Le mille e una vita queer araba, tra miti, corpi e realtà

L'artista gay iracheno Mohammed Ali Jeetaria

Quando ero piccolo, uno dei miei show televisivi preferiti era uno special in onda durante il Ramadan in cui recitava Sherihan, una performer egiziana. Un anno realizzò lo special sottostante di 20 minuti dal titolo “Sherihan in giro per il mondo”, uno spettacolo di canto e danza elaborato e sontuoso in cui lei vestiva raffinati costumi di tutto il mondo. Sherihan era una donna, ma anche la migliore drag queen che io abbia mai visto: camp, consapevole di sé e favolosa. Piantò in me, senza che me me rendessi conto, i primi semi della mia identità gay.

Dodici anni dopo – all’epoca vivevo ad Amman – il mio fidanzato mi lasciò: stavo diventando troppo aperto con la mia sessualità, mi disse. Mi ero confidato con troppe persone. E stare con me stava diventando pericoloso. Gli risposi che nessuno ci avrebbe ucciso, non c’era motivo di avere paura: la polizia giordana non ha proprio l’abitudine di prendere di mira i gay – cercai di farlo ragionare – meno che mai quelli della nostra classe sociale. Ma, mi spiegò lui, non era quello il pericolo. Il problema era che, se si faceva vedere con me, la gente avrebbe pensato che era “gay”. È lui non voleva essere considerato gay.

Io non avevo visto l’arrivo di questa trasformazione, ma era successa. Questa “identità gay” era cresciuta inconsciamente dentro di me come un tumore, finché una mattina mi sono svegliato e ho capito di essere infetto e di essere già in fase terminale. Ero diventato una persona che si identificava come “gay”.

Diedi la colpa a Sherihan: in fondo, era stata lei a innescare questo casino.

LE MOLTEPLICI ESPERIENZE ARABE QUEER

Molte persone arabe che hanno rapporti omosessuali non si identificano come “gay”, “lesbiche” o “bisessuali”. Per ciascuna persona queer araba che ha formato la propria autopercezione guardando “Will e Grace” e “Paris is burning” ce ne sono innumerevoli altre a cui non sembra strano avere rapporti con persone dello stesso sesso e che rimangono scollegate al termine “gay”. Persino tra chi si sente a casa nella propria identità gay il concetto di dichiararsi pubblicamente suona insensato in una cultura in cui con chi vai a letto è un affare privato.

Come in qualsiasi altro posto al mondo, le identità sessuali in Medio Oriente si intersecano con la classe, con il genere e con la complessa interazione tra pubblico e privato: per questo è impossibile parlare di un’unica esperienza “araba queer”. Ci sono tantissime esperienze arabe queer: dagli attivisti per i diritti di genere che offrono di nascosto servizi abortivi alle lunghe relazioni romantiche tra beduini a Siwa, in Libia, ogni vita queer nel mondo arabo è unica. Cercare di descrivere un’unica esperienza araba gay sarebbe, come ha spiegato un attivista libanese per i diritti gay, l’equivalente di “scrivere una storia della vita gay negli USA intervistando solo un esponente della iper-omofobica Chiesa battista di Westboro, un adolescente non dichiarato del Nebraska e il cantante gay Adam Lambert” [Huffington Post].

Ciononostante i corpi arabi queer sono diventati un campo di battaglia in una guerra molto più ampia. In fondo non è un segreto che, a partire dall’11 settembre, tanto i liberali quanto i conservatori in America settentrionale e in Europa hanno sventolato la bandiera dei diritti delle donne, e in misura minore dei diritti LGBT, per guadagnarsi il favore dell’opinione pubblica occidentale e condurre guerre in Medio Oriente. Le immagini e le storie delle donne afgane hanno alimentato la chiamata alle armi nel 2001, mentre i più recenti video di Daesh (acronimo arabo dell’ISIS) che getta uomini gay dalle torri e che schiavizza le donne yazide hanno scaldato i motori dell’intervento in Siria.

Noi persone queer arabe affrontiamo due battaglie: lottiamo contro le forze oppressive all’interno delle nostre stesse comunità e al tempo stesso facciamo resistenza contro il discorso globale che cerca di usare la nostra “oppressione” per fini militari e politici più ampi.

E allora ci si chiede: a chi appartengono i corpi arabi queer?

INDIVIDUALISMO E VALORI COLLETTIVISTI

Senza il mio fidanzato accanto, non sapevo più che farmene delle mie giornate: fumavo una sigaretta dopo l’altra e piangevo in camera mia. Al lavoro scrivevo a me stesso lunghe mail sconclusionate sul valore che una relazione privata potesse avere senza poter essere celebrata pubblicamente, come le relazioni che i miei amici etero celebravano nei sontuosi matrimoni a cui mi invitavano.

