Obama, la riforma dell’immigrazione è gay-friendly

I diritti degli immigrati sono cruciali in ogni nazione che veda accrescere la propria popolazione grazie alle persone che arrivano da territori in guerra o in cui libertà o sopravvivenza sono messe in discussione. Per molte ragioni, però, incluse a volte quelle culturali di chi emigra dal proprio paese di origine, l’incrocio tra questi diritti e quelli delle minoranze LGBTQ* sono di difficile coniugazione. Da parte di molte persone LGBTQ*, poi, non manca una certa dose di xenofobia (Il grande colibrì), se non maggiore certamente non inferiore a quella dei concittadini eterosessuali (e molti commenti apparsi anche su questo blog lo hanno dimostrato ampiamente).

Non stupisce certo, quindi, lo scalpore suscitato dal fatto che il presidente Barack Obama abbia incluso le coppie dello stesso sesso nella riforma dell’immigrazione che va in discussione al Senato americano in questi giorni: anche i più benevoli commenti parlano di inserimento sottaciuto, come se in qualche modo – invece – dovesse essere sottolineato (The Denver Channel). Il fatto è che per le sottolineature esistono i discorsi, come quello d’insediamento al secondo mandato, mentre le leggi devono essere più neutre e, teoricamente, valere per tutti.

Ma è ovviamente dalla sponda repubblicana che si sono avute le reazioni più veementi: tra tutte spicca quella del senatore John McCain, già candidato alla Casa Bianca nel 2008: l’esponente conservatore ha messo insieme un collage di obiezioni piuttosto stravaganti, ma sicuramente efficaci per il suo pubblico. Ha infatti sostenuto che includere le coppie omosessuali nella riforma dell’immigrazione sarebbe come finanziare l’aborto con i soldi dei contribuenti e che la sicurezza delle frontiere è più importante delle persone LGBTQ* (Slate).

E il tema dell’aborto è richiamato anche dal suo collega di partito Lindsey Graham che, con più concretezza, osserva comunque che così come è stata formulata la norma prevista non troverà approvazione, forse nemmeno al Senato dove i democratici sono leggermente in maggioranza, ma certamente non alla Camera, dove i repubblicani controllano saldamente ben più della metà dei rappresentanti (The Huffington Post).

Ben diverso il tono dei commenti degli attivisti per i diritti umani e dei gruppi LGBTQ* – da Human Rights Campaign (“Ogni giorno migliaia di coppie omosessuali bi-nazionali si scontrano con l’impossibile dilemma tra amore e nazione: Obama mostra la sua leadership includendo queste persone e le loro famiglie, oltre ai migranti senza documenti“), a People for the American way (“Qualunque riforma dell’immigrazione deve includere protezione per le famiglie LGBT“), a National gay and lesbian task force (“Al momento ci sono 11 milioni di immigrati, incluse centinaia di migliaia di persone LGBT che sono costrette a vivere in un cono d’ombra della nostra società“) – che esaltano il coraggio di Obama e la sua coerenza con le recenti dichiarazioni (LGBTQ Nation).

E, a proposito di migranti e diritti, dalla Danimarca arriva una decisione importante. Un cittadino afgano è stato riconosciuto in possesso dei requisiti per ottenere l’asilo nel regno scandinavo, poiché la sua omosessualità rischierebbe di mettere a repentaglio la sua sicurezza in patria (Politiken). Per chi considera il Nord Europa con stereotipata ammirazione la notizia potrebbe sembrare scontata. Ma per le rigidissime norme sull’immigrazione danesi questa è una assoluta novità, e una speranza per molti, come spiega l’avvocato Kåre Traberg Smidt che ha perorato la causa dell’afgano.

Dalle coste continentali alla penisola scandinava il passo è breve, ma la Svezia è per tradizione più accogliente nei confronti degli immigrati. Eppure ecco il caso dei due cittadini ugandesi che, attraverso un percorso di fughe e arresti, vi sono approdati in tempi diversi e che, dopo una separazione che sembrava dover essere definitiva, rischiano la deportazione nel paese originario, anche se le autorità stanno seguendo con attenzione il caso e promettono di intervenire in caso di sentenza negativa. In realtà uno dei due ugandesi ha già ottenuto l’asilo mentre a rischiare è il compagno (con cui si è sposato in una chiesa svedese), già arrestato anni fa nel paese d’origine, proprio per via della sua omosessualità (Svd Nyheter).

Ma, se nel caso dei due ugandesi o dell’afgano in Danimarca l’omosessualità è riconosciuta, in molti casi – non essendo provabile in alcun modo certo – è messa in discussione al punto che può apparire meglio, per alcuni, non citarla nemmeno nelle motivazioni per cui si chiede asilo. Lo sanno bene i due emigrati del Bangladesh che si sono visti negare dal tribunale di Melbourne (Australia) lo status di rifugiati proprio perché l’istituzione australiana non ha preso per buona la loro dichiarazione. Per loro probabilmente la salvezza è dietro l’angolo, perché avrebbero della documentazione filmata dei loro rapporti sessuali, che potrebbe far riaprire il caso (Crikey). Ma chi non fosse così previdente (o esibizionista) da filmarsi mentre fa sesso, come potrà dimostrare le proprie inclinazioni sessuali?

 

Michele
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  • Altri aggiornamenti: in Germania l'Ufficio per l'immigrazione e i rifugiati ha stabilito che la richiesta di asilo delle persone LGBTQ* che rischiano persecuzioni in patria non deve essere respinta sulla base della motivazione che esse potrebbero tener nascosta la propria condizione per evitare di essere perseguitate (Die Welt). E la Danimarca ha concesso per la prima volta asilo politico ad una donna transessuale (Politiken).

  • Anche The Guardian si è occupato ieri (3 febbraio) delle difficoltà dei richiedenti asilo LGBTQ*. Gli esperti in tema di immigrazione, infatti, denunciano come chi chiede protezione nel Regno Unito perché perseguitato in patria a causa del proprio orientamento sessuale sia spesso costretto a portare come prova registrazioni di rapporti sessuali.

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