Turchia, in bilico tra laicità e omofobia (MOI Maps 1)

Che cos’era che teneva noi due insieme
Che cos’era che univa le nostre mani
Lasciami esprimere il nostro amore impossibile
Amare significa mettere in gioco tante cose
Murathan Mungan (1955-vivente)

Il bacio tra i seminudi Alessandro Gassman e Mehmet Günsur, tra i fumi dell’hammam del film d’esordio di Ferzan Özpetek, “Il bagno turco“, è probabilmente la prima immagine (video) che viene alla mente di molti italiani parlando di omosessualità in Turchia. Nel film, che ha avuto grande successo anche in patria ed è stato trasmesso senza problemi dalla televisione pubblica turca, si accenna ad alcune delle grandi contraddizioni che caratterizzano questo stato di quasi 80 milioni di abitanti, per il 97% di fede musulmana.

Premettiamo che sulla Turchia pesa una tendenza generalizzata alla semplificazione, con due fazioni che, spesso motivate anche da sottaciuti interessi economici e/o elettoralistici, da una parte dipingono il paese secondo i più retrivi stereotipi sul Medio Oriente e sul mondo arabo (dimenticando, tra l’altro, che la Turchia araba non è), dall’altra propagandano la piena secolarizzazione di una realtà che si vorrebbe pienamente occidentalizzata (dimenticando, tra l’altro, che “occidentale” non significa per forza “migliore”).

Occorre allora ricordare che la Turchia è stato il primo paese che si affaccia sul Mediterraneo a riconoscere alle donne il diritto di voto, ben prima, ad esempio, di Italia e Francia, ma anche che la natura laica della Repubblica fondata da Ataturk è garantita, poco democraticamente, dal potentissimo esercito. Oggi al governo c’è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) (sito) di Recep Tayyip Erdoğan, un movimento islamico moderato da alcuni paragonato alle formazioni democristiane europee e da altri accusato di mettere in pericolo la laicità dello stato (ma poi le due visioni sono davvero così in contrasto?).

L’omosessualità non è mai stata reato in tutta la storia della Repubblica, ma anche l’impero ottomano, che abolì il reato di omosessualità nel 1858, si era dimostrato piuttosto tollerante, riprendendo nella propria cultura alcuni elementi della pederastia greca: si possono ricordare, ad esempio, i köçek, giovani ballerini non musulmani vestiti in abiti femminili e sessualmente a disposizione degli spettatori (wiki), ma anche la presunta storia d’amore tra il sultano Mehmet II, detto il Conquistatore, e il futuro principe di Valacchia Radu III, passato alla storia per la sua leggendaria bellezza (leggi).

Tornando ai giorni nostri, la discriminazione legale più evidente risiede nel divieto ad accedere all’esercito per gli omosessuali, divieto sfruttato anche da molti obiettori di coscienza eterosessuali, a cui non è riconosciuta la possibilità di sottrarsi alla leva obbligatoria per motivi etici e/o politici. Per questo motivo, da qualche anno chi richiede l’esonero per omosessualità deve non solo sottoporsi a umilianti visite mediche e psicologiche, ma anche fornire prove documentali esplicite (vale a dire foto in cui sono penetrati analmente) (leggi).

Al momento, nessuna norma vieta esplicitamente le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, ma dal 2010 è in discussione un progetto che dovrebbe superare questa situazione, soprattutto al fine di accontentare le richiesta dell’Unione Europea (leggi). In ogni caso, riprendendo argomentazioni giuridiche diffuse anche in Italia, alcuni esponenti di governo hanno sostenuto che le discriminazioni contro la popolazione LGBTQ* sarebbero già vietate, implicitamente, dalle norme sull’uguaglianza di genere.

Ciò non toglie il fatto che le autorità si sono spesso accanite contro le associazioni LGBTQ*, accusate di immoralità e di favoreggiamento della prostituzione (leggi) (ma, per fortuna, la magistratura ha finora sempre tutelato, in ultima istanza, l’esistenza di queste organizzazioni e dichiarato illegittimi tutti i provvedimenti con cui si è cercato di imporne lo scioglimento) (leggi), e recentemente anche contro i siti web: da pochi giorni ai domini turchi è vietato contenere la parola “gay” (come altre parole giudicate immorali) (leggi).