Di pomeriggio guardavo gli show di Oprah Winfrey: lei sembrava avere tutte le risposte. Poi, però, un’amica femminista mi disse che Oprah diffondeva un individualismo che andava contro i valori collettivisti necessari a affrontare problemi strutturali come l’omofobia e il patriarcato. “Comunque per te è più facile che per noi donne – mi disse – Almeno tu puoi affittare una camera con un uomo e nessuno ti chiederà di vedere i tuoi documenti matrimoniali. Almeno, in quanto uomo, puoi uscire di casa in piena notte senza che nessuno ti stia con il fiato sul collo”.

Mi rasai la testa, pensando che una testa rasata mi avrebbe reso meno gay. “Così va meglio?” chiesi al mio ragazzo. “No – mi rispose – Mi dispiace”.

2001: IL CASO “QUEEN BOAT” AL CAIRO

A chi appartengono i corpi arabi queer?

L’11 maggio 2001 in Egitto furono arrestati 52 uomini che si trovavano a bordo della Queen Boat, un nightclub galleggiante sulle rive del Nilo [BBC]. Gli uomini furono accusati di “comportamento osceno”, furono picchiati e costretti a subire umilianti esami per determinare la loro sessualità. La stampa ne parlò per mesi: giornali filo-governativi e schermi televisivi ci sommersero delle immagini di questi uomini. In una fotografia in particolare li si vede vestiti di bianco, stipati in una gabbia mentre aspettano la sentenza. Molti di loro si sono coperti il volto con dei fazzoletti bianchi nel vano tentativo di proteggere la propria privacy.

I corpi dei “Cairo 52”, come vennero soprannominati, diventarono un campo di battaglia per studiosi, intellettuali e attivisti per i diritti che proiettarono le proprie teorie sulle vite queer nel mondo arabo.

La condanna e lo sputtanamento di quegli uomini diventarono uno strumento per dare un po’ di legittimazione al corrotto regime del presidente Mubarak. Le organizzazioni LGBT e i gruppi per i diritti umani in Occidente interpretarono il raid come lo Stonewall del mondo arabo e un gruppo inscenò una protesta davanti all’ambasciata egiziana a Parigi con cartelli che chiedevano al governo egiziano di “liberare i nostri amanti”. Nel frattempo, critici anti-imperialisti come Joseph Massad sostennero che il governo egiziano non stava attaccando i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, ma piuttosto “l’identificazione socio-politica di queste pratiche con l’identità gay occidentale”. In fondo, affermò, quegli uomini non si identificavano come “gay”. “Non sono certi manifestazioni di orgoglio gay o di liberazione gay” affermò.

I 52 uomini, con le loro facce coperte da fazzoletti bianchi, furono ancor più oscurati mentre le loro vite diventavano cartellini su cui regimi autoritari, islamisti, gruppi occidentali per i diritti umani e studiosi anti-imperialisti segnavano i propri punteggi politici.

2015: DAESH GETTA I GAY DALLE TORRI

A chi appartengono i corpi arabi queer?

Quando l’anno scorso Daesh gettò da una torre due uomini come punizione per la loro omosessualità, i media occidentali alimentarono l’indignazione internazionale contro l’organizzazione terroristica, ma per i miei amici gay in Medio Oriente il tragico episodio non aveva nulla a che fare con loro. “Daesh non ha ucciso quegli uomini per lanciare un messaggio a noi – mi ha spiegato un amico gay mentre bevevamo gin tonic dietetici in un bar di Beirut, a meno di 150 chilometri da Homs, dove era avvenuto il fatto – Il messaggio era destinato all’Occidente: Daesh voleva mostrare come combatte tutto ciò in cui crede l’Occidente”.

In altre parole il messaggio di Daesh era l’equivalente politico di un “Ci vediamo fuori, amico”. I corpi queer gettati dalla torre erano una nota a pie’ di pagina in una sfida politica e militare più ampia.

All’inizio, leggendo di quel fatto, desiderai subito sapere come fossero stati scoperti quegli uomini: era stata solo una bugia malevola diffusa per prendersi una vendetta personale? Quei due uomini avevano una relazione? Si amavano e magari avevano qualche sogno in comune? O si era trattato di una sveltina in un vicolo buio? Ne volevo sapere di più. Ma, non appena aprii il mio browser, iniziai a temere che, date le mie origini arabe, se avessi fatto una ricerca su “Daesh” e “Siria” rischiavo di essere segnalato da qualche ufficiale di qualche servizio segreto occidentale come una minaccia terroristica, e ne avevo già abbastanza di problemi a viaggiare da un paese all’altro. Forse era meglio non sapere, pensai, e chiusi il browser.

