Sudafrica, paradosso LGBT: ottime leggi e troppe violenze

protesta lgbt contro la polizia a pretoria
Manifestazione LGBT contro la polizia sudafricana

. “Dovremo costruire una società in cui tutti i sudafricani, sia bianchi che neri,
saranno in grado di camminare a testa alta, senza alcun timore nei loro cuori,
certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana […] e far sapere a tutti
che ogni corpo, mente e anima sono stati liberati per soddisfare se stessi”.
Nelson Mandela

Non sta cambiando la situazione per le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, queer, intersessuali e asessuali) in Sudafrica. Le violenze non diminuiscono, soprattutto per le lesbiche nere. Ma non si placa mai nemmeno l’indignazione delle vittime che attraverso enti, associazioni e figure religiose denunciano l’inefficienza delle forze di polizia e delle chiese nel combattere le discriminazioni e indagare sulle violenze. Perché il Sudafrica, il bellissimo paese arcobaleno di Mandela che legislativamente parlando è all’avanguardia, non tollera più tali brutalità.

Violenza e paura

La comunità LGBTQIA del Limpopo denuncia la difficoltà ad uscire allo scoperto ed essere liberi di vivere la propria natura. La paura che li tiene nell’ombra è quella di essere uccisi, violentati, addirittura bruciati a causa di quel che si è. Cindy Maotoana, leader della comunità LGBTQIA, riporta l’attenzione sugli infiniti stupri correttivi che affliggono la repubblica sudafricana [SABC]:

“Voglio solo dire alla comunità che abbiamo bisogno del vostro sostegno. Le persone LGBTI si nascondono perché hanno paura di essere violentate e bruciate, quindi siamo qui a chiedere il sostegno della provincia. Siamo esseri umani, abbiamo bisogno di voi. Non c’è niente di sbagliato in noi. Non c’è motivo di ucciderci, c’è solo una piccola differenza tra il nostro orientamento sessuale e quello degli altri, e non significa che meritiamo di essere brutalmente uccisi. Non vuol dire che qualcuno deve violentarmi, uccidermi o bruciarmi. Riuscite a immaginare qualcuno che viene bruciato vivo? Non è giusto quello che ci stanno facendo”.

Sudafrica, la violenza anti-lesbiche uccide ancora

L’ultimo caso di violenza su una ragazza è quello di Matiisetso Smous, lesbica di 29 anni, stuprata e bruciata a fine aprile evidentemente a causa proprio del suo orientamento sessuale [SABC], mentre il 18 maggio è stato ritrovato il corpo di un ragazzo gay di 26 anni, Steohen Nketsi, in una buca a Bhotshabelo.

L’inerzia della polizia

Thabiso Mogapi wa Tsotetsi, presidente di Action For Social Justice International (Azione per la giustizia sociale internazionale), chiede semplicemente: “Perché? Che cosa abbiamo fatto per essere uccisi da qualsiasi parte andiamo in Sudafrica?”. Neanche la polizia riesce a dare fiducia alle persone omosessuali, sottolinea l’attivista LGBTQIA Karabo Mofokeng [SABC]: molte volte, in effetti, le ricerche sui casi di violenza e omicidio non vengono affrontate con la serietà che meritano, ma soprattutto chi subisce violenza non denuncia per paura di una doppia discriminazione da parte degli uomini in divisa.

“Quello che fa più male – afferma Thuli Mjwara, membro di Inclusive & Affirming Ministries (Pastori che includono e confortano; IAM), un’organizzazione religiosa di Durbanville – è sapere che spesso nei casi di ‘stupro correttivo’ e dei macabri omicidi di lesbiche, i trasgressori non sono sconosciuti, ma persone note alla vittima. Questo sta a dimostrare quanto non siano sicure le lesbiche nere. Nonostante questo, non staremo in silenzio e non ci nasconderemo. Noi siamo parte della nostra comunità e rifiutiamo di rimanere in silenzio, pur essendo noi le vittime. La violenza sui nostri corpi non sparirà nel vento, chiediamo giustizia per le vittime e sicurezza per i vivi”.

Il silenzio delle chiese

Ma la polizia non è la sola, evidentemente, a non agire come dovrebbe. Il reverendo Jide Macaulay dell’Interim Steering Committee (Comitato direttivo provvisorio; ISC) denuncia il “pericoloso silenzio della chiesa”, sostenuto dagli altri membri dell’ISC e dai componenti sudafricani della Global Interfaith Network on Sex, Sexual Orientation, Gender Identity and Expression (Rete interreligiosa globale su sesso, orientamento sessuale, identità ed espressione di genere; GIN-SSOGIE) che si sono uniti alla protesta: “Quando le chiese non riescono a parlare contro la violenza sulle persone lesbiche, gay e trans, stanno fallendo nel loro dovere di proteggere e sostenere la vita”.

La reverenda Judith Kotze dell’IAM osserva che è importante creare spazi per denunciare la violenza in modo che la rabbia non riempia i cuori di solo odio, offuscando le menti e portando le vittime a fare quello che fanno i violenti.

Sudafrica: dall’imam gay agli anglicani che arretrano

Leggi inapplicate

Sono stata in Sudafrica, ho frequentato una scuole superiore e anch’io ho avuto la sensazione che questo paese così lontano da noi fosse quasi un paradiso per le persone LGBTQIA. Soprattutto se lo vediamo nel suo contesto “africano”, ci appare sul piano delle leggi proprio anni luce avanti agli altri stati del continente. Io, però, ho vissuto in una zona ricca, a maggioranza bianca, dove la povertà e l’ignoranza ci sono, ma non sono visibili come in troppi luoghi del Sudafrica, che ha legalizzato pure i matrimoni gay.

La sezione 9 della costituzione vieta la discriminazione sulla base del sesso, del genere o dell’orientamento sessuale, ma, come ha ricordato l’ex ministro degli affari interni Malusi Gigaba, “non è più sufficiente, né è utile per noi, compiacersi di una costituzione rinnovata ed esemplare di fama mondiale se non viene seguita”.

Discriminazioni sul lavoro

Sono all’avanguardia anche le leggi sul lavoro, che vietano la discriminazione attraverso l’Employment Equity Act (Legge per la giustizia sul lavoro), ma, appunto, le leggi paradossalmente non bastano. Perché sui luoghi di lavoro i pregiudizi e le relative conseguenze obbligano le persone LGBTQIA a nascondersi, a fingere di essere quello che in realtà non sono, a costruirsi false identità per apparire come sembra giusto essere e come l’azienda pretende, o a rifiutare del tutto il lavoro.

Tra dibattiti e indignazioni, la soluzione, secondo Bracher e Payi, potrebbe essere quella di istituire un comitato interno alle aziende che si occupi del lato sociale e di quello etico, che monitori le aziende e le aiuti a promuovere l’uguaglianza ed impedisca le discriminazioni [Business Live]. Forse potremmo prendere esempio pure noi.

 

Ginevra
©2017 Il Grande Colibrì

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