Rivoluzioni arabe al bivio: repressione o diritti?

Quei re e dittatori forse sono cattivi… ma l’alternativa è peggiore, ci dicono. Invece di questi despoti stanchi e compromessi, dicono, avremo nuovi dittatori che sono più intransigenti. Ci avvertono che i fondamentalisti islamici e i Fratelli musulmani sono in attesa di prendere il potere e di negarci ogni libertà. Forse, o forse è un rischio che vogliamo correre. Abbiamo vissuto per decenni senza alcuna democrazia, senza alcuna libertà. Alcuni di noi, come i nostri fratelli e le nostre sorelle in Iraq o Palestina, si trovano a combattere non solo per la nostra dignità in quanto minoranza sessuale o in quanto donne, ma anche in quanto esseri umani“.

Queste parole le ha scritte Amina Abdallah su A Gay Girl in Damascus il 19 febbraio (leggi). La giovane blogger lesbica siriana forse è stata rapita dalle forze del regime del presidente Bashar al-Assad (leggi) o forse è solo un personaggio internettiano mai esistito in carne ed ossa (leggi). In ogni caso, le sue riflessioni e la sua storia rappresentano un punto di partenza importante per riflettere sul rapporto tra le rivoluzioni arabe e le lotte per i diritti delle persone LGBTQ*.

Prima occorre fare una premessa: va bene sottolineare similitudini e interdipendenze tra i sommovimenti popolari che stanno avvenendo in molti paesi dell’Africa del Nord e dell’Asia sud-occidentale, ma occorre sempre tenere in dovuto conto il fatto che non si tratta di un fenomeno omogeneo. Ogni “rivoluzione” infatti, persegue obiettivi non identici e avviene in un contesto differente dal punto di vista politico, sociale, culturale ed economico, con popolazioni diverse per composizione etnica e religiosa, per livello di reddito e di istruzione, per utilizzo di Internet, ecc…

In ogni caso, si deve notare come alle manifestazioni contro il regime la partecipazione sia sempre stata molto variegata: in piazza si sono trovati uno accanto all’altro musulmani e cristiani, donne e uomini, giovani ed anziani… In tutti i casi si sono rotti steccati che il pregiudizio occidentale rappresentava come muri invalicabili. Se questa grande varietà di partecipazione purtroppo non offre una garanzia assoluta di un esito democratico e laico, rappresenta comunque una prova evidente che un esito democratico e laico è possibile.

Non è un caso, allora, che alle manifestazioni di piazza abbiano partecipato entusiasticamente molte persone omosessuali, come hanno raccontato poi nei propri blog e siti Internet, trasformati da mesi in bollettini rivoluzionari: le foto delle pop star e dei ragazzoni muscolosi hanno lasciato il posto a immagini di piazze straripanti di folla, di manifestanti sanguinanti, di carri armati presi d’assalto da gente disarmata, di barricate incendiate… Non c’è solo Amina in Siria, ma anche IceQueer in Egitto (leggi) e l’adesione ufficiale alle proteste del gruppo gay semi-clandestino KifKif in Marocco (leggi), solo per fare degli esempi.

Parallelamente a questo entusiasmo, serpeggia la paura di un esito non democratico e non laico delle rivoluzioni. Alle prossime elezioni politiche in Egitto e forse anche in Tunisia potrebbero vincere formazioni politiche islamiche sospettate di fondamentalismo, nonostante il tentativo di rifarsi un’immagine moderata. Il timore di un futuro in cui la repressione contro le persone LGBTQ*, che comunque già caratterizzava le dittature cadute o in bilico, possa farsi ancora più opprimente in un contesto formalmente democratico non è affatto campato in aria.

La popolazione LGBTQ* nei paesi arabi, insomma, sente di essere di fronte ad una svolta importante, senza però sapere se sarà di segno positivo o negativo (leggi). Meglio uno status quo soffocante o rischiare tutto, con la possibilità forse di migliorare la propria situazione, forse di piombare in scenari afgani o iracheni? La risposta, ovviamente, varia da individuo a individuo, ma l’impressione è che la maggioranza delle persone LGBTQ* sia pronta a correre questo grande rischio.