Più tardi, in quella stessa settimana, lo stesso amico libanese sollevò lo sguardo dal suo cellulare e mi disse: “Avere così tanti rifugiati siriani in Libano ha almeno un lato positivo: puoi trovare delle splendide marchette su Grindr”. Lo disse mentre chattava con una di loro. Diede appuntamento al ragazzo per quella sera stessa.

Il siriano arrivò. Chiacchierarono per un po’. Il siriano raccontò come era scappato dalla Siria e che stava cercando di racimolare un po’ di soldi per aiutare sua madre. Dopo aver sentito quella storia, l’eccitazione del mio amico si era afflosciata: la marchetta si avvicinò per baciarlo, ma il mio amico si ritrasse. “No – disse il mio amico – Scusami, ma non posso”. “Ti prego, baciami – disse il siriano – Pensi che sono una cattiva persona, ho capito”. “No, non lo penso” gli rispose il mio amico. Mise 100 dollari nella mano del ragazzo: “Per favore, prendili e vai via”. “Non voglio i soldi – replicò il siriano, scoppiando a piangere – Voglio conoscerti, ma ora tu pensi che sono una cattiva persona”.

Daesh uccide le persone gay. Assad crea i rifugiati gay.

MORALITÀ PUBBLICA E LIBERTA’ PRIVATA

Nel 2012 in un cinema di Bourj Hammoud, un quartiere di Beirut, sono stati arrestati 36 uomini. Il Cinema Plaza era un noto posto di battuage per gay [Global Voices]. Il raid è avvenuto dopo che uno show televisivo libanese chiamato “Inta Hurr” (Sei libero) aveva mostrato un cinema simile a Tripoli, una città proletaria del nord del paese. Nè la polizia né i media hanno prestato attenzione alla moltitudine di bar gay nei quartieri più ricchi di Beirut.

In risposta ai raid, gli attivisti gay libanesi pubblicarono fotografie del conduttore del programma TV mentre partecipava a un party in un nightclub gay di Mykonos, in Grecia. Il conduttore ha replicato accusandoli di aver violato la sua privacy. In un comunicato del canale televisivo che trasmetteva lo show, il conduttore ha sostenuto: “Non mi scuserò [per aver mostrato i cinema; nda], perché la violazione della moralità pubblica è una cosa, la libertà sessuale è un’altra cosa”.

Il messaggio era chiaro: la privacy è un lusso che può concedersi solo chi se lo può pagare. Se hai i soldi, puoi comprarti un’identità gay a Mykonos. Altrimenti, vattene in un cinema fatiscente e spera che ti vada tutto bene.

A CHI APPARTENGONO I CORPI QUEER ARABI?

A chi appartengono i corpi arabi queer? Ai regimi autoritari che calpestano i corpi queer per darsi una legittimità morale? Ai jihadisti che lustrano le proprie credenziali religiose lanciando quei corpi giù dalle torri più alte? Ai gruppi per i diritti umani occidentali che applicano i propri discorsi retorici per “salvare” qui corpi? Agli studiosi anti-imperialisti che sostengono che quei corpi stiano adottando ingenuamente la retorica colonialista? Ai neoconservatori che sventolano i cadaveri queer di fronte al proprio elettorato per giustificare guerre e occupazioni? Ai ricchi che dettano il confine tra libertà sessuale e moralità pubblica?

Ovunque ti giri, se sei una persona queer nel mondo arabo, trovi qualcuno che vuole usare il tuo corpo, la tua storia e la tua vita per propri scopi personali.

ANDARSENE VIA DAL MEDIO ORIENTE

In una scena del mio romanzo “Ultimo giro al Guapa” (E/O 2016, 18€, 320 pp.; in uscita il 21 aprile), Rasa, un giovane arabo gay, fa coming out con la sua amica di college in America. Lei gli risponde chiedendogli se rischierebbe la vita a tornare in Medio Oriente. “Non credo” risponde Rasa. E si ferma un attimo prima di aggiungere: “Senti, le persone mica si uccidono tra loro come ti dice la TV”.

Qualche mese dopo essere stato lasciato dal mio ragazzo, ho deciso di trasferirmi in Europa. Non me ne sono andato via dal Medio Oriente perché qualcuno voleva uccidermi.

