La ministra della famiglia polacca, Elżbieta Rafalska, e il sottosegretario ungherese all’occupazione e alle relazioni aziendali, Sándor Bodó, sono stati i soli due rappresentanti di governi dei paesi che formano l’Unione Europea (UE) a non voler sottoscrivere un documento che richiedeva la creazione di “ambienti sicuri” per le persone LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersex e queer) più giovani. Il documento è stato pubblicato comunque, con il voto dei 26 paesi rimanenti, ma, venendo a mancare l’unanimità dei rappresentanti dei vari esecutivi, è stato “retrocesso” come informale.
26 paesi a favore
Il ministro degli affari sociali olandese, Wouter Koolmees, ha dichiarato: “Le politiche di inclusione e parità verso le persone LGBTQI fanno parte dei valori di base dell’Unione Europea. Questo è un principio al quale non voglio rinunciare. Noi non faremo nessun compromesso con i nostri valori“.
Per Katrin Hugendubel, di ILGA-Europe, il veto posto da Polonia e Ungheria sulla dichiarazione è “deplorevole“, ma, al tempo stesso, “il fatto che gli altri 26 paesi siano andati avanti significa che l’UE non può essere presa in ostaggio da due governi e non può essere forzata a eliminare degli standard di non discriminazione sui quali era già stato trovato un accordo“.
Lo stesso giorno (giovedì 6 dicembre) 19 governi, guidati da quello maltese, hanno sottoscritto una seconda dichiarazione che chiede alla Commissione Europea di scrivere una bozza di strategia comune per i diritti delle persone LGBTQI nel 2020.
La battaglia continua
Secondo i governi di Ungheria e Polonia, il fatto che si possano concedere “ambienti sicuri” e diritti stabiliti alle minoranze sessuali è un attacco alla loro sovranità nazionale e va contro i “valori” che riguarderebbero l’intera società di questi due paesi, per quanto governi rappresentativi di paesi con una forte presenza della Chiesa cattolica (come Italia e Spagna) o di quella ortodossa (come Grecia e Cipro) non hanno avuto problemi a sottoscrivere entrambi i documenti.
“È triste vedere che ci sono molti governi europei che non hanno appoggiato queste richieste – fa notare Guy Verhofstadt, parlamentare europeo ed ex primo ministro belga – Questo significa che la battaglia per i diritti in Europa è purtroppo ancora lungi dall’essere vinta“.
Zilraag
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Sharon McCutcheon (CC0)
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