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Per diverso tempo il femminismo in Cina ha continuato a essere demonizzato. Si vocifera che quando un gruppo di scrittrici donne cinesi va all’estero per una conferenza pubblica, tutte si discolpino in anticipo e affermino: “Io non sono femminista“.

Femminismo senza vergogna

Credo che tale atteggiamento abbia diverse connotazioni: da una parte si intende affermare che il proprio romanzo è letteratura nel senso comune del termine e non letteratura femminista; dall’altra si comunica di essere una brava moglie e una brava madre, cioè una donna normale, e non un’attivista o una lesbica. Inoltre si vuole sottolineare che gli uomini non sono oggetto del proprio odio, ma del proprio amore. Ma non importa quale dei tanti significati insiti ci stia dietro, la logica sottostante è sempre la stessa: il femminismo non è una cosa buona.

Nei discorsi correnti in Cina la parola 权 (quan; diritto) è usata con cautela perché è facilmente associata al disordine, indipendentemente che si intendano i diritti umani, i diritti delle donne o i diritti civili.

Per questo alcune persone vicine alle posizioni femministe hanno cambiano la parola “femminismo” da 女权主义 (nǚ-quan-zhu-yi) a 女性主义 (nǚ-xing-zhu-yi) [che non contiene la parola 权 (quan; diritto), ma al suo posto utilizza la parola 性 (xing; sesso); ndt] per attuarne il tono, depoliticizzarlo e renderlo meno aggressivo. In realtà questo è un trucco per confondere le persone poiché in Occidente “nǚ-quan-zhu-yi” e “nǚ-xing-zhu-yi” si traducono entrambi con la stessa parola: “femminismo”.

Un conflitto immaginario

Dal mio punto di vista il femminismo all’interno della società tradizionale cinese genera un duplice conflitto: uno è un conflitto di tipo immaginario, l’altro è un conflitto di tipo reale.

Per conflitto di tipo immaginario intendo indicare il modo in cui le persone immaginano il femminismo: come un fenomeno che odia gli uomini, che vede negli uomini dei nemici, che dipinge le femministe come donne svergognate, vecchie nubili costrette a una vita solitaria. Ciò spiega perché quelle scrittrici donne si dichiarino tutte estranee al femminismo.

In realtà all’interno del femminismo ci sono diverse correnti. Esiste una corrente radicale e una corrente moderata; e vi è il femminismo liberale e il femminismo socialista: il primo sottolinea come punti centrali la giustizia e le pari opportunità, mentre il secondo enfatizza di più l’uguaglianza sostanziale e la necessità di garanzie minime. Anche se le prospettive sono diverse tra le varie scuole di pensiero femminista, c’è un punto in comune che è la difesa dell’uguaglianza tra uomini e donne.

In questo senso l’ideologia dominante del mio paese è il femminismo, poiché è una nostra politica nazionale promuovere l’uguaglianza di genere. È dunque possibile affermare non solo che la stragrande maggioranza delle donne cinesi sia femminista, ma che anche la stragrande maggioranza degli uomini cinesi lo sia, nonostante la nostra vergogna ad ammettere questo punto.

Precisamente dopo il 4 maggio [del 1919, quando, a seguito del Trattato di Versailles sfavorevole per la Cina, si sollevò un importante moto di proteste; ndt] per la prima volta un’élite di intellettuali uomini introdusse in Cina il pensiero femminista occidentale al fine di dare potere alle donne. Da allora per il Partito Comunista al potere l’uguaglianza di genere è sempre rimasta l’ideologia principale: questi sono fatti storici che nessuno può negare. Perciò il femminismo è sempre stato un’ideologia centrale in Cina, e le persone che hanno un atteggiamento ambiguo verso il femminismo in realtà conducono un conflitto di tipo immaginario.

Il diritto al lavoro delle donne

Un altro aspetto dovuto al sistema patriarcale vigente in tutta la millenaria storia cinese è il conflitto di tipo reale tra il femminismo e i valori tradizionali cinesi. Ciò permane tutt’oggi ed è visibile nel modo diverso con cui vengono giudicati gli uomini e le donne (ad esempio è visibile nell’atteggiamento di elogio e ammirazione che le persone adottano verso la malsana abitudine di alcuni uomini che in segreto frequentano un’amante).

Oppure è stato visibile alcuni anni fa quando, per risolvere il problema della disoccupazione, alcuni membri della Conferenza Politica Consultiva [organizzazione incaricata di rappresentare i vari partiti politici della Repubblica Popolare Cinese, sotto la direzione del Partito Comunista; ndt] proposero sorprendentemente di riportare le donne al lavoro domestico.

Siccome solo le donne hanno il diritto di scegliere se lavorare o fare la moglie a tempo pieno, gli altri interlocutori, in particolare lo stato, non avevano alcun titolo di rimandare nelle loro case soltanto le persone di sesso femminile, poiché il diritto al lavoro per tutti i cittadini è sancito dalla Costituzione e le donne, dato che sono cittadine, hanno il diritto di partecipare al lavoro piuttosto che di ritornare nelle loro case.

Chiunque voglia privare le donne del loro diritto al lavoro non solo sta violando la Costituzione, ma sta anche violando la fondamentale politica nazionale di uguaglianza di genere. Commettere un errore talmente elementare è stata la prova della reale esistenza di un pensiero patriarcale e maschilista all’interno della società, e con esso il femminismo inaugura un conflitto di tipo reale.

Alcune proposte concrete

In sintesi in Cina noi dovremmo seriamente ripensare il femminismo, ripensare l’idea di uguaglianza tra uomini e donne, combattere il nostro sistema politico, economico e sociale, combattere il sistema di valori nazionalisti e maschilisti, opporci alla discriminazione sessuale verso le donne, sforzarci di aumentare il numero di donne deputate al Congresso del Popolo e in posizioni di comando a tutti i livelli, incrementare la quota di donne nei lavori di produzione sociale, aumentare il salario medio delle donne (che attualmente è all’incirca pari al 70% del salario medio degli uomini), rafforzare il ruolo delle donne che svolgono lavori domestici, sostenere le posizioni femministe a difesa dell’uguaglianza di genere all’interno della società e creare una società ideale basata sul femminismo e sull’uguaglianza di genere.

Li Yinhe per Sina
sessuologa cinese
traduzione di Magenta
©2018 Sina – Il Grande Colibrì
foto: ptksgc (CC0)

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