All’inizio di quest’anno il potere del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha tremato. Il 31 marzo Istanbul ha eletto per una manciata di voti un sindaco del Cumhuriyet Halk Partisi (Partito Popolare Repubblicano; CHP), la principale forza dell’opposizione laica e social-democratica. Inaccettabile, per Erdoğan: il voto è stato annullato. Ma quando sono tornati alle urne, il 23 giugno, gli elettori della più grande città turca hanno decretato una nuova vittoria del candidato di opposizione, questa volta in modo schiacciante.
Nonostante una repressione ferocissima, con migliaia di arresti e licenziamenti, il potere di Erdoğan ha tremato. Lo scontento nasce soprattutto dalla profonda crisi che sta vivendo l’economia turca, schiacciata da scelte politiche fallimentari, dalla corruzione diffusa, dallo sperpero di enormi quantità di denaro pubblico in colossali infrastrutture utili solo al delirio di onnipotenza del presidente.
Come rinsaldare un potere vacillante? “Creando un’ondata di mobilitazione nazionalista per bloccare l’emergere di formazioni con identità politiche diverse dal partito di governo nel breve periodo“, come ha scritto Kadri Gürsel. E il modo più efficace per farlo è stato lanciare una guerra contro i curdi nella Siria settentrionale. E infatti l’effetto è stato quello voluto: l’opposizione, con in prima fila proprio il CHP, si è liquefatta in una esaltazione di approvazione per i bombardamenti, come ha denunciato anche Arti Gerçek, sito dei giornalisti turchi esuli in Germania.
Da Atatürk a Erdoğan
La Repubblica di Turchia è nata sulle ceneri dell’Impero ottomano nel 1923 con la rivoluzione guidata da Mustafa Kemal Atatürk. Inizialmente il suo partito, il CHP, era l’unico ammesso e solo dopo la Seconda guerra mondiale c’è stata un’apertura al multipartitismo. La democrazia, però, non è mai davvero arrivata: i poteri civili sono sempre stati sottoposti al controllo dell’esercito, con una frequenza impressionante di colpi di stato. Le discriminazioni subite dalla parte più religiosa della popolazione erano forti e hanno generato paura e rancore.
Agli inizi degli anni Duemila l’affermarsi di Erdoğan è stato spesso considerato come un buon segno: guidava l’Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito della giustizia e dello sviluppo; AKP), che si presentava come una sorta di “democrazia cristiana islamica”, e prometteva una società pacificata, guidata dal voto dei cittadini e non dai militari. Prometteva di trasformare finalmente la Turchia in una vera democrazia e di farla entrare nell’Unione Europea, una prospettiva di cui si discuteva già negli anni ’60. Forse mentiva dall’inizio, forse è cambiato, forse proprio le promesse non mantenute dell’Europa hanno contribuito a questo cambiamento. Quello che è sicuro è che la Turchia ha intrapreso un cammino del tutto diverso da quello sognato inizialmente.
Lo zar e il sultano
Formalmente il paese è una democrazia, praticamente no: le istituzioni sono democratiche all’esterno, ma all’interno non adottano pratiche democratiche. La Turchia di Erdoğan è un regime autoritario e cinico. Come ha spiegato l’anno scorso il giornalista libanese Anthony Samrani, uno dei più grandi analisti del Medio Oriente, il presidente turco si ispira a Vladimir Putin: “Come il suo omologo russo, il presidente turco approfitta delle elezioni per mettere a tacere le critiche sulla natura autocratica del suo potere. Le regole della democrazia sono apparentemente rispettate, ma il loro spirito è fondamentalmente sviato: nessuna transizione ai vertici dell’esecutivo, nessuna o poca opposizione, nessun o pochi media liberi, nessuna o poca libertà di manifestare“.
Se Putin vuole tornare ai tempi degli zar, Erdoğan si crede un nuovo sultano e spera di recuperare la grandezza e lo splendore dell’Impero ottomano. Un Impero ottomano rivisto e distorto attraverso le lenti deformanti del nazionalismo e del fondamentalismo: se gli ottomani erano conosciuti per la loro relativa tolleranza e per la libertà dei costumi sessuali, l’erdoganismo accusa la laicità di essere la grande nemica dell’islam e, quindi, di una Turchia che si erge a paladina della religione. Tutto è visto con sospetto, come anti-islamico o non abbastanza islamico: le leggi, la società, la cultura, l’educazione.

