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Il 2 gennaio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha nominato il nuovo rettore dell’Università del Bosforo, il terzo ateneo di Istanbul. La scelta è caduta su Melih Bulu, un accademico di secondo piano, noto soprattutto perché la sua tesi di dottorato si è rivelata un plagio e per aver aperto un account Twitter falso per attaccare le e gli studenti. Bulu, però, ha una grandissima qualità nella Turchia neo-ottomana di Erdoğan: è un fedele galoppino del partito islamo-conservatore al potere, l’Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito della giustizia e dello sviluppo; AKP). La sua nomina, comunque, ha scatenato subito una valanga di proteste da parte di studenti e docenti.

Kaaba arcobaleno

La situazione è addirittura peggiorata quando quattro studenti sono stati arrestati per aver appeso un poster che rappresentava la Kaaba (l’edificio più sacro dell’islam, verso il quale si rivolgono tutte le persone musulmane durante la preghiera) con ai quattro angoli le bandiere del movimento LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). I quattro ragazzi sono accusati di “incitamento all’odio: due sono ancora detenuti, mentre gli altri due sono agli arresti domiciliari.

Il ministro dell’interno Süleyman Soylu ha annunciato la notizia scrivendo che “quattro pervertiti LGBT sono stati arrestati“, mentre il rettore Bulu si univa a una campagna omofoba su Twitter contro i quattro studenti. Ma le parole più pesanti sono state sicuramente quelle pronunciate da Erdoğan in persona in un discorso rivolto ai quadri dell’AKP: “Porteremo avanti non una gioventù LGBT, ma una gioventù degna della storia gloriosa di questa nazione. Voi non fate parte della gioventù LGBT. Voi non siete quei giovani che commettono atti di vandalismo. Al contrario, voi siete quelli che riparano i cuori spezzati“. Come al solito, la destra mette ampiamente in scena il proprio vittimismo mentre si accanisce contro ogni posizione che non condivide.

Arresti di massa

Gli arresti hanno dato nuovo slancio alle contestazioni studentesche, che sono state represse senza nessuna clemenza: ieri, lunedì 1° febbraio, la polizia ha arrestato ben 159 persone che manifestavano contro la nomina di Melih Bulu e per la liberazione dei quattro studenti. Un video, diventato virale sui social media, mostra gli agenti che intimano a chi manifesta di abbassare lo sguardo e per questo è stato lanciato l’hashtag di protesta #AsağıBakmayacağız (non guarderemo in basso). I partiti dell’opposizione laica e di sinistra stanno appoggiando le proteste, in una Turchia sempre più lontana dalla democrazia.

Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagine: Il Grande Colibrì

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