Sharia e femminilità: un percorso (MOI Reading 8)

La strada del biasimo è solo contro coloro che opprimono
l’umanità e spadroneggiano sulla terra senza diritto:
per costoro c’è una punizione dolorosa.
(Sura XLII, La consultazione, 42)

Omosessuali impiccati, adultere lapidate, donne segregate e private dei più elementari diritti: le immagini che vengono generalmente associate alla parola “shari’ah” sono quasi sempre scene di morte, violenza, sopraffazione, ingiustizia. Di una mascolinità egemonica che schiaccia senza pietà la femminilità, quella delle donne e quella degli uomini considerati non virili, perché omosessuali o travestiti. Ora che il tema dell’introduzione della shari’ah nei paesi della primavera araba è sulle prime pagine dei giornali, conviene proporre alcune riflessioni. Per capire meglio. E per smascherare ancora una volta (come in MOI Reading 7) quella perversa alleanza, prima di tutto semantica, che unisce gli estremismi uguali e contrapposti di Oriente e Occidente.

Tanto i musulmani dogmatici quanto gli islamofobi di professione vogliono farci credere che la shari’ah sia un codice giuridico organico e sistematico che ogni vero musulmano dovrebbe voler imporre come legge alla propria comunità. Un’assurdità, non solo perché il modello legale a cui si ispirano spesso gli stessi islamisti radicali per rendere la shari’ah fonte di diritto statuale fu importato in Oriente dalla colonizzazione europea, ma soprattutto perché l’Islam non ammette costrizioni in materia di fede, nessuna imposizione coercitiva può sostituire la libera scelta individuale: “L’Islam dà ai musulmani la libertà di scegliere tra diversi punti di vista e questa scelta la può fare solo il singolo credente, perché nell’Islam solo il singolo è responsabile delle sue scelte davanti a Dio” spiega il professor Abdullahi Ahmed An-Na’im.

Che cos’è allora la shari’ah? Il termine, che significa “via, percorso” (quanto di più lontano possibile da un’idea di dogmatismo legale, insomma), ha due significati. Da un lato indica la legge del Dio, la quale, appartenendo alla sfera del divino, non è direttamente conoscibile da parte dell’essere umano; dall’altro indica comunemente anche un insieme di prescrizioni che tentano di applicare la legge divina attraverso un tentativo (fallibile) di interpretazione. Non solo queste prescrizioni cambiano al cambiare della scuola di pensiero interpretativo a cui ogni fedele può liberamente fare riferimento, ma, in ogni caso, la maggior parte di queste indicazioni non sono neppure potenzialmente traducibili in norme giuridiche, avendo carattere etico, sociale, rituale, igienico, di galateo. Insomma, la shari’ah è un codice di comportamento morale.

Secondo la sociologa algerina Leila Babès pensare alla shari’ah come a un codice di diritto positivo è una forma di degradazione del messaggio etico della rivelazione islamica. E An-Na’im scrive: “Quando un paese dichiara di applicare la legge islamica, in realtà può solo applicare leggi selezionate dai legislatori tra diverse interpretazioni della shari’ah. Alcune leggi sono scelte rispetto ad altre in base alle preferenze personali del legislatore o perché tali regole sono utili agli obiettivi politici del legislatore. Il risultato non sarebbe considerato shari’ah da nessuna scuola di pensiero legale musulmana”. Anche Tariq Ramadan, noto islamologo e nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani in Egitto, considera la shari’ah ”una costruzione umana che ci dà orientamenti etici” e non “un codice strettamente normativo e divino”.

Non solo neppure i primi califfi imposero una legge prettamente religiosa (sebbene la commistione tra diritto, costume e religione sia stata una caratteristica inevitabile fino all’invenzione della laicità), ma nella stessa opera di interpretazione dei compagni del Profeta – il pensiero dei quali, al pari di una verità assoluta e immutabile, i musulmani dogmatici vorrebbero applicare letteralmente – fede e razionalità collaborarono ad una ricerca creativa (altro che dogmatismo!), traducendo il messaggio eterno del Corano in interpretazioni transitorie, inevitabilmente influenzate dalle contingenze storiche e culturali e dalla fallibilità umana. Per un monoteista, trattare il pensiero di alcuni esseri umani, per quanto illuminati dalla vicinanza con il Profeta, al pari delle parole del Dio dovrebbe essere considerato quasi un atto di idolatria.