“Per lasciare la gioventù turca nell’ignoranza, il sistema educativo è stato riformato 16 volte in 15 anni da 6 ministri diversi – sintetizza Nasuh Mahruki – Davanti ai nostri occhi tutte le scuole sono state trasformate in scuole religiose, l’istruzione è stata fatta a pezzi, la scienza rimossa. Hanno aperto sale di preghiera persino nelle scuole materne, senza che nessuno se ne preoccupasse. Nei dormitori scolastici, abbiamo lasciato che le confraternite religiose abusassero sessualmente dei nostri bambini per mesi in modo sistematico“.
Nazionalismo e omofobia
Come nella Russia di Putin, anche nella Turchia di Erdoğan la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) è diventata un perfetto capro espiatorio. E, come in Russia, analizzare la visione del presidente sulle minoranze sessuali ci permette di capire più a fondo la realtà del sistema autoritario turco. Prima, però, conviene fare un piccolo passo indietro nel tempo.
La rivoluzione di Mustafa Kemal Atatürk si è basata su un concetto di modernizzazione molto ostile alla diversità sessuale: il permissivismo ottomano sulla sessualità era considerato un simbolo di degenerazione morale, di arcaismo. La fluidità dei desideri e delle identità sessuali, come ricostruisce Kaya Genç, è diventata un problema proprio durante il processo di occidentalizzazione del paese: il modello, che si è infiltrato in Turchia attraverso l’esercito e i suoi contatti con i militari tedeschi, era un nazionalismo virile, muscolare, profondamente omofobo. Nel 1923 la nascente Repubblica di Turchia non ha criminalizzato i rapporti omosessuali, ma era tutt’altro che “friendly”.
Paradossalmente, l’arrivo di Erdoğan al potere inizialmente è sembrato un fatto positivo anche per la comunità LGBTQIA: molti attivisti hanno apprezzato le sue promesse di democrazia, come anche dichiarazioni più specifiche. Nel 2002 il futuro padrone della Turchia dichiarava, per esempio: “Bisogna garantire anche agli omosessuali la protezione legale dei loro diritti e delle loro libertà“. Il 14 marzo 2003 Erdoğan è diventato primo ministro, pochi mesi dopo si è svolto il primo Pride della storia turca, a Istanbul. Nel 2008 il Pride è approdato anche nella capitale Ankara e negli anni successivi è stato organizzato anche in altre città, come Smirne e Adalia. Sembrava quasi che il nuovo premier e le manifestazioni dell’orgoglio arcobaleno crescessero insieme.
Divieti e censure
Questo parallelismo, a uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare affermarsi con ancora più forza nel 2014: il 29 giugno di quell’anno il Pride di Istanbul ha raccolto 100mila partecipanti, raggiungendo numeri che in Medio Oriente riusciva a fare solo Tel Aviv. E poco dopo, il 28 agosto, Erdoğan è diventato presidente della repubblica. È stato un doppio trionfo? No, perché l’atteggiamento di Erdoğan era profondamente cambiato. Non parlava più di riconoscere i diritti degli omosessuali, ma anzi descriveva l’omosessualità come una “preferenza sessuale” incompatibile con la “cultura islamica“.
Dal 2015 a oggi, anno dopo anno, i Pride sono stati vietati in Turchia con la scusa che potrebbero provocare reazioni ostili da parte della popolazione e che quindi sarebbero pericolosi per l’ordine pubblico. In realtà, le uniche violenze sono sempre state quelle della polizia, che ha represso le manifestazioni LGBTQIA con manganelli, idranti, gas lacrimogeni, pallottole di gomma, arresti ingiustificati. Ad aprile di quest’anno, il tribunale amministrativo regionale di Ankara ha dichiarato illegali questi divieti, che comportano “una eccessiva restrizione dei diritti e delle libertà fondamentali“. Un segnale di speranza importante, ma da non sopravvalutare. Già ad agosto le autorità hanno vietato le “Olimpiadi queer” di Istanbul, per esempio.

