Giugno è il mese del Pride, il che significa che celebriamo le storie e le esperienze delle persone LGBTQQ2SA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, questioning, due spiriti, persone alleate e altre). Una lamentela comune che sentiamo durante il mese è che gli acronimi che gli sono collegati sono ingombranti e incomprensibili, una critica che si può facilmente superare attraverso una rapida spiegazione di ogni lettera e simbolo. Ma questa discussione offusca una domanda molto più complessa: cosa significa essere gay, lesbica, trans, queer o due spiriti? È questione solo di chi ti piace o è qualcosa di molto più profondo, una connessione tra desiderio, punti di vista, immagine di sé e relazioni sociali? Le risposte non sono sempre facili da dare per chi tra noi vive nell’era post-Stonewall e sono ancora più spinose quando proviamo ad applicare termini contemporanei a contenuti storici.
Un manoscritto prezioso
Questo è, in sostanza, uno dei problemi più spinosi nel trattare con Or. 13882, una recensione ottomana del XVIII secolo dell’Hamse-yi ‘Ata’i, i quattro mesnevi (poemi persiani) sopravvissuti del poeta ottomano Ata’i. L’opera, un bell’esemplare delle arti librarie ottomane, è caratterizzata da quattro unvan (titoli) miniati, trenta miniature, risguardi marmorizzati e rilegature in cuoio nero e marrone che sono state decorate con cartigli dorati e motivi a corda. La presenza di due sigilli e di tre iscrizioni provano la circolazione e la desiderabilità di questo particolare volume, cosa che certamente non sorprende, data la sua bellezza e la natura un po’ scandalosa del contenuto. La poesia stessa è una risposta obliqua alla precedente Khamsah (I cinque poemi) di Nizami , ma riprende temi locali.
I primi tre mesnevi (Alemnüma, Nefhatül’Ezhar e Sohbet-ül-Ebkar) trattano di vino e musica alla corte imperiale, di questioni morali ed etiche, di consuetudini sociali e valori come l’eroismo. Anche se questi argomenti sono stati spesso trattati nei mesnevi per l’educazione e l’istruzione sufi, non sembra che ciò sia avvenuto sempre nel lavoro di Ata’i.

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Storia di amore tra uomini
Il quarto mesnevi (Heft Han) è forse il più interessante per i nostri scopi. Elias John Wilkinson Gibb, nel terzo volume della sua “A History of Ottoman Poetry” (Una storia della poesia ottomana; Luzac & Co. 1904), lo ha descritto così: “L’Heft Khwán, o ‘Le sette rotte’, ha un tono più puramente mistico… Non ho mai visto questo poema, ma Von Hammer lo descrive come un lavoro molto infelice, dal momento che consiste semplicemente in una serie di storie frivole con morali banali” [p. 234]. Come spiegano Walter G. Andrews e Mehmet Kalpakli in “The Age of Beloveds: love and the beloved in early modern Ottoman and European culture and society” (L’età degli amati: l’amore e l’amato nella moderna cultura e società europea e ottomana; Duke University Press 2004), il poema contiene sette racconti: i primi sei sono storielle moralistiche, mentre il settimo racconta la storia di due maschi innamorati.
Questa parte finale racconta di due ragazzi che folleggiano a Istanbul, per poi essere catturati dagli europei e venduti come schiavi durante un pellegrinaggio via mare in Egitto, fino a quando due uomini europei si innamorano a loro volta di loro [v. Joseph Allen Boone, “The Homoerotics of Orientalism”, Columbia University Press 2014, pp. 10-16]. Si tratta di è un testo alquanto originale, un esempio della creatività e dell’immaginazione di Ata’i [v. Rukiye Aslıhan Aksoy Sheridan, “Anlatıcının Rekabet Taktikleri: Nev’i-zade Atâyî’nin Heft-Hân Mesnevisine Anlatıbilimsel Bir Bakış” in “Prof. Dr. Mine Mengi Adına Türkoloji Sempozyumu (20–22 Ekim 2011) Bildirileri”, Çukurova Üniversitesi 2004, pp. 3-13].
Miniature pornografiche
Ma questo è solo l’inizio, e non la fine, di questo racconto queer. Il documento di acquisizione della British Library per il volume recita: “Alcune [miniature; nda] illustrano eventi e scene storiche, altri aneddoti di vario tipo. Quelle sui fogli 103r, 108v, 158r e v, 161r, 166r e v sono di natura pornografica. La doppia miniatura raffigurante il Bosforo (ff. 68v-69r) è di ottima qualità“. Dato che il manoscritto è stato acquistato nel 1979, la definizione di materiale “pornografico” si basa probabilmente su un’interpretazione del termine più vicina al nostro uso, piuttosto che su quella dell’età vittoriana.

