Gay, vino e laicità: ah, se in Iraq tornasse il califfato…

All’attenzione dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL)

Capisco che voi vogliate restaurare il califfato in Iraq e in Siria, ma siete davvero sicuri dei vostri desideri? In qualità di arabo laico e liberale che vive nel XXI secolo, far tornare indietro le lancette dell’orologio in questo modo non mi entusiasma, ma credo che questa eventualità mi troverebbe più preparato di quanto troverebbe voi. A giudicare dal vostro comportamento brutale e sanguinario e dai regolamenti perversi che avete diffuso, ho proprio il vago sospetto che non abbiate nessuna idea di cosa significhi e comporti la restaurazione del califfato. Consentitemi di darvene un’idea: fiorire nella diversità, scrivere odi al vino, investire nella scienza, patrocinare le arti… Ah, dimenticavo: nominare un poeta di corte gay.

A beneficio vostro e di altri jihadisti novizi, eccovi la mia guida per costruire un califfato di successo – o per “riportare la gloria del califfato musulmano“, per citare le vostre parole – in una mezza dozzina di passi.

1. Vino califforniano e Califfornication

Se in primavera un amore simile a vergine del paradiso
mi porge una coppa di vino al limitare di un campo di grano verdeggiante,
sebbene per il volgo sarebbe blasfemia,
se menzionassi un qualsiasi altro paradiso, sarei peggio di un cane.
Omar Khayyam

L’ISIL ha vietato l’alcol, le droghe e le sigarette nei territori che controlla, ma quello che questi fanatici sembrano non capire è che il vino nell’Islam forse è haram, cioè proibito dal punto di vista religioso, ma che tutto era inondato dal corposo vino califforniano, come illustrano i precedenti versi di Omar Khayyam, che seguono la tradizione della poesia che inneggia al vino (khamriyya).

I califfi saranno stati “comandanti dei fedeli”, ma era noto che indulgevano nei piaceri profani dell’uva. E questo vale tanto per gli Omayyadi quanto per gli Abbasidi. Si ritiene che bevesse anche Harun Al-Rashid, che è considerato come il più “ben guidato” tra gli ultimi califfi, ma ammettiamo pure che lui personalmente non lo facesse: lo faceva la sua corte, fatto immortalato da tanti racconti delle Mille e una notte, e lo faceva in special modo il suo poeta di corte gay, Abu Nuwas, che senza dubbio preferiva il vino alle ragazze:

Non piangere per Leila e non rallegrarti per Hind,
ma brinda alla rosa con un rosso vino rosato.
Un bicchiere che, quando si rovescia nella gola di chi beve,
tinge col proprio rossore tanto l’occhio quanto la guancia.

Camp, scandaloso, irriverente e spiritoso, Abu Nuwas era considerato il più grande poeta dei suoi tempi e tuttora rimane nel fior fiore dei grandi, sebbene viviamo in un’epoca più puritana in cui le sue odi all’amore maschile farebbero arrossire un musulmano moderno:

Entrate dentro, ragazzi!
Sono una miniera di tesori: scavatemi.
Vini brillanti ben invecchiati fatti
da monaci in un monastero! Spiedini di carne!
Polli arrosto! Mangia! Bevi! Sii felice!
E poi sarà il tuo turno
di sciacquarmi l’attrezzo!

A causa dell’apparente gelosia del suo mentore nella corte di Harun Al-Rashid, Ziryab, sultano di stile, fuggì a Cordova, nella rivale corte omayyade, dove, tra le altre cose, insegnò agli europei come diventare schiavi della moda.

2. La forza della diversità

La diversità e il multiculturalismo sono stati il segno distintivo dei califfati e dei califfi di maggior successo dell’Islam: gli arabi sono riusciti a conquistare un vasto impero alla velocità della luce in parte anche grazie al fatto che offrivano alle popolazioni locali una libertà maggiore e delle tasse più basse rispetto ai litigiosi ex-padroni imperiali. A questo si aggiungeva una forma embrionale di stato sociale con la Casa dell’abbondanza (Bayt al-mal) istituita dal secondo califfo, l’austero Umar Ibn Al-Khattab, che viveva in un umile rifugio di fango per essere vicino ai poveri e credeva nell’uguaglianza sociale ed economica.

Sotto gli Omayyadi, sia quando la capitale era Damasco sia quando era Cordova, e all’inizio del regno degli Abbasidi, l'”età dell’oro” dell’Islam fu caratterizzata, un po’ come l’America di oggi, da una sintesi e simbiosi complessa tra le culture che erano cadute sotto il controllo islamico e quelle delle civiltà vicine: furono incorporate idee cristiane, ebraiche, dell’antica Grecia, bizantine, persiane e anche cinesi, che contribuirono a creare un nuovo sistema dinamico che le includeva tutte. Anche gli Ottomani raggiunsero il loro massimo successo quando tollerarono e promossero la diversità. Siamo ben lontani dal puritanesimo monolitico che l’ISIL cerca di imporre nel suo califfato autoproclamato.

3. La tolleranza è un dovere

L’avanzata dell’ISIL ha portato alla fuga di massa dei cristiani dall’Iraq settentrionale. E l’arcivescovo cattolico caldeo di Mosul teme che non torneranno mai, mentre l’antica comunità assira di Bartella vive in un’attesa di terrore. Questa paura non è proprio sorprendente, considerando il trattamento che l’ISIL ha riservato ai correligiosi musulmani, ad esempio con le esecuzioni di massa di soldati sciiti, per non parlare delle regole oppressive che l’ISIL ha stabilito per i musulmani nei territori che ha conquistato. Quanta differenza con gli ideali di tolleranza religiosa ai quali spessi i vari califfati islamici hanno aspirato: gli Omayyadi e gli Ottomani all’apice del loro splendore hanno vinto il primo premio in questa categoria e si sono qualificati come i più illuminati della loro epoca.

