Il 20 marzo scorso la Turchia ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalla Convenzione di Istanbul, universalmente riconosciuta come il primo e più completo trattato internazionale in tema di prevenzione e contrasto alla violenza domestica e contro le donne. A prendere questa drammatica decisione è stato il presidente dello stato mediorientale Recep Tayyip Erdoğan, secondo il quale “per tutelare le donne non è necessario cercare rimedi esterni o imitare gli altri: la soluzione invece è nelle nostre tradizioni e nei nostri costumi, in noi stessi”.
Violenze negate
Poco importa che in Turchia la violenza di genere e contro le minoranze sessuali sia purtroppo un fenomeno che non accenna minimamente ad arrestarsi e che sia anzi cresciuto in maniera spropositata durante questi mesi segnati dalla pandemia. Poco importa che i dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanitĂ (OMS) raccontino che almeno il 40% delle donne turche sia stato costretto a subire una qualche forma di molestia o di abuso psicofisico (la media europea si attesta al 25%). Poco importa che i numeri legati alle vittime di femminicidio in Turchia siano a dir poco impressionanti, con una media di tre donne uccise al giorno.
Poco importa che le minoranze sessuali siano da tempo vittime di una spietata campagna di denigrazione e di un altrettanto impressionante escalation di violenze omofobe (risale giusto a qualche giorno fa la notizia dell’arresto di Firat Kaya, un ferocissimo criminale tristemente noto per le sue spedizioni punitive contro alcuni giovani appartenenti alla comunità LGBTQIA turca). E poco importa anche che all’indomani della decisione presa dal presidente Erdoğan migliaia di donne siano scese in strada a protestare contro una scelta ritenuta incredibilmente avventata e pericolosa.
Quello che conta è raccontare e raccontarsi che le cose tutto sommato vanno bene, che è tutto a posto, che in Turchia i diritti di tutt@ sono assolutamente ed efficacemente tutelati. In linea di massima, sembra che ErdoÄźan e il suo entourage si ostinano a ripetere e a diffondere come un mantra lo slogan “Va giĂ tutto molto bene“.
Donne di regime
Curiosamente – o forse sarebbe meglio dire malauguratamente – a difendere a spada tratta la scelta del capo di stato turco ci sono anche le esponenti di alcune organizzazioni che, almeno a parole, si autodefiniscono femministe e dalla parte delle persone piĂą deboli. Tra di loro spicca sicuramente il nome di Sumeyye ErdoÄźan, figlia minore del leader in carica, nonchĂ© vicepresidente di Kadin Ve Demokrasi DerneÄźi (Associazione donne e democrazia; KADEM), che in una recente dichiarazione ha descritto la Convenzione di Istanbul come “una ragione di tensioni sociali”.
A farle eco con parole se possibile ancora più esplicite è stata Derya Yanik, avvocata e membro del consiglio di amministrazione di KADEM, secondo cui i principi fondanti della Convenzione sarebbero ormai da tempo stati abbandonati per fare spazio ai diritti della comunità LGBTQIA. Un’affermazione del tutto priva di fondamento, che però fa purtroppo molta presa su chi è ancora convint@ che sia sufficiente leggere qualche pagina del trattato contro la violenza di genere per ritrovarsi omosessuale…
Rammarico europeo
Com’era prevedibile, la decisione del presidente turco ha profondamente scosso la comunità internazionale, già molto turbata dal recente rifiuto di sottoscrivere la Convenzione venuto dall’Ungheria di Viktor Orbán. “Non possiamo che rammaricarci fortemente ed esprimere la nostra incomprensione davanti alla decisione del governo turco” ha commentato con amarezza l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea Josep Borrell, che nella sua dichiarazione ha inoltre sottolineato l’enorme importanza della Convenzione di Istanbul, intesa come documento che “mira a garantire l’essenziale protezione giuridica a donne e ragazze di tutto il mondo”.
Nicole Zaramella
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