Omosessuali perseguitati in Siria: o la morte o la fuga

I terroristi del gruppo Stato islamico (ISIS)? “Tutto quello che hanno fatto è stato pubblicizzare quello che tutti gli altri già facevano prima. Anche se in modo meno brutale, gli omosessuali venivano già uccisi. Conosco personalmente almeno due persone uccise dall’Esercito siriano libero [gli oppositori al presidente-dittatore Bashar Al-Assad; NdR], dal Fronte Al-Nusra [la componente integralista dell’opposizione; NdR], anche se loro non ne hanno mai parlato: non volevano i riflettori su questi fatti, mentre l’ISIS li vuole“. Subhi Nahas, il ragazzo gay che il 24 agosto ha testimoniato sui crimini omofobici nella guerra in Siria davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, sintetizza bene la situazione del proprio paese in un’intervista a out.com. Una situazione tragica, in cui è difficile prendere decisioni responsabili a tutti i livelli, compreso quello dell’informazione.

Così, alla conta di circa trenta (presunti) omosessuali che secondo l’ONU sarebbero stati uccisi dall’organizzazione Stato islamico, negli ultimi giorni abbiamo dovuto aggiungere altre dieci persone, tra le quali un ragazzino di appena 15 anni, ammazzato dopo un anno di prigionia. Ben consapevoli di come certe informazioni vengano diffuse da Stato islamico con un ricco corredo di fotografie e video a fini puramente propagandistici [ilgrandecolibri.com], riportiamo la notizia arrivata dell’Osservatorio siriano sui diritti umani senza alcun link verso siti che hanno scelto di pubblicare questo tipo di immagini.

Come ha ricordato Jessica Stern, direttrice esecutiva della Commissione internazionale per i diritti umani di gay e lesbiche (IGLHRC), la situazione è ancora più tragica se si tiene conto che Stato islamico non è l’unico attore a commettere atti barbarici, anche contro le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender): ancora prima dell’emergere di questa organizzazione terroristica, le persone omosessuali e transgender erano assassinate dalle altre forze in guerra, e anche gli “stupri correttivi” contro le lesbiche erano frequenti. Sembra impossibile individuare degli attori vagamente rispettosi della vita umana, come avevamo dovuto constatare già un anno e mezzo fa, quando pubblicammo la testimonianza di un ragazzo gay che vive nel nord della Siria [ilgrandecolibri.com].

Anche Subhi Nahas dipinge un quadro in cui tutti appaiono colpevoli. La storia della sua persecuzione in quanto omosessuale parte ben prima della guerra: sotto il regime di Assad, era stato fermato dalle forze dell’ordine e maltrattato. Con la guerra e la conquista della sua città da parte degli integralisti del Fronte Al-Nusra, però, la situazione è ulteriormente peggiorata: “Bastava che sembrassi un po’ diverso, che indossassi dei jeans leggermente attillati, e ti prendevano di mira, interrogandoti per cinque o sei ore“. Nahas ha avuto la fortuna di riuscire a nascondersi per mesi interi e poi a fuggire prima in Libano e dopo in Turchia, fino all’ottenimento dell’asilo politico negli Stati Uniti. Oggi chiede di aiutare i siriani a fuggire dal paese creando corridoi umanitari.

La fuga sta già avvenendo, ma in condizioni pericolose e umilianti, che giovano solo a gruppi criminali e senza scrupoli. Per fortuna a favore di questi profughi si impegnano volontariamente molte persone comuni, e tra di loro anche molti omosessuali. Washingtonblade.com, ad esempio, racconta la storia dello sloveno Jure Poglajen e del suo compagno, che hanno passato le vacanze sull’isola di Lesbo, in Grecia, ad accogliere i rifugiati che sbarcavano in continuazione. L’associazione LGBT Labris, invece, aiuta i fuggiaschi ad attraversare in sicurezza la Serbia.

Altrove, alcune organizzazioni LGBT si stanno concentrando sui bisogni particolari dei rifugiati omosessuali, bisessuali e transgender: la Federazione lesbica e gay in Germania (LSVD) ha aperto un centro apposito a Berlino, mentre in Macedonia alcuni attivisti hanno assistito delle coppie omosessuali nella loro fuga verso la sicurezza e la libertà. E in Italia una rete di sportelli gratuiti assiste da anni i richiedenti asilo [ilgrandecolibri.com].

Intanto Paul Dillane, direttore esecutivo del Gruppo immigrazione lesbica e gay nel Regno Unito (UKLGIG), si interroga sulla questione particolare dei rifugiati omosessuali e transgender: “Di fronte a questa massa di siriani che arrivano in Europa, è davvero importante se ci sono delle persone LGBT, dal momento che tutti i siriani fuggono dalla guerra civile, dai barili bomba, dalla miseria? E’ davvero importante il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere?“. La risposta dello stesso Dillane è: “Sì, è importante“. Ed è la posizione anche dell’Organizzazione per il rifugio, l’asilo e la migrazione (ORAM).

Non si tratta di reclamare favoritismi o privilegi o di sminuire la tragedia degli altri richiedenti asilo. Si tratta semplicemente di riconoscere una situazione particolare che richiede interventi particolari. Perché sono persone che subiscono una persecuzione specifica. Perché non hanno nessun alleato in Siria, spesso neppure nelle loro stesse famiglie. E perché “i richiedenti asilo LGBT provano una paura costante e devono stare nascosti 24 ore su 24, sette giorni su sette, perché non ci sarebbe nessuno a proteggerli nel campo profughi“, come racconta l’ungherese András Léderer.

 

Pier
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