Tunisia, gay denuncia in TV: “Mi volevano violentare”

Ahmed Ben Amor, vice presidente dell'associazione Shams
Ahmed Ben Amor, vice presidente dell'associazione Shams

L’omofobia in Tunisia continua a persistere e le aggressioni contro le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) non cessano. Con l’ennesima sentenza ingiusta, i giudici hanno dichiarato due giovani di 19 e 25 anni per il reato di atti osceni contro il pudore pubblico ricorrendo all’articolo 226 bis, come riporta il sito Kapitalis, che ha pubblicato le dichiarazioni di Mounir Baatour, avvocato dei ragazzi.

L’arresto è avvenuto il 12 gennaio nell’appartamento dei due a Hammam Sousse, come specifica l’avvocato, con tanto di perquisizione senza un mandato ufficiale, come spesso avviene in questi casi. Non potendo usare l’articolo 230 del codice penale tunisino che condanna chi è sospettato di essere omosessuale e chi è accusato di sodomia, soprattutto per mancanza di prove concrete, la corte giudiziaria ha ritenuto che il possesso di abiti femminili e di qualche trucco come lucidalabbra e mascara fosse sufficiente per far scattare l’arresto e l’immediata esecuzione di due mesi di reclusione.

Intanto Kerim, un ragazzo gay che abita nella periferia della capitale tunisina, ha deciso di rivolgersi alla stampa per raccontare il torto subito da parte di due malviventi che lo hanno picchiato e violentato. È successo il 15 gennaio, come dichiara nella sua intervista televisiva sul canale locale Attessia:

“Era domenica e pioveva. Siccome sono senza una fissa dimora, stavo per strada bevendo un caffè e aspettando un amico per farmi portare da lui in macchina. Si è fermata un’automobile a pochi metri da me, guidata da un trentenne che chiedeva indicazioni stradali. Dopo che gli ho spiegato come arrivare a dove voleva andare, mi ha pregato di salire e accompagnarlo perché sosteneva di non essere della zona. Ne ho approfittato per farmi avvicinare a casa del mio amico e quindi sono salito con lui. Lungo la strada, parlando del più e del meno, notavo che andava troppo forte bruciando i semafori rossi e non seguendo più le mie indicazioni.

“Ero sotto shock perché già in passato mi ero trovato in una situazione simile dove non potevo prevedere cosa sarebbe accaduto. Non facevo più caso a dove eravamo diretti perché cercavo un modo di liberarmi dal brutto presentimento, forse eravamo a Manouba [quartiere periferico della capitale; ndr]. Dopo che ci siamo fermati sotto un palazzo, il trentenne mi ha minacciato di chiamare i suoi vicini e che sarei finito picchiato a morte da tutti se non salivo con lui nel suo appartamento.

“Quando siamo entrati ho trovato un suo amico che ci attendeva. Si sono messi subito a insultarmi dicendomi anche che mi avrebbero violentato. A quel punto ho cominciato ad alzare la voce e farmi sentire dai vicini per potermi salvare mentre loro due mi prendevano a pugni e calci”.

Nell’intervista della trasmissione, si vede anche il video girato con il cellulare di Kerim: il ragazzo, dopo l’aggressione, ha la bocca insanguinata.

Continua il giovane: “Dopo che vicini degli aggressori mi hanno sentito gridare, hanno buttato giù la porta dell’appartamento cercando di capire cosa succedeva. Quando li ho visti entrare ho detto loro che quei due mi volevano uccidere e all’improvviso uno dei vicini mi ha colpito con una schiaffo. Ero sconvolto e sono subito corso via, scappavo da quelli che mi inseguivano lanciandomi sassi e altro, mi correvano dietro bambini e adulti. Per fortuna passava un taxi che si è fermato, caricandomi senza farmi troppe domande. Il tassista è stato comprensivo e non ha voluto nemmeno che gli pagassi il tragitto: mi ha portato fino a casa di una mia amica che mi ha consigliato di pubblicare il mio video prima di andare al pronto soccorso”.

Il giornalista della trasmissione ha subito chiesto a Kerim se avesse esposto denuncia dalle autorità locali, ma il giovane ha risposto che per paura e per diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine non voleva ritrovarsi perseguitato dagli aggressori che sicuramente non avrebbero subito nessuna accusa né arresto né sarebbero mai stati condannati.

In un paese come la Tunisia, dove gli articoli 230 e 226 bis del codice penale continuano a garantire un forte sostegno all’omofobia, nonostante risultino incostituzionali come vi avevamo già raccontato dal Grande Colibrì, alle persone LGBTQI rimane solamente la paura di esporsi. Associazioni come Damj e Shams, che difendono e rivendicano i diritti delle persone LGBTQI, resistono all’oppressione e alle ingiustizie richiamando l’attenzione di tutto il mondo perché avvenga un significativo cambiamento, a partire dall’abolizione dei due articoli del codice penale tunisino.

Lyas
©2017 Il Grande Colibrì

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