Me ne sono andato via perché volevo un passaporto occidentale che mi avrebbe permesso di viaggiare senza dover prenotare con mesi di anticipo un appuntamento per chiedere un visto, senza dover preparare dichiarazioni sul reddito e lettere del mio datore di lavoro e prenotazioni di albergo e biglietti di ritorno. Me ne sono andato via perché volevo un passaporto che mi avrebbe protetto, un passaporto che avrebbe fatto aumentare il valore della mia vita nella gerarchia globale.

Me ne sono andato via perché sentivo che la regione era impantanata nella frustrazione e nella disperazione, che la situazione stava per collassare e che con il mio passaporto arabo non avrei avuto nessuno posto dove andare. Me ne sono andato via perché ne sapevo abbastanza per capire che al mondo non gliene frega nulla dei corpi arabi e musulmani bagnati dalle acque del Mediterraneo.

Me ne sono andato via perché ero stufo di dove cercare scuse per giustificare il fatto che nascondessi la mia identità gay e perché percepivo che la mia sessualità stava diventando l’ennesima arma che poteva essere usata contro di me – se qualcuno voleva vendicarsi contro di me, se dicevo qualcosa di inopportuno, se mi impegnavo in qualche tipo sbagliato di politica, se non ero un bravo cittadino che se ne sta zitto e porge l’altra guancia. Me ne sono andato via perché la mia sessualità era diventata l’ennesimo coltello puntato alla mia gola.

Ecco altri coltelli puntati alla gola della gente: essere un rifugiato su una barca nel Mediterraneo; essere un uomo nero negli USA; essere un palestinese in Israele; essere una donna praticamente dappertutto.

Vent’anni dopo aver visto Sherihan ballare in TV, mi sono imbattuto su YouTube nel video sottostante, in cui lei dirige la folla in un coro in piazza Tahrir, al Cairo, nel 2011. La mia madre drag si era unita alla rivoluzione per la libertà e la dignità. La guardavo, seduto a Londra, e non ho potuto fare a meno di sorridere. Avevamo chiuso il cerchio, ho pensato, credendo ingenuamente che il peggio della violenza fosse alle nostre spalle.

Senti, le persone mica si uccidono tra loro come ti dice la TV. Non me ne sono andato dal Medio Oriente perché temevo per la mia vita. Me ne sono andato via perché stavo scappando un altro tipo di morte.

SUL PUNTO DI NON SCRIVERE IL ROMANZO

A dire il vero, sono stato sul punto di non scrivere il mio romanzo.

Sono stato sul punto di non scrivere il mio romanzo perché, ogni volta che aprivo il documento di Microsoft Word, pensavo ai miei genitori e alla vergogna che avrebbe provato mio padre se suo figlio si fosse esposto così apertamente.

Sono stato sul punto di non scrivere il mio romanzo perché, mentre le mie dita volteggiavano sulla mia tastiera inglese, i miei pensieri volavano ai vari articoli, editoriali e libri scritti da alcuni arabi e musulmani sui media occidentali – scritti che indugiavano nel racconto dell’oppressione e parlavano del bisogno di una liberazione sessuale nel mondo arabo, storie che assecondavano fantasie orientaliste e stereotipi islamofobici.

Le stesse fantasie e gli stessi stereotipi per cui mi fermano e mi interrogano ogni volta che passo da un aeroporto americano. Le stesse fantasie e gli stessi stereotipi che giustificano la chiusura delle frontiere in faccia ai profughi che fuggono dalla guerra. Le stesse fantasie e gli stessi stereotipi che aiutano i cittadini occidentali a dormire sonni tranquilli mentre i loro governi sganciano bombe sullo Yemen, sull’Afghanistan, sul Pakistan, sulla Siria, sulla Palestina e sull’Iraq.

Sono stato sul punto di non scrivere il mio romanzo perché avevo paura che scrivendolo avrei poi avuto più problemi a tornare nel mondo arabo, nel posto che chiamo casa e che amo sopra ogni cosa.

Ma non scrivere il mio romanzo avrebbe significato ammettere la sconfitta di fronte a tutte queste forze. E mentre il romanzo resta solo una storia in mezzo alle migliaia di altre storie arabe queer che aspettano di essere raccontate, in fin dei conti l’unica storia che ciascuno di noi può raccontare è quella che viviamo. E l’unico corpo che ci appartiene è quello che abbiamo.

 

Saleem Haddad per thedailybeast.com 
traduzione di Pier
©2016 Il Grande Colibrì
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