenti delle donne nella città musulmana: l’oggetto del desiderio deve sparire dagli occhi del pubblico ed evitare di suscitare l’interesse degli uomini. Queste regole rafforzavano e completavano le ordinanze ufficiali [laiche; NdT] nate per comune consenso (ebraico: הסכמות; haskamot) ed altri strumenti normativi per sovrintendere e supervisionare la morale pubblica con mezzi informali, come l’istruzione, i sermoni e le prediche in sinagoga, ed il costante timore di pettegolezzi e mormorazioni.

Ad onta della chiara proibizione biblica, e delle taqqanot comunitarie, i rapporti tra le persone dello stesso sesso erano frequenti. C’era un cospicuo divario tra il codice etico e morale emanato dai dotti studiosi dell’halakhah e dai giuristi, e la realtà e le norme della società in generale, che era ben conscia della frequenza di queste abitudini. Infatti, il pubblico preferiva affrontarle distogliendo lo sguardo o con una certa tolleranza che arrivava a una quasi legittimazione di fatto, specialmente a proposito dei giovani e degli scapoli in cerca di uno sfogo. L’atteggiamento della società ebraica verso il fenomeno del rapporto omosessuale era pertanto simile a quello della società urbana islamica, e rifletteva l’influenza di quest’ultima cultura, come è stato il caso della Spagna musulmana.

 

Yaron Ben Naeh
Yaron Ben Naeh è docente di storia del popolo ebraico all’Università ebraica di Gerusalemme

Questo articolo è stato originariamente pubblicato nell’Encyclopedia of Jews in the Islamic World
Traduzione e note di Raffaele Yona Ladu (bijew-bijou.blogspot.it)
Questa traduzione è stata originariamente pubblicata su agoralgbtq.blogspot.it
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NOTE del traduttore

[1] La Geniza del Cairo: l’uso ebraico vuole che tutti gli scritti che recano il “tetragramma” (Y.H.W.H), cioè il nome impronunciabile di Dio, non vengano distrutti, ma accumulati in un magazzino chiamato גניזה (geniza; deposito) di cui è dotata ogni sinagoga (nelle più piccole si riduce ad una scatola), in cui i testi deperiranno naturalmente senza che nessuno osi danneggiarli; se un maggiorente della comunità o un grande studioso passano a miglior vita, alcuni di questi testi chiusi nella geniza possono avere l’onore di essere sepolti insieme con lui. Immaginate che la comunità ebraica della capitale di un grande impero abbia relazioni commerciali e culturali che coprono l’intero mondo conosciuto (dal Marocco fino all’Asia centrale, dall’Africa centrale fino all’Europa settentrionale), che le persone che devono sfoltire i loro archivi non si prendano la briga di controllare quali pagine contengano il tetragramma, ma consegnino tutti gli incartamenti alla sinagoga, e che il clima di questa capitale non faccia marcire le carte, ma le conservi per dodici secoli – sia quelle nel magazzino che quelle nel cimitero – ed avete un’idea di che cosa hanno trovato gli studiosi al Cairo a partire dal 1890 circa. L’opera di Shlomo Dov Goitein “A Mediterranean Society”, citata in bibliografia, racconta la vita degli abitanti del Cairo (non solo degli ebrei) in età fatimide come appare dai 200 mila lacerti della geniza.

[2] Al-Andalus: la Spagna musulmana. E’ tuttora considerata il luogo ed il tempo in cui la letteratura ebraica ha dato il suo meglio, ed è stata un crogiolo di cultura di enorme importanza anche per il mondo “cristiano”.

[3] Noi italiani lo sappiamo bene.

[4] Al-Fustat: la parte più antica del Cairo, corrispondente alla fortezza bizantina di Babilonia, nota ai turisti come “Cairo vecchio” o “Cairo copto”. In effetti ci sono delle deliziose chiese copte, ed una cattedrale ortodossa bizantina ricavata in una delle torri della fortezza, ma val la pena visitare la sinagoga di Ibn Ezra, recentemente restaurata dal governo egiziano; una leggenda afferma che ci abbia pregato Mosé, ma di certo è che lì dentro si trovava la geniza di cui alla nota 1. Per quanto riguarda Avraham Ibn Ezra (1089-1164), è stato un grande studioso, tra i precursori della critica biblica, che l’altro è vissuto per qualche tempo a Verona (meriterebbe una via).

[5] Un esempio di questa letteratura halakhica (relativa, cioè, alla legge religiosa ebraica) si trova facilmente in questa nota in calce all’edizione online del Mishneh Torah di Maimonide (1135-1204) pubblicata su chabad.org: “Lo Shulchan Aruch (Even HaEzer 24:1) scrive che il comportamento omosessuale era diventato diffusissimo nella sua comunità, e pertanto fu dichiarato appropriato non restare da soli insieme con altri uomini. Ma il Bayit Chadash afferma che nei luoghi in cui questa trasgressione non è diffusa, non c’è bisogno di prendere queste precauzioni“. Allora, lo Shulchan Aruch lo ha scritto Josef Karo (1488-1575), il Bayit Chadash Joel Sirkis (1561-1640): il primo è vissuto dall’età di 9 anni in poi in ambiente musulmano, il secondo sempre in ambiente cristiano!

BIBLIOGRAFIA

Allony, Nehemia. “The ‘Zevi’ (Nasib) in the Hebrew Poetry of Spain”, Sefarad 23, numero 2 (1963): pp. 311-321.
Assis, Yomtov. “Sexual Behaviour in Medieval Hispano-Jewish Society”, in Jewish History: Essays in Honour of Chimen Abramsky, a cura di Ada Rappoport and Steven J. Zipperstein (London: Halban and Weidenfeld & Nicolson 1988), pp. 25-59.
Ben-Naeh, Yaron. “Moshko the Jew and His Gay Friends: Same-Sex Sexual Relations in Ottoman Jewish Society”, Journal of Early Modern History, volume 9, nos. 1–2 (2005): pp. 79-105.
Foucault, Michel. The History of Sexuality, traduzione di R. Hurley, 3 volumi (London: Penguin 1990-1992).
Goitein, Shelomo D. A Mediterranean Society, volume 5 (Berkeley and Los Angeles: University of California Press 1988). L’opera è stata tradotta in italiano e pubblicata in una versione ridotta con il titolo “Una società mediterranea” (Bompani 2008).
Huss, Matti. “The Maqama of the Cantor: Its Possible Sources and Relation with Medieval Hebrew Homoerotic Literature”, Tarbiẓ 72, numeri 1-2 (2003): pp. 197-244 [Hebrew].
Loeb, Laurence D. Outcaste: Jewish Life in Southern Iran (New York: Gordon & Breach 1977).
Roth, Norman. “Deal Gently with the Young Man: Love of Boys in Medieval Hebrew Poetry of Spain”, Speculum 57 (1982): pp. 20-51.
Schirmann, Jefim. “The Ephebe in Medieval Hebrew Poetry”, Sefarad 15, no. 1 (1955): pp. 55-68.

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