D’altra parte, in una democrazia si può avere almeno la speranza di migliorare la situazione, si può cercare di ottenere qualche cambiamento partecipando alla vita dei partiti o esprimendo il proprio voto. Al contrario, non solo la situazione sotto i dittatori presunti laici era (in Egitto e in Tunisia) ed è (negli altri paesi) molto difficile, ma soprattutto le prospettive sono solo di peggioramento: un po’ i vari despoti hanno bisogno di offrire contentini alle forze islamiste per sedarle, un po’ lanciare campagne repressive contro gli omosessuali è un ottimo modo per distrarre l’opinione pubblica, come dimostrato già in passato.

Le campagne repressive, infatti, spuntano ciclicamente in questi paesi, coincidendo quasi sempre con momenti di crisi politica, con contestazioni popolari, con scandali che coinvolgono personaggi importanti dell’establishment, ecc… Sono, in altre parole, vere e proprie armi di distrazione di massa, usate disinvoltamente più volte, ad esempio, da Mubarak, il presidente “laico” sostenuto dall’Occidente. D’altra parte, come tacere del fatto che l’Occidente è alleatissimo dell’Arabia Saudita, paese che non solo perseguita con ferocia gli omosessuali (wiki) – e non solo loro -, ma finanzia in tutto il mondo i gruppi islamisti più estremisti e violenti (leggi)?

Insomma, l’atteggiamento occidentale brilla per la sua ipocrisia: denuncia l’oppressione nei confronti delle persone LGBTQ* e poi arma e sostiene gli oppressori. Ed è pronto a ostacolare in svariati modi chi, scappando da paesi con legislazione violentemente omofoba, cerca asilo politico: d’altra parte, affermò il ministro degli Interni britannico, anche nelle situazioni più drammatiche basterebbe essere discreti e vivere la propria sessualità di nascosto per limitare i rischi di finire in prigione o impiccati (leggi)…

Proprio con una corda intorno al collo, con l’accusa di sodomia, rischiava di finire l’iraniano Mehdi Kazemi, rifugiatosi prima nel Regno Unito e poi in Olanda e inizialmente respinto da entrambi i paesi. Mehdi ha ottenuto una misura di protezione internazionale solo dopo una grande mobilitazione mondiale e un duro e lunghissimo braccio di ferro tra le autorità inglesi e le associazioni per i diritti umani (leggi). Ma casi analoghi sono all’ordine del giorno. E come tacere del fatto che, per dimostrare la propria omosessualità, i richiedenti asilo in Repubblica ceca dovevano sottoporsi a umilianti test fallometrici (leggi)?

In questo contesto, non aiuta il semplicismo egoistico con cui alcune realtà del movimento LGBTQ* affrontano la realtà in cui viviamo: se esistono iniziative di grandissimo valore, come il progetto IO – Immigrazione e Omosessualità di Arcigay (sito), altre volte dobbiamo assistere alla difesa a spada tratta della “specificità gay” (sic!), un modo politically correct di dire: “Ci facciamo gli affari nostri“. Ma, come ricordava Amina, vera e immaginaria che sia, è tanto ignobile quanto privo di senso difendere l’orientamento sessuale di una persona senza tenere conto di tutto il resto.

E allora il primo passo che il movimento LGBTQ* europeo deve fare per dare una mano a omosessuali e transessuali dall’altra sponda del Mediterraneo è quello di capire che la battaglia per i diritti LGBTQ* è sempre una battaglia all’interno di una lotta molto più ampia per i diritti umani. In questa prospettiva, occorre porci come sentinelle a sorvegliare che i progressi democratici nel mondo arabo siano realmente rispettosi dei diritti di tutti, sapendo che se è giusto pretendere subito la depenalizzazione dell’omosessualità, altre richieste sarebbero ancora premature: occorre prima “preparare la società a quello che verrà dopo” (leggi)…

 

Pier
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