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Certo, la linea tra pornografia e arte è sfocata. Nel 1964, il giudice della Corte suprema statunitense Potter Stewart spiegò che non era necessaria una definizione precisa del confine, dal momento che “lo riconosco quando lo vedo“. La filosofa e scrittrice americana Susan Sontag è stata forse più utile quando, scrivendo di moralità ed espressione artistica, sosteneva che l’arte spinga alla contemplazione, mentre invece la pornografia cerca di eccitare [v. “On style”, in “Against Interpretation and Other Essays”, Penguin Books Ltd. 2009, pp. 26-27].
Tanto in base alle indicazioni di Stewart quanto a quelle di Sontag, una rapida visione di alcune delle illustrazioni incluse nell’Hamse chiarisce che queste immagini verrebbero probabilmente messe nel settore vietato ai minori di 18 anni dall’edicolante sotto casa. Quelli evidenziati nella scheda di acquisizione contengono rappresentazioni esplicite di genitali femminili e maschili, masturbazione e penetrazione vaginale e anale, sesso in coppia e in gruppo. E, cosa importante per questo articolo, un certo numero di illustrazioni ritraggono rapporti tra uomini, con e senza barba.
L’identità sessuale ottomana
Le immagini da sole spesso raccontano una storia. Una coppia di miniature mostra cinque uomini seduti a mangiare insieme, poi tre di loro impegnati in un menage-à-trois.

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Un’altra illustrazione raffigura due uomini che fanno sesso mentre un folto gruppo di curiosi spia gli amanti e alla fine li denuncia alle autorità.

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Dato ciò che sappiamo della trama, queste immagini sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché trattano di sesso tra uomini e in secondo luogo perché rappresentano tutti i personaggi vestiti all’ottomana, anche se il racconto è ambientato in Europa. Boone interpreta l’Heft Han come, in parte, un racconto allegorico sulla moralità e sul controllo della sessualità nell’Impero Ottomano (piuttosto che in Europa), e questo spostamento geografico potrebbe essere la prova più visiva che rafforza le sue conclusioni [v. Boone, cit., pp. 10-16].
Inoltre le immagini sollevano importanti domande sulla sessualità e sull’identità nei circoli ottomani del XVII e XVIII secolo: i personaggi rappresentati in queste storie erano gay? I loro atti sessuali erano considerati indicativi della loro identità e auto-percezione? E che dire dei lettori di sesso maschile: possiamo inferire qualcosa sui loro desideri? Queste storie piacevano anche a un pubblico femminile e in che modo questo ci aiuta a capire la loro sessualità? È difficile rispondere a queste domande senza il contributo degli stessi singoli lettori, dal momento che dobbiamo in primo luogo ricordare la natura fortemente personale e soggettiva dell’identità.
E non è tutto: come ha dimostrato Serkan Delice nel suo lavoro “‘Zen-Dostlar Çoğalıp Mahbûblar Azaldı’: Osmanlı’da Toplumsal Cinsiyet, Cinsellik ve Tarihyazımı” (“Quando le amiche crescono, gli amanti diminuiscono”: genere, sessismo e storiografia nell’era ottomana”; in “Cinsellik Muamması: Türkiye’de Queer Kültür ve Muhalefet”, Metis Yayınları 2012, pp. 329-363), queste domande oggi possono facilmente essere strumentalizzate con intenzioni politiche.
Pregiudizi e cancellazioni
Porre queste domande non è un atto privo di inconvenienti. Innanzitutto, gli osservatori europei del XVI, XVII e XVIII secolo erano propensi a insistere sul fatto che la pederastia fosse una pratica diffusa tra gli ottomani, nonostante la mancanza di prove certe che suggerissero che fosse più comune che in Europa occidentale [v. Stephen O. Murray, “Homosexuality in the Ottoman Empire”, in “Historical Reflections”, vol. 33, n. 1 (primavera 2007), pp. 103-105].

