Shooting stars (Stelle cadenti)

Sono stati i giorni più esaltanti della nostra vita, fino a ieri pomeriggio. Una settimana di vacanza al mare da soli, senza genitori tra le palle. Io, i miei migliori amici e compagni di classe Alessia e Mauro, e poi Daria, la ragazza della B per cui Mauro è cotto, e soprattutto Fady. Lui è arrivato nella nostra classe quest’anno e ha fatto amicizia solo con noi. Con me in particolare. Insomma, lui ora è il mio ragazzo.
Io e Fady dormiamo nel lettone della camera da letto, gli altri nel divano-letto e sulla branda in sala, anche se in teoria abbiamo giurato ai nostri genitori che ci dividevamo maschi da una parte e femmine dall’altra. Beh, forse se sapevano di me e Fady non ci chiedevano neppure questa promessa, ma, si sa, i genitori sono capaci di immaginare tanto, ma noi ragazzi li battiamo sempre.
Sono stati giorni bellissimi, la mattina a dormire fino a tardi, il pomeriggio a giocare a pallavolo e a nuotare, andando fino a dove non si tocca, la sera a strafocarci di patatine fritte, hamburger e coca cola al baracchino vicino al mare, dove ci fermiamo fino a tardi. E quando i nostri ci chiamano alle 10 o alle 11 per controllare che siamo davvero tornati a casa, mettiamo la mano davanti al microfono per non far sentire i rumori della strada. I genitori di Alessia, poi, hanno chiamato la prima sera, la seconda, ma lei, bravissima, faceva una voce assonnata e gli diceva che l’avevano svegliata. Non hanno più chiamato dopo cena.
Una sera abbiamo preso anche una bottiglia di birra e un pacchetto di sigarette. Ci siamo scolati la bottiglia (Fady ha assaggiato solo un po’ di schiuma, mi ha spiegato che non beve la birra per lo stesso motivo per cui non mangia il prosciutto) e abbiamo fumato 2 sigarette. Beh, una e mezza, a dire il vero, ma non è che siano il massimo… Abbiamo fatto anche a gara di rutti e di parolacce.

Avevamo la nostra vita finalmente nelle nostre mani, nessuno ci poteva fermare, davanti a noi si stendeva un futuro di gloria. Io e Fady stavamo vivendo la nostra libertà e la nostra ribellione e i nostri amici ne erano testimoni e complici, presi quanto noi da questa avventura.
Poi, ieri pomeriggio, è arrivata la notizia.

Prima la gente se l’è sussurrata da un ombrellone all’altro, poi qualcuno ha cercato conferma sullo smart phone. C’era chi scuoteva la testa, chi parlava animatamente, chi si faceva il segno della croce, chi fissava un punto lontano sull’orizzonte e chi ha preferito raccogliere gli asciugami per tornarsene a casa.
In Norvegia, lì verso il Polo Nord, una bomba ha distrutto il palazzo del presidente, ci sono morti, sangue per le strade, la polizia ha chiuso la città, tutti sono invitati a barricarsi in casa. E poi, ancora, un terrorista su un’isola dove c’era una specie di colonia per ragazzini – ragazzini come noi, solo un po’ più grandi – uccisi a colpi di mitragliatore.
Poi dicono che con i videogame diventiamo insensibili, ma tutti e cinque siamo rimasti pietrificati. Guardavamo il mare e non ci dicevamo una parola, ma sapevamo che anche gli altri vedevano, lì sull’orizzonte, due alti grattacieli e gli aerei che gli si schiantavano contro, quegli aerei con la cui immagine siamo cresciuti, quegli aerei che davanti ai nostri occhi mille volte hanno fatto strage.
I terroristi islamici hanno colpito ancora.

“Il fatto è che Maometto ha detto che bisogna fare la guerra a tutti noi cristiani e conquistare il mondo e i musulmani hanno questo obiettivo, è la prima cosa che loro vogliono fare” raccontava convinto Francesco, il più grande del gruppo, ieri sera, guardando ogni tanto di sottecchi Fady. Eravamo tutti intorno ad un piccolo falò, con altri ragazzi che vedevamo spesso.
“Ma no, dai, è che ancora loro non si sono evoluti come noi. Sono proprio come noi nel Medioevo, quando bruciavamo le streghe, ma con il tempo impareranno anche loro, dai. Non sono tutti cattivi, dai” ribatteva Daria, facendo segno a Fady che era al suo fianco. Lui non disse una parola.
“Con la globalizzazione, poi, impareranno più in fretta, magari…” ha azzardato Mauro, timidamente.
“Con la globalizzazione questi ci fottono, ragazzi! Ci stanno già invadendo e ora loro vogliono dettare legge a noi: o mettete il velo alle donne o mettiamo le bombe, o ci fate la moschea in centro o mettiamo le bombe, o fate l’affabulazione alle bambine o mettiamo le bombe, e via di questo passo! Hanno già tolto i nostri crocifissi dalle nostri classi per metterli nei cessi e tra un po’ metteranno le immagini di Allah anche nelle nostre case! Sveglia ragazzi, che questi ci inculano senza vaselina!”. Francesco ora quasi urlava.
“Inculare no, lo sapete anche voi cosa fanno ai gay in Arabia, vero?” ha aggiunto Sonia, una ragazzina più piccola di noi, fissandomi negli occhi.
Fady a quel punto si è alzato, è andato fino alla battigia, si è seduto sulla sabbia.
“Vai a vedere, dai” mi ha detto Daria, guardando con aria di rimprovero gli altri ragazzi. Per me quelle parole sono state come un permesso per alzarmi e raggiungere il mio amore.