Spesso i divieti si sono accaniti sul mondo della cultura e dello spettacolo. Alcuni festival cinematografici sono stati vietati e la censura ha colpito anche grandi nomi della musica internazionale: un anno fa il Consiglio supremo radio-televisivo turco ha multato un canale TV per aver trasmesso il videoclip di “Secrets” della cantante statunitense Pink, perché mostrava “figure di danza erotica di natura omosessuale“. Pochi mesi prima la TV pubblica turca aveva deciso di boicottare Eurovision per la presenza dell’artista drag queen Conchita Wurst: “Come emittente pubblica non possiamo trasmettere in diretta alle 21, quando i bambini guardano, un austriaco con barba e gonna, che afferma di non avere un genere e dice: ‘Sono uomo e donna allo stesso tempo’“.
Licenziati perché gay
Uno dei metodi preferiti dell’erdoganismo per colpire le minoranze sessuali, come gli oppositori politici, è il licenziamento. Uno dei casi che hanno fatto più scalpore è stato il licenziamento di tre dipendenti della municipalità di Kâğıthane, a Istanbul, allontanati dal lavoro perché gay: le loro relazioni omosessuali, secondo le autorità, avrebbero violato le regole di “moralità e buona fede” imposte dal contratto di lavoro. Per fortuna anche questa volta è intervenuta la magistratura, grazie alla denuncia di un netturbino: a gennaio di quest’anno i giudici hanno chiarito che non si può licenziare una persona per il suo orientamento sessuale.
Purtroppo, però, anche questa volta le autorità hanno dimostrato di non aver nessun rispetto dei principi stabiliti dai tribunali: a marzo è scoppiato il caso di un poliziotto di Van, nell’estremo oriente della Turchia, che è stato sospeso perché si è scoperto che aveva un fidanzato. Per la commissione disciplinare, “un dipendente pubblico può essere sospeso se ha una relazione innaturale con un’altra persona“. Analizzare le politiche dell’erdoganismo sulle minoranze sessuali ci insegna questa verità: è un potere repressivo che cerca di imporsi nell’educazione, nella cultura, nella vita privata delle persone, con una volontà totalitaria evidente, anche se – per ora? – cerca di mantenere le apparenze di una democrazia in cui si vota e i cittadini possono rivolgersi ai tribunali.
Erdoğan e la crisi dell’islam
Ma quanto potrà durare il regno di Erdoğan? Il presidente ha perso consensi e voti, ma si è dimostrato abilissimo nello stroncare le velleità dell’opposizione (e pazienza se questo ha significato fare stragi nel nord della Siria). Ha perso la stima di molti alleati, ma ne ha trovati altri potenti come Putin e comunque tiene i governi europei in pugno con la minaccia di permettere ai profughi siriani di arrivare nel Vecchio continente: la xenofobia europea è la migliore garanzia per il potere turco. Il potere di Erdoğan trema, ma è difficile capire se è davvero in pericolo o se addirittura si sta rafforzando.
Tra i tanti paradossi dell’erdoganismo, però, uno salta maggiormente all’occhio: le sue politiche, presentate come una difesa dell’islam, hanno provocato una triplicazione del numero di atei in Turchia, mentre diminuisce anche la pratica religiosa di chi si definisce credente. I dati smascherano Erdoğan: il presidente-sultano sta provocando una profonda crisi dell’islam turco. O forse solo della sua versione politica e integralista: l’antropologa culturale Ayşe Çavdar ha profetizzato un ’68 turco, in cui le nuove generazioni, stanche del conservatorismo al potere, imporranno valori laici inclusivi, superando l’autoritarismo tanto della laicità in salsa kemalista quanto dell’islamismo in salsa erdoganista.
Arriverà davvero una Turchia in cui tutti potranno vivere liberamente? Arriverà una Turchia che saprà accogliere turchi e curdi, musulmani e atei, eterosessuali e persone LGBTQIA? Oggi è impossibile rispondere a questa domanda, ma l’opinione pubblica internazionale ha un ruolo da svolgere. E una responsabilità.
Pier Cesare Notaro
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