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Questo luogo comune islamofobo è sopravvissuto nella narrazione contemporanea, ma è stato mitigato negli studi accademici del XIX e XX secolo da un’altra tendenza: la cancellazione della non conformità sessuale. Traduttori e commentatori hanno minimizzato la presenza del desiderio omosessuale nella poesia ottomana. E sfruttano la predilezione degli autori per le allusioni e le allegorie, così come la mancanza di pronomi sessualizzati in turco, per spostare gradualmente le versioni inglesi dei poemi ottomani classici nel regno dell’amore eterosessuale [v. Murray, cit., p. 106]. Dinamiche simili sono altrettanto visibili negli studi accademici turchi del XX secolo [v. Tunca Kortantamer “Nev’î-zâde Atâyî ve Hamse’si”, Bornova 1997].
Scoprire la storia del desiderio
Ma, per parafrasare Shakira, queste foto non mentono. L’immaginario sia figurativo che letterale sui desideri e sui rapporti omosessuali hanno spunto gli studiosi della seconda parte del XX secolo a iniziare a discutere più apertamente dei temi omosessuali presenti nel canone ottomano. E non si parla di una nicchia: un intero genere poetico ottomano, il şehrengîz, contiene molti esempi di uomini poeti che amano o desiderano sessualmente altri uomini. E questo genere si intrecciava alle più ampie scuole di espressione e di enunciazione sufi, senza poter essere ricollegato facilmente a segmenti specifici della popolazione o a identità specifiche, come sembra essere il caso della narrativa LGBT contemporanea [v. İrvin Cemil Schick, “Representation of Gender and Sexuality in Ottoman and Turkish Erotic Literature”, in “The Turkish Studies Association Journal”, vol. 28, n. 1/2, Indiana University Press 2004, pp. 88-90].
E allora torniamo alla nostra domanda iniziale: parliamo di omosessualità? Chissà se sarà mai formulata una risposta definitiva che soddisfi tutti. In un certo senso, questa domanda ci parla più di noi che degli ottomani del XVII e XVIII secolo. L’identità è qualcosa di intensamente personale e le categorie che scegliamo o che abbiamo scelto per noi non riescono mai a cogliere completamente la realtà della nostra esistenza. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la diversità sessuale non è né qualcosa di nuovo né qualcosa che è stato apprezzato solo negli ultimi anni. Come dimostrano le miniature di questa versione dell’Hamse-i ‘Ata’i, il desiderio ha una lunga storia di diversità. Finché eviteremo qualsiasi viaggio sfortunato via mare, tocca a noi descriverlo e celebrarlo in qualsiasi modo scegliamo.
Michael Erdman per British Library
curatore delle collezioni turche della British Library
traduzione di Pier Cesare Notaro
© The British Library Board – Il Grande Colibrì
foto: tutte le immagini, di pubblico dominio, sono tratte da Or. 13882 e gentilmente fornite dalla British Library



Vi ammiro ma LGBTQQ2SA+ non si può sentire ahagahha