L’inganno semantico degli estremisti è evidente: usano il termine shari’ah, che significa “percorso”, per indicare uno stato di immobilità, di rigidità estrema. E così si degrada l’Islam (che anche grammaticalmente è nome d’azione e non di stato e significa “sottomettersi volontariamente al Dio” e non “essere sottomessi”) in legge formalistica e coercitiva, la libera e felice ricerca del Dio in cupo dogmatismo, l’annuncio divino di giustizia e di uguaglianza in pratica tutta umana di dominio violento del più forte sul più debole. Per questo chi propone un’interpretazione progressista e liberale dell’Islam non sta cercando di venire a patti con la modernità, ma sta cercando di vivere più profondamente e sinceramente il suo rapporto con il Dio.

Non è un caso se sono sempre più frequenti nel mondo musulmano le voci che chiedono di ripensare la shari’ah, di riaprire il capitolo dell’interpretazione coranica, di confrontarsi a viso aperto con le nuove scoperte del pensiero scientifico e filosofico, strumenti essenziali di ricerca della verità e, quindi, per il credente che abbia una fede viva e non mummificata, di ricerca del Dio… Al centro di queste riflessioni si colloca il rapporto con la femminilità. Inevitabilmente, perché il dogmatismo degli uomini ha scelto come prima vittima la libertà delle donne.

Le parole del Dio tornano ad essere ascoltate e non più semplicemente sentite. Il Corano, come alle origini della religione islamica, diventa un libro da leggere con la volontà di capire, in un’opera di interpretazione personale e collettiva resa eroica dalla necessità di contrastare tanto l’ostilità scandalizzata dei musulmani dogmatici quanto l’ostilità scettica degli occidentali. Donne e uomini, eterosessuali e queer, danno vita ad una teologia “nuova”, aperta, in cui ciascuno offre i diversi talenti che il Dio gli ha donato. Il coinvolgimento delle donne negli studi teologici non deve sorprendere: accanto a Rabi’ah al-Basri, una delle fondatrici del sufismo, Mohammad Akram Nadwi è riuscito a trovare testimonianza dell’esistenza, nei primi secoli dell’Islam, di almeno 8mila studiose, alle quali occorre aggiungere sante e donne imam.

In questa teologia “nuova”, eppure profondamente ancorata alle radici della storia islamica, la femminilità cessa di essere un bersaglio e diventa un’opportunità in più per tutti, tanto per le donne quanto per gli uomini, per ricercare la felicità e la vicinanza del Dio. Mentre alcune intellettuali musulmane usano gli strumenti classici degli studi coranici per rivelare la falsità di numerosi ahadith misogeni, nuovi filoni di ricerca influenzati dal femminismo e dalla teoria queer aprono scenari di lettura del Corano finora sconosciuti. Sarebbe una sconfitta su tutta la linea per i paladini dell’egemonia maschile, i quali però godono del potere politico ed economico. E della sacra alleanza, che distorce la shari’ah e inaridisce l’Islam, con l’islamofobia occidentale.

 

Pier
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5 commenti

  • beh avrei talmente tanto da dire su questo tema che un intera STANZA PER SERVER non mi basterebbe

    dico solo una cosa….è tanto tragico quanto tragicamente ironico il fatto che proprio in una sfumatura culturale (o meglio,parte di essa) cosi' universalmente riconosciuta come una delle piu' tendenti alla misoginia e restìa a molte forme di evoluzione sociale resistano molti simboli "matriarcali" estremamente antichi,tra i quali,a parte la ovvia e "stereotipata" mel mondo occidentale "danza del ventre", la famigerata "mezzaluna-e-stella" simbolo proprio dell'Islam,oggi,per non parlare della famosa "mezzaluna fertile"
    che ci crediate o no,la cosa che piu' mi turba e mi lascia interdetto, è che potenzialmente ,questa parte di mondo della quale avete trattato in questo articolo,non solo è stata (a quanto dicono ricerche antropologiche in merito) ma potrebbe tornare ad essere uno dei luoghi piu' MAtriarcali del mondo!

    ho detto….potrebbe

  • Le religioni (tutte e soprattutto le monoteiste) tendono a sottomettere la donna in forme più o meno simboliche o addirittura iscritte nella legislazione. Ha colpito il bersaglio chi ha detto che non è la religione l’oppio dei popoli, bensì il genere (gender) che si nasconde in essa, la violenza simbolica della dominazione maschile che attraversa le religioni ed è destinata a proiettarsi in un dio considerato maschile. Il femminismo critico vuole liberare le religioni da questa violenza simbolica di genere affinché non si trasformi nell’oppio dei popoli.

    • come donna, mi sento vicina a tutte le donne musulmane che si adoperano attivamente per far si che tutte possano avere diritto alla libertà di esprimersi e di vivere secondo il proprio modo di essere.

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