Anche la nozione tradizionale secondo cui i non musulmani sarebbero dhimmi, cioè minoranze protette libere di praticare la loro fede, ma inferiori rispetto ai musulmani, contraddice i principi di uguaglianza di cui è intriso l’Islam: lo dimostra la Costituzione di Medina redatta da Maometto stesso, che stabilisce che musulmani, ebrei, cristiani e pagani abbiano tutti gli stessi diritti politici e culturali. Insomma, sembrerebbe che l’Islam, come praticato dal Profeta, assicuri ai musulmani un vantaggio nell’aldilà, non nell’esistenza terrena. Inoltre, l’ingiunzione coranica affinché “non ci sia costrizione nella religione” (Sura II, La giovenca, 256) significa tra l’altro che l’ISIL non ha nessun diritto a obbligare i musulmani a pregare, né in moschea né in altro modo.

4. Ijtihad e la grande jihad

L’ISIL e gli altri jihadisti violenti non solo conducono la “guerra santa” in modo scorretto e inumano e con motivazioni sbagliate, ma ignorano anche il “grande jihad“, cioè l’impegno per migliorare se stessi e la società. Inoltre la loro fissazione nell’attuare la “sharia” è sconcertante, un po’ perché l’interpretazione che ne danno è in contrasto con gli insegnamenti tradizionali e un po’ perché la sharia ha assunto forme profondamente diverse nel tempo e nello spazio.

Ma la cosa più importante è che la maggior parte di quello che oggi è considerato legge islamica è stata realizzata attraverso il ragionamento dei primi studiosi islamici: dal momento che viviamo in tempi radicalmente diversi, è diventato ormai urgente riaprire le porte dell’ijtihad (ragionamento indipendente), che furono sigillate dagli Abbasidi nel tentativo di cementare la loro autorità, e ripensare e reinventare il sistema legale islamico.

Al suo apogeo, Baghdad, la capitale del califfato abbaside che l’ISIL è pericolosamente vicino a conquistare, era un centro di scienza, cultura, filosofia e invenzione. A dimostrarlo fu ad esempio la Casa della sapienza (Bait al-hikma), che fu una istituzione all’avanguardia nel mondo intero nell’istruzione fino al saccheggio di Baghdad del 1258, con il quale i mongoli devastarono la società abbaside in modo simile a quello che ha fatto l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003.

5. Il ruolo pubblico delle donne

L’ISIL ha fatto sapere alle donne che il posto a loro destinato è il focolare domestico e che fuori da quello devono vestirsi con “abiti islamici che coprano tutto“. Beh, dovrebbero iniziare a obbedire loro stessi indossando il velo (hijab): se è un obbligo per tutti, si dovrebbe applicare anche agli uomini.

Anche se l’Islam è una tipica cultura patriarcale, le donne non hanno mai avuto un ruolo solamente in casa, se non in una minoranza di culture. L’ISIL potrebbe subire uno shock a scoprire che l’idea di segregare le donne e di negarle all’occhio del pubblico è stata un’idea non islamica, ma presa a prestito dai bizantini.

Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella diffusione dell’Islam con la parola, come nel caso delle mogli di Maometto Khadija e Aisha, e con la spada, come fecero Hind Bint Utba e Asma Bint Abi Bakr, personaggi medievali che fanno pensare a Kill Bill e che furono determinanti nella sconfitta delle forze bizantine in una delle battaglie più decisive della storia, quella dello Yarmuk. Inoltre nel corso della storia islamica le donne contribuirono grandemente allo sviluppo della scienza, della filosofia e della società: la ricerca si è occupata poco di questo loro ruolo, ma oggi inizia ad interessarsene di più. Ci sono state anche donne musulmane che hanno diretto imperi, anche se con discrezione (come durante il cosiddetto “sultanato delle donne”).

Ma la cosa più importante è che l’atteggiamento dell’Islam nei confronti delle donne è cambiato a seconda delle culture locali: le donne irachene e ancor di più quelle siriane hanno percorso una lunga strada di emancipazione e anche quelle più religiose non vedono alcuna contraddizione tra la loro religione e l’uguaglianza di genere.

6. La laicità è la soluzione

Maometto non ha mai nominato un successore (califfo) e non ha mai indicato chiaramente un metodo per identificarne uno: insomma, l’Islam non prescrive il califfato e non ne ha affatto bisogno. Inoltre il califfato ha portato spesso instabilità perché mancavano regole chiare per il trasferimento del potere e ha contribuito agli atteggiamenti assolutisti con cui alcuni leader locali hanno gestito tradizionalmente il potere. E comunque il profeta non ha mai istituito uno “stato islamico”: infatti, ha governato Medina in modo incredibilmente laico. Allo stesso modo, i più grandi successi dell’Islam sono stati raggiungi da governanti ampiamente laici, soprattutto se si tiene conto dell’epoca in cui vissero.

Insomma, possiamo concludere che l’unico vero stato islamico è uno stato spirituale, uno stato mentale. Contrariamente a quanto sostengono gli islamisti, la laicità è la soluzione. E, per quanto mi riguarda, chiamatelo pure “califfato”: se costruiste un califfato come questo, posso garantirvi, a giudicare dall’interesse manifestato su twitter.com, che attrarreste immigrati da ogni angolo del mondo musulmano.

 

Khaled Diab
Traduzione di Pier

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Questo articolo è stato pubblicato in inglese su chronikler.com e su buzzfeed.com
e non può essere riprodotto senza il consenso dell’autore.
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