Natale anti-gay in Uganda (ma il Gambia lo precede)

Se Gesù avesse saputo che razza di regali di Natale fanno i politici dell’Uganda ai propri cittadini, forse avrebbe fatto a meno di nascere. A pochi mesi di distanza dalla bocciatura (per un vizio di forma) da parte della corte costituzionale ugandese della legge anti-gay approvata a febbraio, una nuova versione del provvedimento, ancora più subdola e violenta, è in discussione e – come già avvenuto in passato (ilgrandecolibri.com) – la data fatidica di approvazione è prevista proprio in concomitanza con la natività, per donare al popolo una delle poche sicurezze di cui non ha certo bisogno (reuters.com).

Si pensava che il presidente Yoweri Museveni avesse approfittato del parere dei giudici per archiviare un provvedimento che gli aveva inimicato l’Occidente, esponendo il paese alla minaccia di un draconiano taglio degli aiuti dai paesi sviluppati. Invece, forse per assecondare la pressione dei religiosi di diverse appartenenze o più probabilmente per compiacere il popolo (che i sondaggi assicurano essere omofobo nella quasi totalità) in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, dopo che Museveni ha incassato la benedizione di papa Francesco in una visita a Roma lo scorso ottobre e dopo aver incontrato Barack Obama giusto dopo la bocciatura della legge anti-gay (pinknews.co.uk), la norma torna ora al centro dell’attenzione.

E il presidente, che pure aveva titubato non poco nel siglare il primo provvedimento (ilgrandecolibri.com), alza la voce invitando il clero a non celebrare nozze gay nel paese, poiché “il vizio dell’omosessualità è diventato un pericolo tra le nuove generazioni” e “la degenerazione crescente ha portato alla diffusione del virus dell’HIV e dell’AIDS tra i giovani” (ugo.co.ug). In realtà Museveni e i suoi, oltre che pensare alle elezioni, stanno riformulando il provvedimento in modo che i paesi che hanno isolato l’Uganda dopo l’approvazione dello scorso anno abbiano meno appigli per nuove sanzioni: pare, quindi, che la legge non farà espliciti riferimenti all’omosessualità ma, più genericamente, al “sesso contro natura“.

Intanto, però, la scia di omofobia normativa che attraversa il continente si allunga già con l’approvazione in Gambia di una nuova disposizione, che il presidente Yahya Jammeh ha firmato lo scorso 9 ottobre ma che è stata resa pubblica solo nei giorni scorsi dall’Associated Press, che è entrata in possesso di una copia del provvedimento (theguardian.com).

Nel piccolo paese dell’Africa occidentale la vita per le persone LGBT non era molto facile: la legge considerava già l’omosessualità come illegale e nel 2008 il presidente Jammeh aveva addirittura invitato gli omosessuali a lasciare il paese, se volevano evitare la decapitazione (anche se, nello stesso anno, aveva suscitato qualche speranze la sottoscrizione, da parte del rappresentante del Gambia all’ONU, della “Dichiarazione congiunta sull’orientamento sessuale, l’identità di genere e i diritti umani”; ilga-europe.org). La nuova norma però non è pleonastica come altrove, perché definisce con chiarezza le pene, che non erano precedentemente specificate e che possono arrivare fino al carcere a vita.

E gli effetti non tardano a vedersi, dato che i primi tre arresti per sospetta omosessualità vengono strombazzati dai media, entusiasti del fatto che “finalmente il presidente mantiene la promessa che gay e lesbiche non sono benvenuti in Gambia e che chi verrà sospettato di essere omosessuale si pentirà di essere nato” (faturadio.com).

Un altro paese africano in cui la repressione nei confronti di omosessuali o presunti tali è particolarmente forte è il Camerun: qui un giovane incensurato, accusato di essere un “molestatore omosessuale” da un amico conosciuto su Facebook, è stato trattenuto in carcere diversi giorni, anche dopo che contro di lui era caduta ogni accusa, per il solo sospetto di essere gay (76crimes.com).

Non va molto meglio in Malawi, dove pure le leggi già esistono (e condannano la diversità sessuale con pene fino a 14 anni di carcere), ma dove il Forum dei giovani musulmani è impegnato nel combattere la “crescente ondata di omosessualità” che sta “invadendo” il paese e che coinvolge anche molti giovani seguaci di Allah. Omar Maulana, presidente dell’organizzazione, spera peraltro che cristiani e islamici facciano un fronte comune contro questa “minaccia alla religione in Malawi” (onislam.net).

Una crepa in questo fronte sempre più oscurantista sembra essersi aperta in Botswana, dove peraltro il codice penale che ricalca la legge coloniale inglese condanna gli atti omosessuali con pene fino a sette anni di carcere. Nonostante questo, un gruppo di cittadini LGBT ha tentato di registrarsi come associazione (Legabibo) ottenendo un rifiuto da parte del governo: nei giorni scorsi, però, l’Alta corte del paese ha sancito l’illegalità della posizione governativa, aprendo le porte alla possibilità ufficiale di registrare associazioni di omosessuali in Botswana (bbc.com). E gli esperti africani all’ONU che si occupano di diritti LGBT hanno commentato la sentenza invitando altri stati a sospendere la persecuzione dei gay (reuters.com).

E poi c’è il Sudafrica, l'”altra” Africa dove i diritti riconosciuti sembrano proprio tutti, dalla libertà di associazione al matrimonio, all’adozione. E dove invece qualcuno trova, giustamente, ancora spazio per le rivendicazioni: un impiegato ha fatto ricorso alla corte del lavoro per ottenere il congedo di maternità che gli è stato negato dal datore di lavoro (citypress.co.za). E sembra davvero di stare in un altro continente.

 

Michele
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