“Ti danno fastidio i loro discorsi?”.
“No” ha risposto fissando la luce di una barca persa nel nero del mare. Voleva evitare il mio sguardo, sperava forse che il buio potesse celare i suoi occhi luccicanti. “Sono inquieto perché ci sono troppe stelle cadenti”.
“E perché? Non sono belle?”.
“Sono frecce infuocate che gli angeli lanciano contro i jinn che cercano di arrampicarsi su nel cielo”.
“Beh, almeno fanno strage di cattivi, no?” ho detto sorridendo.
“Non li uccidono, gli fanno solo molto male”.
“Ma i jinn sono come dei demoni, mi avevi detto, o sbaglio? Se le meritano le frecce, no?”.
“E’ solo altra sofferenza” mi ha detto lui, e non si capiva se rispondeva a me o se stava parlando al mare.
Poi ha girato la testa verso di me, fissando i suoi occhi umidi di luce di luna nei miei. “Ho freddo” ha sussurrato.
“Torniamo vicino al fuoco, no?”.
“Ho freddo anche vicino al fuoco”.
“E allora torniamo a casa”.

Appena entrati, Fady si è spogliato nudo e si è steso sul letto, senza dire una parola. Io non sapevo bene cosa fare, forse voleva stare un po’ da solo. Mi sono fatto una doccia veloce, poi mi sono lavato i denti. Sono entrato nella camera da letto in punta di piedi: Fady era steso nudo, immobile, illuminato dalla luce della luna che entrava dalla finestra spalancata. Era bellissimo questa notte. Bellissimo e triste, di una tristezza che non sapevo come maneggiare.
Mi sono steso accanto a lui, lentamente, per evitare rumori o movimenti che lo potessero svegliare. Ho chiuso gli occhi, ma senza cercare di dormire. Volevo pensare, anche se non sapevo neppure a cosa pensare.

Dopo un minuto, forse due, la sua voce mi ha chiamato: “Non mi abbracci?”.
Ho allungato il mio braccio verso il suo corpo, che ancora non aveva fatto alcun movimento, gli ho stretto le spalle.
“Più forte” ha detto lui e questa volta l’ho stretto davvero, con le braccia, le gambe.
Si è addormentato così, sentendo il mio cuore pulsare contro la sua schiena. E così siamo sopravvissuti anche a questa notte di stelle cadenti, a questa pioggia di sogni infranti.

Questa mattina mi sono svegliato tutto indolenzito. Il mio angelo ambrato dormiva ancora. Mi sono alzato piano piano, mi sono lavato e mi sono fatto un latte caldo. Ho acceso la tv, in cucina, a basso volume. Dormivano ancora tutti.
Al tg spiegavano che l’attentatore era un fanatico cristiano, la pista islamista era infondata. Sono corso subito in camera, dovevo dirgli che erano stati i nostri, non loro! Che poteva tornare a guardare tutti negli occhi, senza sentirsi in colpa, senza vergognarsi!
Ma eccolo lì, che dorme tranquillo. L’ho fatto addormentare io, con la mia vicinanza, con la mia presenza. E ora vorrei svegliarlo… e poi per dirgli cosa? Che i cattivi questa volta siamo noi e non loro, come se il nostro posto fosse sulle opposte barricate di una guerra che non abbiamo mai dichiarato? No, noi siamo persi nel mezzo, siamo abbracciati stretti nel mezzo, sotto questa pioggia di frecce infuocate che ci rende tutti uomini nudi, senza che nessun vestito o simbolo possa coprire o distinguere davvero il nostro dolore. Perché ogni sofferenza è solo altra sofferenza.
Lo guardo e mi si inumidiscono gli occhi. Mi stendo accanto a lui, lo avvolgo piano con il mio corpo. Veglierò così il suo sonno fino all’ora del risveglio.

 

Pier
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