La Turchia, infatti, rimane un paese fortemente omofobo, dove il 75% degli eterosessuali considera l’omosessualità una perversione e il 90% delle persone LGBTQ* dichiara di aver subito discriminazioni (leggi). Sebbene non esistano dati sicuri, è convinzione comune che molte persone LGBTQ* siano costrette a sottoporsi a cure psichiatriche (d’altra parte più della metà dei turchi ritiene l’omosessualità curabile) o a matrimoni forzati. E purtroppo gli omicidi con motivazioni omofobe e transfobe hanno un tasso di frequenza pari a quello italiano (leggi)…

L’omofobia è ben visibile nella stessa strutturazione di molte coppie maschili, con generalmente una rigida divisione dei ruoli sessuali: l’attivo si percepisce come bisessuale o persino come un eterosessuale poco “ortodosso”, mentre solo il passivo di identifica come gay – o come “ibne” e “oglan”, termini che letteralmente significano “ragazzo” e che finiscono per identificare il maschio omosessuale anche adulto con un soggetto che non ha ancora raggiunto pienamente la virilità e che, nella tradizione greco-ottomana, poteva assumere il ruolo sessuale femminile.

L’associazione LGBTQ* più antica della Turchia è Lambda Istanbul (sito), fondata nel 1993 e più volte presa di mira dalle autorità. Ad Ankara, capitale della Turchia, opera invece KAOS GL (sito), un’associazione nata nel 1994 che organizza numerosi eventi, gestisce un centro culturale ed edita l’unico giornale LGBTQ* del paese, venduto, per imposizione delle autorità, nelle stesse buste di plastica opaca usate per le riviste pornografiche… Altri gruppi minori sono presenti in altre città (Smirne, Antalya, Diyarbakir, Eskisehir, ecc…).

Sempre ad Ankara è attiva Pembe Hayat (sito), associazione dedicata esclusivamente alle persone transessuali e transgender. La comunità T* turca è particolarmente agguerrita e visibile, anche se la maggior parte delle donne trans, escluse dal mondo del lavoro, è costretta a prostituirsi. Alle recenti elezioni politiche erano candidate due donne trans: Öykü Özen con il progressista Partito Repubblicano del Popolo (CHP), il principale partito di opposizione, e Almina Can, candidata dal partito islamico AKP oggi al potere (leggi).

In realtà si tratta solo parzialmente di una novità: già nel 1999 il Partito della Libertà e della Solidarietà, di ispirazione socialista, aveva candidato alle comunali di Istanbul Demet Demir, una trans ingiustamente imprigionata e torturata varie volte e, per questo, riconosciuta da Amnesty International come la prima prigioniera di coscienza a causa della propria identità di genere (leggi).

Insomma, la Turchia è un paese complesso, ricco di contraddizioni e di sfumature. Una fetta importante della popolazione turca, e in essa gli attivisti LGBTQ, sta combattendo una fiera lotta per la democrazia e per laicità. Gli europei possono scegliere se schierarsi al suo fianco (ebook). O se voltarle le spalle, magari invocando contro l’omofobia turca l’omofobia delle presunte radici giudaico-cristiane dell’Europa…

* * *

Nihat ha 22 anni e vive a Istanbul con il suo ragazzo, Bugra, di 27 anni.

“Abitiamo nello stesso appartamento e i vicini probabilmente immaginano, ma nessuno dice niente: siamo discreti e qui a Istanbul è diverso che nelle campagne. E’ sempre meglio non essere troppo visibili, ma nessuno ti dà fastidio”.

Esiste una comunità gay a Istanbul?

“Ci sono gruppi di amici. Poi ci sono dei bar, ma sono deprimenti, ci vanno solo i turisti. Che di solito credono che negli hammam gli uomini si toccano e fanno altre cose, ma è solo una leggenda: queste cose succedono solo nelle saune gay, che qui a Istanbul sono brutte, sporche e frequentate solo dai turisti!”.

E allora i gay della città come fanno a conoscersi?

“Usano Internet, dove comunque nessuno è molto esplicito. Poi va detto che a Istanbul è facilissimo incontrare uomini in cerca di sesso con altri uomini, basta farsi un giro per strada! E se ti piacciono gli stranieri, basta andare nei quartieri frequentati dai turisti!”.

Non è pericoloso cercare partner per strada?

“Qui conduciamo tutti una doppia vita, dobbiamo continuamente fingere di non essere gay. Ma gli incontri sono facili da concludere e non si corrono rischi, se non di beccarsi un insulto. Sono stato tre mesi in Polonia e lì avevo paura a girare per strada, anche se non mi ero dichiarato”.

E’ vero che in Turchia molti attivi non si identificano neppure come omosessuali?

“Verissimo! E magari si giustificano perché ricevono qualche regalo. Ma si tratta spesso di regalini senza valore e magari sono sposati con belle donne… Insomma, non sono giustificazioni ragionevoli. Poi io non ho fatto il servizio militare, ma chi lo ha fatto racconta che si fa tantissimo sesso tra soldati. E l’accesso all’esercito sarebbe vietato agli omosessuali!”.

Conosci qualche lesbica della tua città?

“No, non ne conosco nessuna. Gay e lesbiche qui sono comunità totalmente separate”.

 

Pier
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