“Oriented”: essere giovani, arabi e gay in Israele oggi

scena del film oriented di jake witzenfeld
Scena del documentario "Oriented" di Jake Witzenfeld

Che cosa vuol dire essere gay e arabo oggi? E che cosa significa esserlo vivendo nello stato di Israele? Senza dare risposte, ma aprendo il dibattito, Jake Witzenfeld, con il suo documentario “Oriented” (2015), fornisce una prospettiva su una generazione di giovani palestinesi che sembrano rappresentare un’avanguardia identitaria dal potenziale culturalmente rivoluzionario.

Per oltre un anno, Witzenfeld, un ebreo eterosessuale di origine inglese, ha seguito tre giovani di Tel Aviv, Khader, Fadi e Naeem, documentando con sguardo complice la loro amicizia. È riuscito così a svelare i dissidi interiori, familiari, politici e sociali che ognuno di loro deve affrontare nella ricerca della propria identità di giovane arabo palestinese e omosessuale. E, come un testimone neutrale ma affettuoso, ha anche e soprattutto documentato la bellezza e la forza della loro stessa amicizia, un vero e proprio nido di resistenza in cui trovare la forza e il sostegno per esprimere l’unicità irreprimibile delle loro identità.

Identità prese fra universi contrastanti, fra la modernità della vita urbana di Tel Aviv e quella dei villaggi arabi, fra il mondo LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) israeliano e quello arabo, fra posizioni di compromesso o di coerenza militante, fra famiglia e libertà personale, fra il sogno di una possibile vita pacifica in Europa e la realtà del perenne conflitto, a tutti i livelli, fra Israele e Palestina.

Ed è proprio sullo sfondo della tensione fra Israele e Gaza, che sfocia nella guerra dell’estate del 2014, che le vicende di questi ragazzi si snodano. Tutti e tre hanno passaporti israeliani, ma si definiscono gay e arabi, fino a quando il conflitto non monta, e in quel momento, come dice Khader, la loro identità purtroppo non può definirsi solamente in base alla sessualità, ma ridiventano prima di tutto arabi, ovvero “il nemico”.

Il film inizia proprio da Khader, a un incontro in un centro LGBTQIA a Tel Aviv in cui dice che Israele e l’Ovest hanno monopolizzato l’idea di liberalismo e di essere “out”. Khader vive con il suo partner, David, il quale vorrebbe che si trasferissero a Berlino. Lui, però, sente di non poter lasciare la sua famiglia, i suoi amici, il suo mondo. Resterà fedele al proprio senso di appartenenza oppure cederà alle lusinghe di una vita più tranquilla in Europa insieme al suo compagno?

Naeem ha appena finito l’università a Tel Aviv, e la sua famiglia, che vive in un villaggio arabo in cui domina una mentalità conservatrice, vorrebbe che lui tornasse a vivere con loro. In una scena emozionante, mentre Naeem è ospite a pranzo da loro con i suoi amici, assistiamo a un teso dialogo in cui si parla di felicità e libertà, di famiglia e di scelte personali. Naeem non è out e nel corso del documentario sarà posto di fronte a una scelta: rinuncerà a se stesso, rassegnandosi alle pressioni della famiglia, oppure si dichiarerà, scegliendo di vivere apertamente e secondo i suoi desideri?

Fadi è, politicamente, il più militante, e ha una famiglia che Naeem gli invidia, perché hanno sentimenti progressisti e l’hanno accettato, pur vivendo anche loro in un villaggio arabo che impone ruoli tradizionali a chi ci abita. Fadi dovrà affrontare un altro dilemma: si troverà a frequentare un ragazzo non solo israeliano, ma anche appartenente all’esercito. Sceglierà di separare i sentimenti privati da quelli politici, oppure non scenderà a compromessi?

I tre ragazzi sono sempre accompagnati da un’amica che sembra avere la funzione di affettuoso grillo parlante, con i suoi consigli che mirano quasi sempre a creare armonia e attenzione all’emotività. Nel corso del film, i giovani discutono su come esprimere il loro attivismo in modo che faccia riflettere e provochi culturalmente, e formano così il gruppo “Qambuta”, che, attraverso la produzione di video poetici, ironici e trasgressivi, cerca di istigare alla riflessione su identità sessuale e nazionale. Fare video che poi condividerà su YouTube diventa per il gruppo un ulteriore modo per sostenersi, per esprimersi, e per esplorare il difficile tessuto sociale, politico e culturale nel quale si sta muovendo.

“Oriented” è uno di quei film deliziosi, intensi, importanti e dal sapore dolce-amaro, in cui il realismo documentario dei personaggi e delle situazioni si accompagna allo sguardo vicino e sentito del regista, generando nello spettatore quella stimolante reazione che sta fra il piacere dell’appassionarsi a storie e personaggi, in questo caso assolutamente reali, e l’accresciuta consapevolezza della complessità delle identità contemporanee.

Witzenfeld accompagna i tre protagonisti come un amico vero e proprio, e pur essendo un outsider rispetto al mondo arabo, riesce ad evitare, grazie soprattutto alla forza e coscienza politica dei ragazzi, il cosiddetto “pinkwashing”, ovvero la tendenza di certi settori israeliani di mettere in primo piano la propria tolleranza verso il mondo LGBTQI quasi per distogliere l’attenzione dalla questione palestinese. Anche in questo senso il film è forse un successo, proprio per la magnifica collaborazione sfociata in amicizia fra il regista ebreo e i tre ragazzi arabi, che diventa così un concretissimo segno di speranza.

 

Davide
©2017 Il Grande Colibrì

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